I provvedimenti relativi a Covid-19 e le loro tragiche conseguenze
Questi articoli sono tratti dal dossier steso da Silvano Danesi nell’anno più buio del Covid. Dossier che si è concluso il 30 luglio 2020.
Nell’inchiesta della Procura di Bergamo sulla mancata chiusura dell’ospedale di Alzano e poi sulla mancata zona rossa in Val Seriana c’è la ricostruzione di cosa accadde tra la notte del 22 febbraio e i primi giorni di marzo, che ha portato a un’impennata di morti di quasi il 600% (oltre 6mila casi) rispetto allo stesso periodo dell’anno prima, concentrati prevalentemente nella popolazione anziana e fragile, con patologie pregresse.

I comitati delle famiglie che hanno subito lutti hanno fatto denunce e chiesto l’intervento degli inquirenti.
Dopo la scoperta del «paziente 1» di Codogno, nel lodigiano, appaiono due casi di Coronavirus nel pronto soccorso di Alzano. Era il 22 febbraio e il responsabile della struttura, che dipende dall’ospedale di Seriate, chiede che venga chiusa ai visitatori e agli altri eventuali pazienti.
La richiesta viene girata alla ASST di Bergamo Est, la struttura sociosanitaria che organizza il territorio.
Da qui la palla passa alla Regione Lombardia, la cui struttura tecnica sanitaria è guidata da Luigi Cajazzo, già in Regione dai tempi di Formigoni.
Dall’ufficio di Cajazzo parte l’ordine di lasciare aperto l’ospedale di Alzano. L’assessore al Welfare Giulio Gallera, già ascoltato dalla Procura di Bergamo, ha spiegato il perché: «Ci avevano dato rassicurazioni sulle sanificazioni».
I casi continuano a crescere nei i giorni seguenti.
Non viene chiesta la zona rossa per molti giorni, anche perché questa è un’area altamente produttiva, con molte aziende e moltissimi occupati.
Tuttavia tra il 26 febbraio e il primo marzo la crescita è preoccupante.
Dal 3 marzo la Regione chiede ufficiosamente un intervento, presentando i dati del suo Comitato tecnico scientifico, all’Istituto Superiore della Sanità e al governo.
Tra il 3 e il 5 di marzo numero di contagi si impenna, superando le mille unità ufficiali. Il focolaio peggiore è quello di Alzano Lombardo, dove Covid-19 si diffonde, soprattutto, dall’ospedale Pesent i- Fenaroli, chiuso e poi riaperto, dopo poche ore, domenica 23 febbraio, quando vengono certificate le prime due positività al Coronavirus.
Così tra il presidente Fontana e il governo si inizia a ragionare sulla chiusura dei due comuni (a cui potrebbero aggiungersi i confinanti Albino e Villa di Serio).
Il 3 marzo sul tavolo di Giuseppe Conte e del ministro Roberto Speranza arriva la prima nota del Comitato tecnico-scientifico, con la proposta “di adottare le opportune misure restrittive già adottate nei comuni della ‘zona rossa’”, come scrive il Corriere della Sera e come ha ricostruito anche Il Fatto Quotidiano (vedi Il Fatto Quotidiano 06.04. 2020).
Il giorno successivo il presidente del Consiglio chiede maggiori “approfondimenti” agli esperti.
Giovedì 5 viene inviato un secondo documento a firma di Silvio Brusaferro, dell’Istituto superiore di sanità: “I dati in possesso rendono opportuna l’adozione di un provvedimento che inserisca Alzano Lombardo e Nembro nella zona rossa”.
I carabinieri pronti a chiudere la zona
Nella stessa settimana i carabinieri chiedono alla polizia locale di Nembro informazioni su varchi, checkpoint e strade da chiudere. Intanto, la statale che percorre la Valle Seriana viene percorsa dalle camionette dell’esercito. A Verdellino, a 30 chilometri dai due comuni già duramente colpiti dal
Covid-19, è un via vai di mezzi dell’arma.

