Il catechismo della disperazione
Il patentino dei puri. Oggi la sinistra i libri non li brucia. Le sue guardie rosse fanno peggio. Li bloccano prima che siano conosciuti.
Siamo tornati indietro di cento anni. È tornata la dittatura che impone patenti di liceità. Solo che questa volta è l’esatto opposto: bisogna dichiararsi antifascisti per poter lavorare, esporre, partecipare, ottenere una licenza.
Chi lo ha deciso? Non il Governo. Non il Parlamento. Lo ha deciso la sinistra, che si è annidata tra gli editori, nei Comuni anche per ottenere un passo carrabile e se, continua così, anche negli uffici di collocamento.
Per partecipare alla prossima edizione di “Più Libri Più Liberi”, la fiera della piccola e media editoria, ogni casa editrice deve firmare un allegato: dichiaro di “riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico”.
Non rispettare. Condividere. Non la legge. Un valore. Chi non firma non entra.
E a decidere non è un funzionario che legge, valuta, ragiona. È un software. Il sistema informatico blocca la candidatura e impedisce l’acquisto dello spazio espositivo. La censura è stata automatizzata.
“Più Libri Più Liberi”. Il nome è diventato una ridicola bugia.
Rispettare la Costituzione è un obbligo di tutti. Condividere una formula è un’adesione interiore. Quando un ente pretende l’adesione interiore come prezzo d’ingresso, non sta applicando la legge.
Sta misurando la purezza ideologica. In una fiera del libro. Il luogo dove ogni idea, anche la più detestabile, dovrebbe poter esistere tra due copertine.
A dicembre 2025 il presidente dell’Associazione Italiana Editori scrisse che “Più Libri Più Liberi” era “la casa di tutti gli editori italiani, indipendentemente dalla loro linea politica” e che “il no alla censura viene prima di qualsiasi altra cosa”.
Sei mesi dopo, professione di fede obbligatoria. Non lo hanno smentito gli avversari. Lo hanno smentito i fatti.
E il meccanismo non funziona nemmeno. A dicembre 2025, alla stessa fiera, si scatenò il Tribunale del Popolo. Scrittori di parte come accusatori e l’immancabile ANPI, autonominatasi giudice e giuria.
Gridarono allo scandalo perché un editore non allineato avrebbe potuto inquinare il loro celestiale empireo ideologico con i suoi libri.
Quell’editore, infatti, aveva firmato senza esitazione la clausola democratica del regolamento. Firmato e partecipato, sfuggendo alla censura morale preventiva delle guardie rosse.
Chi resta fuori è un altro tipo di persona. Uno come Manuel Grillo, che dirige Edizioni Settecolori, piccola casa editrice indipendente di Milano, selezionata tra 1.200 editori al Salone di Torino per il Premio Ernesto Ferrero.
Ha presentato domanda per “Più Libri Più Liberi 2026”. Non ha firmato la clausola. Il suo catalogo spiega perché meglio di qualunque lettera: pubblica Lucien Rebatet, considerato da George Steiner tra i capolavori segreti della letteratura moderna e sta per pubblicare “L’estetica della resistenza” di Peter Weiss, romanzo sulla resistenza antifascista e la lotta di classe.
Rebatet e Weiss sotto lo stesso marchio. La destra letteraria e la sinistra militante nello stesso catalogo. Questo fa un editore libero: non certifica appartenenze, pubblica opere di valore.
Ha scritto: “Oggi si chiede una dichiarazione di adesione a un principio ritenuto giusto. Domani il principio potrebbe essere un altro. La libertà resta la stessa: non si certifica, non si concede e non si pretende per firma. Si esercita”.
Il patentino da antifascista blocca lui. Non chi è ritenuto fascista non da un tribunale, ma da un gruppo di potere autopoietico, che si legittima da solo. Che non ha autorità giudiziaria, non ha base normativa.
Decide chi è fascista e chi no sulla base dei propri criteri. Il patentino non ferma i presunti nemici della democrazia. Ferma chi ha la schiena dritta.
La stessa logica attraversa mezza Italia amministrata dalla sinistra. A Milano, dal 2018, serve la dichiarazione antifascista per suolo pubblico, sale, patrocini, contributi.
A Medicina, in provincia di Bologna, il modulo chiede sotto responsabilità penale di “non professare ideologie neofasciste”.
