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‘Okkupazioni’ e complicità trasversali

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'Okkupazioni' e complicità trasversali

Politici, forze dell’ordine e famiglie sono complici dell’interruzione di pubblico servizio e di negazione del diritto allo studio

Me l’ha detto chiaro, il carabiniere sessantenne, diritto come un fuso e con due occhi azzurri che non hanno ancora imparato a mentire.
«Professò, qua, se li sfioriamo con un dito, non solo passiamo un guaio, ma disobbediamo agli ordini».

«Agli ordini?»

«Vabbuò… agli ordini. Ci hanno detto: andate, monitorate, ma non usate la forza».

Mentre parlava, guardava i ragazzotti che, dall’ultimo piano del mio liceo, stendevano uno striscione delirante sui CPR, le spese militari e altre amenità raccattate sul Web.

Il tutto con la solennità di chi, avendo saltato qualche lezione di storia e parecchie di grammatica, si sente in dovere di salvare l’umanità.

«Dunque voi siete qui a monitorare chi viola la legge. Come se, vedendo un ladro rubare un’automobile, vi limitaste a prendere nota della targa».

Il carabiniere mi guardò con un’ombra di sconforto.

«Professò, voi sapete usare le parole. Che vi devo dire? Sì, c’è un reato in atto e noi non interveniamo. Facciamo schifo? No. Ma non vogliamo finire sotto processo perché abbiamo dato uno schiaffone a questi sciocchi. I giudici li difendono, i politici ci dicono di lasciar correre».

«Siete complici di un reato».

«E che vi devo dire? Sì, siamo complici. Per obbligo e necessità».

Non saprei dire se fosse più sconsolante la confessione o la naturalezza con cui veniva resa.

Un rappresentante dello Stato che si dichiarava complice della violazione della legge perché lo Stato stesso gli aveva tolto la possibilità di farla rispettare.

Una forma di schizofrenia istituzionale che, in un Paese serio, avrebbe provocato qualche dimissione; da noi, al massimo, un comunicato sulla necessità di abbassare i toni.

«Ma lo sa che in Francia i suoi colleghi stanno sgomberando gli occupanti, e non risparmiano neppure i miei colleghi? E badi: da quelle parti governa una sinistra che non può essere sospettata di nostalgie autoritarie».

Il carabiniere sospirò.

«Professò, qua siamo in Italia, e per di più a Napoli. E voi mi parlate della Francia. Date retta a me: fatevi una bella passeggiata, poi tornate a casa. Addà passà ’a settimana e pure sti guaglioni si scocceranno. Godetevi le ferie».

Le ferie. Ecco il rimedio italiano alla violazione della legge: aspettare che passi la voglia ai violatori. Non reprimere l’abuso, ma confidare nella noia dell’abusivo.

Una teoria del diritto di straordinaria originalità, che probabilmente non troverete nei manuali, ma che in Italia ha il vantaggio di non richiedere né coraggio né responsabilità.

Così parlò lo Stato italiano, nelle vesti di un carabiniere che, per quanto ne sapevo, avrebbe preferito fare il proprio mestiere, a un professore che, come lui, era un pubblico ufficiale.

E mentre noi discutevamo dell’impotenza delle istituzioni, al terzo piano lo striscione ciondolava al vento e arrivava fin lì l’eco delle sghignazzate degli okkupanti.

Mi allontanai pensando che, sì, mi sarei fatto una bella passeggiata a via Scarlatti. E che, molto qualunquisticamente, in questo Paese di Pulcinella puoi avere la destra o la sinistra al governo, ma la legge si ferma sempre davanti alla prepotenza di cinquanta ragazzotti su mille.

Non perché gli altri novecentocinquanta siano necessariamente vittime della minoranza.

Ma perché una minoranza rumorosa offre a una maggioranza silenziosa un alibi perfetto: starsene a casa a dormire, lasciando che siano gli altri a occupare la scuola, decidere per tutti e impartire lezioni di democrazia.

La democrazia, del resto, è una cosa meravigliosa: purché non si debba esercitarla, difenderla o, Dio non voglia, andare a lezione.

Stavo uscendo dal cancello quando assistetti all’ultimo atto della commedia.

Una mamma vomerese, truccata e impernacchiata a dovere, si avvicinò al mio carabiniere porgendogli un’elegante busta.

«Scusate, potete fare arrivare questa a mio figlio? C’è il panino e la Coca-Cola».

Il carabiniere guardò me. Scosse impercettibilmente la testa, con la rassegnazione di chi ha ormai capito tutto della vita e non può permettersi di dirlo. Poi rispose alla signora:

«Mo’ vedo quello che posso fare».

La signora si allontanò soddisfatta. Suo figlio, evidentemente, stava compiendo la rivoluzione; e una rivoluzione, si sa, non si fa a stomaco vuoto. Ci vogliono gli slogan contro il capitalismo, ma anche il panino imbottito. Possibilmente consegnato da un carabiniere.

E qui, lo confesso, mi venne in mente la banlieue. Perché siamo abituati a immaginare il disordine sociale nelle periferie francesi, fra palazzoni, incendi e ragazzi senza futuro.

Ma nessuno ci aveva avvertiti che la rivolta poteva mettere radici anche nei quartieri della Napoli bene, fra madri eleganti, merende recapitabili a mano e figli che occupano una scuola mentre i genitori si preoccupano che non saltino il pranzo.

Altro che banlieue. Qui la contestazione è servita a domicilio.

Il tutto, naturalmente, in nome dei diritti: il diritto a occupare, quello a non essere disturbati, quello a non sostenere le lezioni, quello a ricevere il panino.

Resta da capire dove sia finito il diritto allo studio di chi vorrebbe entrare in classe, e perché debba valere meno del capriccio di chi ha deciso di impedirglielo.

Quanto ai politici, di destra o di sinistra, e ai vertici delle istituzioni, non occorre attribuire loro intenzioni che non possiamo conoscere. Basta guardare il risultato: una scuola sottratta alla sua funzione, una legge ridotta a raccomandazione, le forze dell’ordine mandate a presidiare l’impotenza dello Stato.

Se questa non è complicità morale e politica, almeno nel risultato, mi si spieghi quale nome dobbiamo darle.

E il professore? Il professore si è fatto la sua passeggiata. Non per rassegnazione, ma perché aveva capito che, in quel momento, non c’era nulla da fare.

Avrebbe potuto continuare a indignarsi, invocare la legge, ricordare che anche gli studenti contrari all’occupazione hanno dei diritti. Ma avrebbe rischiato di guastare la giornata a qualcuno.

E in Italia, si sa, il disordine è tollerato; è l’indignazione a essere considerata una scortesia.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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