Tra il comando dei carabinieri – una tenenza – e l’Hotel Palace, un grande albergo a quattro stelle che dista appena 300 metri, il venerdì si radunano decine di carabinieri.
“Ho chiamato il nostro tenente – racconta il sindaco Silvano Zanoli a Il Fatto Quotidiano (vedi Il Fatto Quotidiano 06.04. 2020) – e mi ha spiegato che venivano da tutta la Lombardia e che li avrebbero coordinati da lì. Coordinati per cosa? Per la zona rossa, anche se non c’era nulla di ufficiale. Mi disse che stava aspettando istruzioni”.
Sono 120 Carabinieri che verranno impiegati a breve per l’emergenza Coronavirus.
La notte tra il 5 e il 6 marzo i militari si posizionano nei confini di Alzano e Nembro, i due paesi più colpiti, ma il 6 marzo i militari tornano indietro.
Si capirà solo la sera che il Governo ha deciso di istituire una zona arancione in tutta la Lombardia: livello alto di attenzione, ma libertà di movimento tra i territori.
I malumori del mondo produttivo
I malumori tra gli esponenti del mondo produttivo sono evidenti. Dopo l’errore, come ha ammesso il presidente Stefano Scaglia (vedi Il Fatto quotidiano 31.03.2020) di pubblicare il 28 di febbraio il video Bergamo is running, Confindustria Bergamo, quattro giorni dopo, su Instagram, rinnova lo slogan.
“Allo stesso tempo – si legge su Il Fatto Quotidiano 06.04. 2020), da quanto ha potuto ricostruire Il FattoQuotidiano.it, si salda tra alcune aziende locali, il presidente di Confindustria Lombardia e i vertici degli industriali di Roma un’asse per manifestare il proprio dissenso nei confronti dell’imminente provvedimento.
Il 3 marzo, Pierino Persico della Persico spa al TGR Lombardia: «Abbiamo paura che Stati Uniti e Germania ci tolgano l’ordine per importanti commesse. Siamo preoccupati, ci dipingono come appestati», mentre la giornalista indica un enorme trimarano «che dev’essere consegnato entro la fine di marzo».
Sempre Persico, il 6 di marzo, a RaiNews24, sulla zona rossa: «Rischia di metterci in ginocchio. Chi non è nell’impresa non può capire cosa significa perdere il giro per i prossimi ordini».
Il presidente di Confindustria Lombardia il 29 di febbraio parlava di «danno di immagine» con «l’Italia isolata da sola» e con la zona rossa «che crea danni economici anche alle altre aziende, il 10 di marzo pubblicherà un documento per ribadire il no alla chiusura delle industrie».
La sera di sabato 7, lungo il confine tra Alzano Lombardo e Villa di Serio, ci sono i volontari della Protezione civile. Alle 22, la giornalista di ValserianaNews, Gessica Costanzo, li intercetta. “Aspettiamo che vengano a chiudere” le dicono. Stasera? La risposta è “sì”. Ma non sarà così. Infatti il Governo sceglie la zona arancione per la Lombardia (8 marzo) e, in un secondo momento, per tutta l’Italia (11 marzo).
Sin qui i fatti.
I magistrati della Procura di Bergamo, guidati dal magistrato a capo dell’inchiesta, Maria Teresa Rota, aprono un’inchiesta per appurare fatti e responsabilità.
La linea difensiva del Governo è che anche la Regione poteva istituire la zona rossa, come previsto dall’articolo 32 della legge 23 dicembre 1978 n.833». Una tesi che non regge.
Come spiegato dall’ex giudice dalla Consulta Sabino Cassese, l’articolo citato fa riferimento a decisioni ordinarie “in materia di igiene e sanità pubblica”, ma in questo caso ci troviamo sicuramente di fronte a una “profilassi internazionale”, ovvero alla necessità di arginare un’epidemia.
