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Garlasco, una storia infinita

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Garlasco, una storia infinita

Un inestricabile garbuglio giudiziario

Aveva ragione nonna Luigia, nata sul finire del XIX secolo, che aveva frequentato solo la seconda elementare: stai lontano dalla giustizia, ripeteva col dito puntato.

Intendeva insegnare l’onestà che accompagnò la sua lunga vita, ma anche consigliare di tenersi alla larga dai meccanismi legali, dai cavilli di giudici e avvocati.

Armata della diffidenza dei poveri, aveva ragione. Il caso dell’omicidio di Garlasco, un inestricabile garbuglio giudiziario, ne è la prova.

L’assassinio della giovane Chiara Poggi nel 2007 è ancora irrisolto, nonostante la dubbia condanna del fidanzato Alberto Stasi dopo cinque processi e due iniziali assoluzioni.

Il guazzabuglio parla di possibile corruzione di pubblici ufficiali, prove scientifiche occultate o manipolate.

Nelle indagini contro il nuovo indiziato, Andrea Sempio, come per  Stasi – in semilibertà dopo un decennio di gattabuia – le prove scarseggiano. Si punta sugli indizi, in un oceano di perizie e controperizie, tra vere o false indiscrezioni.

Manca la verità, benché quella processuale, il giudicato penale, indichi nello Stasi l’assassino.

Non sarebbe l’unico errore giudiziario o il solo caso irrisolto, se l’ex “biondino dagli occhi di ghiaccio” fosse innocente. Ciò che rende unico il caso Garlasco – vince la sineddoche, la figura retorica che identifica il tutto con la parte – è qualcosa di più.

Il processo, l’indagine, il livoroso dibattito fine a se stesso vanno in scena ogni giorno sulle reti nazionali pubbliche e private, sui giornali e sulle reti sociali. Si sono formati schieramenti a favore o contro i due accusati, in un quotidiano tritacarne mediatico che non risparmia nessuno.

Molte vite sono state spezzate, oltre a quella della vittima. Molte altre si esibiscono alle luci della ribalta in un impressionante girotondo di avvocati, periti, consulenti delle più varie specialità, genetisti, criminologi, criminalisti (?) psicologi, psichiatri, giuristi, attorniati da un coro querulo e petulante di giornalisti, opinionisti assortiti, nani e ballerine.

Ciascuno si ritaglia non solo il quarto d’ora di celebrità alla Andy Warhol, ma difende con le unghie e con i denti una rendita di posizione e copiosi redditi.

Avvocati e consulenti delle parti, figuranti e figure di contorno, ma soprattutto gli addetti del circo mediatico, lucrano sulla vittima di un omicidio notorietà, pubblicità, reddito.

Il parterre delle innumerevoli trasmissioni televisive diventano attori retribuiti impegnati a gareggiare a chi la spara più grossa e a chi sfodera l’ultima indiscrezione.

Conta anche l’immagine: assistiamo a sfilate di moda mentre i conduttori aizzano sapientemente battibecchi, liti, zuffe da cortile tra signori e signore un attimo prima sussiegosi, compunti distillatori della loro scienza (genetisti, giuristi, psicoterapeuti) o delle ultime notizie (giornalisti e opinionisti).

Un mestieraccio, ammettiamolo, che costringe a compulsare infiniti tomi di consulenze, atti giudiziari, perizie e controperizie. Si è costituita una nuova categoria di esperti, i garlaschesi.

Il punto è però che tutto nasce da una giovane assassinata, senza pace neppure nella tomba. Nulla conta il dolore della famiglia quotidianamente esposto al pubblico tra dettagli macabri, particolari intimi, squarci di vita che dovrebbero appartenere alla sfera privata.

Mille processi celebrati nell’arena mediatica, con una giuria popolare grande come l’Italia, ma tre famiglie soffrono e sono distrutte. Oltre a quella della povera Chiara, gli Stasi (il babbo morì di crepacuore) e i Sempio che lottano per salvare il figlio.

È sicura la rovina economica. Molti sciacalli pasteggiano e troppi avvoltoi svolazzano. Ne è prova l’accanimento dei periti divi televisivi, dei giornalisti ‘investigativi’, di avvocati esibizionisti, l’evidente acredine che li divide, segno che ciascuno gioca una partita personale estranea alla giustizia e al dramma di tanti anni fa.

Crolla la reputazione del reparto scientifico dei Carabinieri, colpito da faide, dispareri, errori, carenze clamorose. Ufficiali e sottufficiali dell’Arma sono sospettati di corruzione, oltreché di imperizia.