A Monza, Piacenza, Lodi, Padova, Torino, Parma: stessa musica. A Verona la clausola è comparsa nella pratica per un passo carrabile. Per il garage di casa. Siamo oltre Ionesco.
Non bruciano più i libri. Controllano la morale. Come le guardie rosse di Mao, che decidevano chi era abbastanza puro per insegnare, lavorare, esistere nello spazio pubblico.
Il patentino è la versione italiana dello stesso istinto: non ti chiedo cosa hai fatto. Ti chiedo cosa pensi.
Perché lo fanno? È il catechismo della disperazione.
La sinistra non ha una proposta sull’economia, sull’immigrazione, sulla scuola, sulla sanità, sulla sicurezza. Non ha una visione che convinca chi in Italia ci vive e ci fatica.
Ha solo un nemico. E siccome il fascismo è morto ottant’anni fa, lo ricrea ogni mattina con un modulo.
Se trasformi l’avversario in “rischio fascista”, non devi più discuterlo. Non devi batterlo nel merito, nelle idee, nelle politiche. Lo porti su un altro piano: non è un avversario, è un contaminante.
Non ci si confronta con un virus. Lo si mette in quarantena. Il patentino non dice “le tue idee sono sbagliate”. Dice “le tue idee sono tossiche, non puoi nemmeno esporle”.
Il confronto viene abolito. Resta l’igiene ideologica. E regge perché l’Italia è piena di chi scambia un modulo per democrazia e una firma obbligata per antifascismo.
Per secoli lo schema era uno: il potere censura, gli intellettuali resistono. Oggi è il contrario.
Meloni chiama censura il patentino. Nordio ricorda che il Codice penale porta la firma di Mussolini. Giuli parla di “anacronistica professione di fede”. Il governo difende il pluralismo. L’industria culturale lo restringe.
E quando è un privato a censurare, il cittadino è più nudo che davanti allo Stato: contro un contratto che dice “firma o resta fuori” i rimedi sono teorici, lenti, costosi e arrivano quando la fiera è finita. In pratica è una condanna senza processo, un’esclusione senza appello.
Tajani dice: “Sono antifascista, ma non lo dico”. Sembra un paradosso. È la posizione liberale perfetta. Sei antifascista nei fatti. Rifiuti che qualcuno te lo imponga per firma.
Perché quando l’antifascismo diventa formula obbligatoria smette di essere convinzione e diventa imposizione.
Schlein intanto gira l’Europa denunciando che in Italia c’è la dittatura. Liberamente. Interviste, tribune, palchi, telecamere. Propaganda garantita sui principali TG nazionali. Tutta la visibilità del mondo per raccontare che la visibilità le viene negata.
E mentre denuncia la dittatura immaginaria ai microfoni stranieri, il suo mondo costruisce quella burocratica in patria. Comune per comune, fiera per fiera, modulo per modulo. Poi replica che la Costituzione è antifascista.
Vero. Ma quella stessa Costituzione, all’articolo 21, garantisce la libertà di pensiero. All’articolo 3 vieta discriminazioni sulle opinioni politiche. Chi la usa come clava dimenticando che è anche scudo non la difende. La strumentalizza per i propri sordidi scopi.
Questo patentino è l’arco costituzionale della Prima Repubblica ridotto a modulo.
L’antifascismo che fu memoria, sacrificio, Resistenza, trasformato in timbro da sportello. Chi combatté il fascismo con le armi in mano non riconoscerebbe il proprio lascito in un software che blocca un editore, perché non ha cliccato il pulsante giusto.
Ma la sinistra ha scelto questa strada. Ha costruito un catechismo laico con i suoi dogmi, i suoi riti, i suoi sacerdoti e i suoi eretici. Chiunque rifiuti la professione di fede non è un avversario da convincere. È un eretico da espellere.
Lo stesso meccanismo del controllo teocratico islamico: ogni virgola sorvegliata, ogni pensiero misurato, chi non si allinea non merita il confronto. Merita la scomunica.
Bruciano i libri. Controllano la morale. Dichiarano eretici.
Sovietico, maoista, islamico: tre sistemi totalitari, stesso istinto. E chi si proclama erede dell’Illuminismo ha adottato il metodo più oscurantista che esista: o sei dei nostri, o non esisti.
Per riconoscere i veri nemici della libertà, non servono più i roghi dei libri. Bastano gli allegati da firmare obbligatoriamente.