La legge 23 dicembre 1978 n.833 (che ha istituito il Servizio sanitario nazionale) all’articolo 6 recita:



L’articolo 6 della stessa legge però recita quanto segue:

Inoltre, l’articolo 117 della Costituzione (lett. “q”) chiarisce che questa è competenza dello Stato al 100%, senza discussioni.
Art. 117 della Costituzione: “Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie: […] profilassi internazionale”.
Più chiaro ancora l’articolo 120 della Costituzione.
Art. 120 della Costituzione: “La Regione non può […] adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni”.
E’ evidente che la Regione non ha poteri sulla profilassi internazionale e non può operare chiusure di alcun territorio in quanto violerebbe la libera circolazione delle persone e delle cose.
Questa tesi, fino a marzo, pareva essere condivisa da chiunque anche all’interno della maggioranza. Il ministro Boccia aveva dichiarato in un’audizione alla Camera che «in caso di emergenza nazionale decide lo Stato» e «spetta allo Stato e solo allo Stato intervenire».
Nessun dubbio anche per il ministro degli Interni Luciana Lamorgese, che l’8 marzo, in un passaggio della circolare diffusa per chiarire alle prefetture i contenuti del decreto con il quale l’intera Lombardia veniva dichiarata “zona rossa”, spiegava che «va rilevata l’esigenza che in ogni caso, e soprattutto in questo delicato momento, non vi siano sovrapposizioni di direttive aventi incidenza in materia di ordine e sicurezza pubblica, che rimangono di esclusiva competenza statale e che vengono adottate esclusivamente dall’autorità nazionale e provinciali di pubblica sicurezza».
Si tratta delle ordinanze per «evitare ogni spostamento delle persone fisiche in entrata e in uscita dai territori in questione, nonché all’interno dei medesimi».

La tesi di fondo di Palazzo Chigi è che fermare Alzano e Nembro era inutile, perché ormai il contagio era troppo diffuso in Lombardia ed era meglio chiudere tutta la Regione.
Gli esperti di Palazzo Chigi, però, avevano dato indicazioni diverse.
Il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro ha detto di aver ben chiarito in una serie di documenti spediti alla presidenza del Consiglio i rischi che avrebbe comportato una mancata chiusura delle valli bergamasche, consigliando di fermare tutto nei primi giorni di marzo.
Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità, lo ha ripetuto anche l’11 giugno 2020 su Raitre, ad Agorà: «Noi abbiamo sollevato l’attenzione sulle aree dove c’era il numero maggiore di casi e sono state fatte, con una tempistica stringente e non perdendo assolutamente tempo, tutte le analisi che hanno permesso al decisore politico di fare le scelte del caso».
Il primo marzo il governo aveva emanato un altro DPCM per modificare lo status delle zone rosse e arancioni, mantenendo quindi il pieno controllo sulla pratica.
Il testo del DPCM del 1° marzo 2020, qui riprodotto nelle parti che interessano, distingueva le misure sulla base delle aree geografiche d’intervento tra:
- Il testo del DPCM del 1° marzo 2020, qui riprodotto nelle parti che interessano, distingueva le misure sulla base delle aree geografiche d’intervento tra:
- Misure applicabili nei comuni della “zona rossa” (Bertonico; Casalpusterlengo; Castelgerundo; Castiglione D’Adda; Codogno; Fombio; Maleo; San San Fiorano; Somaglia; Terranova dei Passerini; Vo’).
- Misure applicabili nelle regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto e nelle province di Pesaro e Urbino e di Savona.
Per tali regioni e province si stabilisce la sospensione di alcune attività con la previsione del distanziamento, nonché la limitazione dell’accesso dei visitatori alle aree di degenza, da parte delle direzioni sanitarie ospedaliere e la rigorosa limitazione dell’accesso dei visitatori agli ospiti nelle residenze sanitarie assistenziali per non autosufficienti.
- Misure applicabili nelle province di Bergamo, Lodi, Piacenza e Cremona.