Qualcuno balbetta giustificazioni dinanzi alle telecamere, dalle quali dovrebbe tenersi lontano per dignità personale e rispetto della divisa.

Mentre il circo mediatico e le opposte fazioni di esperti sono chiaramente interessate a continuare il macabro ma lucroso gioco, resiste la triste verità fattuale: da qualche parte c’è un assassinio.

Giusto, nonna, meglio lontani dalla giustizia, una parola di cui di cui non si sa se ridere o piangere. Turba il basso livello della classi cosiddette colte. Tali dovrebbero essere magistrati, legali, consulenti, periti delle più svariate scienze, giornalisti.

Invece sono nani e ballerine che danzano al ritmo imposto dalla comunicazione, da interessi non sempre limpidi, dal narcisismo.

Soffre la famiglia della morta, crolla la vita del nuovo indagato, sperano nella revisione del processo il condannato e sua madre.

Quanto è stato speso, in denaro pubblico, parcelle, fatture, compensi televisivi e altri mille rivoli per non accertare un bel nulla?

Se anche Sempio venisse condannato – il che è assai dubbio – una nuova verità giudiziaria non sarebbe necessariamente la verità dei fatti. La sorte di Stasi è appesa a un cortocircuito.

Si può istruire un nuovo processo – in tribunale, non in TV , sulla stampa o nei social media – in presenza di una condanna definitiva a carico di un altro imputato?

E la revisione del primo processo, quando e come potrà avvenire?

Insomma, stai lontano dalla giustizia. Se non ti mettono in mezzo, con la rovina personale, la devastazione della famiglia, della condizione economica, la fine della sfera privata.

Domanda fintamente ingenua: l’esercito di protagonisti, esperti, giornalisti, legali, figuranti mediatici, vuole la verità?

Garlasco è un reddito sicuro: che guaio se qualcuno confessasse o uscisse come il coniglio dal cappello del prestigiatore, la prova regina che incastra l’assassino.

Quanti disoccupati, quanti redditi sfumati. Sulla pelle di una poveretta e di chi è nel tritacarne.

L’Italia di Garlasco trasforma una tragedia in rappresentazione dalle mille repliche, con compagnie di giro che si contendono gli spettatori. Pare evidente la sconfitta, il discredito delle indagini scientifiche.

Meglio i vecchi metodi di ieri, fiuto e osservazione, o l’epopea scientista, il baraccone di chi tutto sa e risolve ogni enigma con gli occhi sul microscopio, coadiuvato da quadrate legioni di psicologi, psichiatri, esperti di scena del crimine, analisti ‘personologici’ pronti ad offrire la soluzione che incastra il cattivo?

La triste realtà è che un cattivo esiste e che qualcuno campa di indagini, pareri, opinioni a fattura.

Stai lontano dalla giustizia, a Garlasco, ma anche Trieste e Pietracatella. Altri romanzi d’appendice aumentano le puntate sulla pelle di morti innocenti e di presunti colpevoli.

Cinque anni fa una sessantenne triestina venne ritrovata morta in un bosco avvolta in sacchetti dell’immondizia e legata. Incredibile verdetto iniziale: suicidio.

Dopo cinque anni e la trasformazione in mostro del marito, un eccentrico anziano dall’improbabile abbigliamento, emergono vari DNA estranei al coniuge, agli amici e alla famiglia della poveretta.

Vittima due volte, poiché da anni la sua vita è stata dissezionata, i suoi veri o presunti amori resi di pubblico dominio. Quanto al marito – probabilmente estraneo – è solo e  in bolletta. Del killer nessuna traccia, a parte quelle biologiche di Ignoto X.

Non è solo la sconfitta della giustizia; crolla il credito dell’intero sistema. E’ una ben piccola e decadente Italia, quella che opera nel settore della giustizia. Piccola come Pietracatella, il paesino in cui sono state avvelenate madre e figlia con una sostanza quasi sconosciuta.

Indagini scientifiche, analisi affidate a un istituto tedesco, perquisizioni finanche nei computer delle scuole. Non sappiamo se l’assassino/a tremi o rida.

È questa la tragedia ulteriore, come a Trieste, Garlasco e forse altrove.

Chi tutela le vittime, i loro cari, chi dà un termine alle sofferenze di chi non è potuto stare lontano dalla giustizia?

Chi scaccia sciacalli e avvoltoi, chi restituisce dignità alla stessa giustizia, nella quale dobbiamo pur confidare?

Garlasco, Italia.

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