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Il supporto del Consiglio Europeo basterà a Zelenskyy per vincere?

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Consiglio Europeo

La pace a quale costo per l’Ucraina?

Ospite ormai fisso dei vertici europei, Volodymyr Zelenskyy riceve l’applauso dei Ventisette a Bruxelles.  La cordialità rinfranca il Presidente ucraino dopo il tira e molla con Donald Trump, ad un certo punto gli sfugge l’accusa di tradimento agli Americani per l’intesa sul gasolio. Sorride alla domanda se sia il capro espiatorio delle elezioni di metà percorso.

Nell’aria volteggiano le domande. Chi ha ordinato a Elon Musk di ritardare il funzionamento di Starlink? Il Presidente Trump o qualcuno del suo entourage, inconsapevole il Presidente che smentisce di aver impartito l’ordine? Chi ha omesso le informazioni di intelligence satellitare esponendo l’Ucraina agli attacchi dal cielo? Anche in questo caso da Washington arriva la smentita. Condita però dalla dichiarazione che sarebbe il momento per l’Ucraina di cambiare il Presidente.

Il dissidio fra Trump e Zelenskyy è politico e personale. Da una parte, Trump ammira Vladimir Putin, il comandante che comanda ed i sudditi che obbediscono, il sogno bonapartista dell’ex Tycoon che vorrebbe replicare alla Casa Bianca i metodi dei capi azienda. Dall’altra, Trump è infastidito da Zelenskyy, un attore comico che non fa ridere, come dichiarò, ma che sottopone i concittadini ad un confronto impari con la Russia, così esponendo l’America al ricatto petrolifero di Mosca.

L’intesa sul gasolio da importare dalla Russia dovrebbe alleviare i prezzi del carburante in America e compiacere i connazionali in vista delle elezioni di novembre. La prova generale delle presidenziali del 2028, quando i Repubblicani dovranno trarre il bilancio del secondo mandato di Trump alla Casa Bianca. I sondaggi lo danno largamente insoddisfacente, se appena il 30% della popolazione ne approva l’operato.

Quella di Trump è una tattica elettorale che risponde ad una strategia di fondo. Sin dalla campagna elettorale del 2024 egli annuncia che avrebbe chiuso la vicenda ucraina a costo di sacrificare le posizioni dell’aggredito. A Ferragosto 2025 accoglie Putin in Alaska per inaugurare “lo spirito di Anchorage”: tappeto rosso, partenariato per la pace, cordialità a piene mani. In cambio ottiene dal russo una tregua promessa e mai mantenuta. Anzi, Putin si convince che l’ammorbidimento americano significhi il via libera alle proprie pretese: da ottenere per via negoziale, solo che Zelenskyy e gli Europei si mettono di traverso, o sul campo.

Il conflitto impone restrizioni pesanti alla Russia: l’economia di guerra, il sacrificio di una generazione, la possibilità della mobilitazione di massa che alienerebbe il già incerto consenso della fascia alta della popolazione finora risparmiata dalla chiamata alle armi. L’isolamento internazionale è tollerabile. In Occidente, Putin è persona non grata, la Corte Penale Internazionale lo indaga per crimini di guerra. Gli amici importanti diventano più amici: la Cina dall’alleanza incrollabile, l’India, i Brics.

Il Consiglio europeo di ottobre si trova davanti il dossier ucraino e lo gestisce alla solita maniera. Fino ad un certo punto. Il calore nell’accogliere l’ospite, la riluttanza a stare dietro a tutte le sue esigenze. Ai 90 miliardi già promessi, Zelenskyy ne vorrebbe altri 70 per fronteggiare la minaccia russa e costringere Putin a negoziati seri e ragionevoli. Se l’Ucraina cade – è il suo monito – l’Europa dovrà fronteggiare venti milioni di profughi.

Sulle cifre ci sarebbe da discutere. La popolazione del paese nella guerra dei quasi cinque anni si è notevolmente assottigliata, alcuni la stimano attorno ai 25 milioni. Con l’eventuale sconfitta tutta la popolazione emigrerebbe. Il paese diverrebbe res nullius, aperta al desiderio russo di ripristinare un pezzo di Unione Sovietica senza gli indigeni.

Senza l’apporto americano nei settori dell’intelligence e delle telecomunicazioni l’Ucraina è terribilmente esposta. L’Alta Rappresentante Kallas, adusa al linguaggio bellicoso, stavolta deve ammettere che l’Unione non è in grado di rimpiazzare gli Stati Uniti. Il rapporto con l’Amministrazione americana va preservato: soffocando l’orgoglio personale e mitigando certe posizioni che Washington giudica apodittiche.

Sul fronte interno si vincono e si perdono le guerre. Il fronte interno europeo è scosso: molti non sentono la guerra come propria né percepiscono la Russia come minaccia alla sicurezza continentale.  Gli effetti del conflitto in Ucraina e nel Golfo corrodono l’economia, colpiscono le tariffe energetiche, impongono risparmi al welfare. La protesta di alcune categorie produttive si saldano con quelle degli studenti, hanno in comune la richiesta di maggiori servizi. Le risorse dovrebbero venire dai tagli ad altre voci di spesa, in primis la spesa militare.

Sono i segnali della disaffezione alle crisi internazionali e del ripiegamento sulle questioni domestiche. Negli stati membri presto chiamati al voto spingono gli elettori verso le posizioni sovraniste ed inclini a comprendere le ragioni delle controparti. La bandiera della pace copre gli interessi nazionali e li nobilita in omaggio al bene supremo.

Quale pace per l’Ucraina? Dichiarazioni importanti vengono dalla candidata del Front National alle presidenziali francesi: solidarietà politica, fine dell’aiuto militare. Sulla stessa linea si collocano alcuni partiti in Italia, Spagna, Germania.

La strategia di logoramento del Cremlino trova sponde presso gli europei senza neanche ricorrere alla disinformazione. Basta l’informazione che circola per ritenere che lo scenario europeo potrebbe cambiare.

Autore

  • Cosimo Risi

    Cosimo Risi, diplomatico. Dopo anni di servizio alla Rappresentanza permanente presso l’UE a Bruxelles, termina da Ambasciatore e Rappresentante permanente presso la Conferenza del Disarmo a Ginevra e da Ambasciatore presso la Confederazione svizzera e il Principato del Liechtenstein a Berna. All’attività diplomatica unisce l’attività accademica con incarichi presso varie Università italiane ed estere. Autore di centinaia di pubblicazioni a carattere internazionalistico e relatore in migliaia di convegni. È Commendatore al merito della Repubblica italiana.

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