Per tali province si stabilisce la chiusura nelle giornate di sabato e domenica delle medie e grandi strutture di vendita e degli esercizi commerciali presenti all’interno dei centri commerciali e dei mercati, ad esclusione delle farmacie, delle parafarmacie e dei punti vendita di generi alimentari.
- Misure applicabili nella regione Lombardia e nella provincia di Piacenza.
In tali territori si applica altresì la misura della sospensione delle attività di palestre, centri sportivi, piscine, centri natatori, centri benessere, centri termali (fatta eccezione per l’erogazione delle prestazioni rientranti nei “livelli essenziali di assistenza”), centri culturali, centri sociali, centri ricreativi.
Per tali regioni e province si stabilisce la sospensione di alcune attività con la previsione del distanziamento, nonché la limitazione dell’accesso dei visitatori alle aree di degenza, da parte delle direzioni sanitarie ospedaliere e la rigorosa limitazione dell’accesso dei visitatori agli ospiti nelle residenze sanitarie assistenziali per non autosufficienti.
- Misure applicabili nelle province di Bergamo, Lodi, Piacenza e Cremona.
Per tali province si stabilisce la chiusura nelle giornate di sabato e domenica delle medie e grandi strutture di vendita e degli esercizi commerciali presenti all’interno dei centri commerciali e dei mercati, ad esclusione delle farmacie, delle parafarmacie e dei punti vendita di generi alimentari.
- Misure applicabili nella regione Lombardia e nella provincia di Piacenza.
In tali territori si applica altresì la misura della sospensione delle attività di palestre, centri sportivi, piscine, centri natatori, centri benessere, centri termali (fatta eccezione per l’erogazione delle prestazioni rientranti nei “livelli essenziali di assistenza”), centri culturali, centri sociali, centri ricreativi.
Infine varie misure applicabili sull’intero territorio nazionale.
Va notato che il livello di “sicurezza” della zona rossa regionale istituita l’8 marzo non è certo stato quello di Codogno, ovvero uno stop completo, che verrà deciso solo il 22 marzo.
Locatelli e Brusaferro avevano proposto le loro tesi già in un importante vertice il 3 marzo, chiedendo la serrata. All’incontro era presente anche un emissario lombardo: l’assessore Gallera, il quale aveva a sua volta espresso parere positivo alle chiusure. Tutti d’accordo, compreso il ministero della Salute.
Al termine del vertice pareva chiaro che si sarebbe proceduto con un ordine governativo, esattamente come successo a Codognoe tutti si aspettavano che il giorno dopo la prefettura predisponesse i posti di blocco.
In effetti quest’ordine venne dato da Roma e l’esercito si preparò a fermare i collegamenti. Dopodiché nel giro di 24 ore è arrivato un contrordine dal governo, che ha continuato a lasciare libera la circolazione.
Non va dimenticato che il 25 febbraio il presidente delle Marche, Luca Ceriscioli ha convocato una conferenza stampa per annunciare un’ordinanza di chiusura delle scuole fino al 4 marzo. Con una telefonata in diretta durante la conferenza stampa il presidente Conte ha rivendicato a sé la potestà di decidere.
Il giorno dopo il presidente Ceriscioli ha comunque emesso l’ordinanza, accusando un secondo no di Conte e del ministro per le Regioni Francesco Boccia, che ha impugnato il provvedimento del Governatore delle Marche avanti al Tar, il quale il 27 febbraio ha dato ragione al Governo.
Il precedente è significativo della volontà del Governo di non lasciare alcuno spazio di iniziativa alle Regioni.
Quante vite si sarebbero risparmiate se si fosse provveduto con largo anticipo a isolare i focolai?
Alla domanda, come riportato supra, ha risposto. in un convegno organizzato a Bergamo dall’Associazione Italiana Professori di Diritto Amministrativo, Walter Ricciardi, affermando, come riporta L’Eco di Bergamo del 26 maggio 2020, che “se le decisioni fossero state prese due settimane prima e avevamo tutti gli elementi per farlo, sarebbe andata meglio. In sostanza: le vite salvate potevano essere di più”.
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