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Libia, la geografia del potere

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Libia, la geografia del potere

Petrolio, successione e ritorno strategico nel Mediterraneo

La Libia sta tornando al centro della competizione geopolitica mediterranea in un momento nel quale la ridefinizione degli equilibri interni si intreccia con la riapertura del settore energetico agli investimenti internazionali e con il tentativo delle potenze esterne di ricomporre una frattura politica che dura dal 2011.

L’ascesa di Saddam Haftar, figlio del generale Khalifa Haftar non deve essere vista come una successione familiare ai vertici dell’apparato militare della Cirenaica ma quale parte di una trasformazione più ampia per il controllo del territorio, delle frontiere meridionali, delle rendite petrolifere e delle relazioni internazionali, praticamente la premessa per ridefinire il ruolo e il “ritorno” della Libia nel Mediterraneo.

L’iniziativa diplomatica promossa da Massad Boulos, consigliere dell’amministrazione Trump per gli affari africani e arabi, volta a favorire una ricomposizione politica fra il campo orientale guidato dagli Haftar e quello occidentale legato al primo ministro Abdul Hamid Dbeibah.

Fra gli scenari prospettati figura una possibile presidenza di Saddam Haftar in una Libia riunificata, accompagnata dalla permanenza di Dbeibah alla guida del governo o dalla nomina di un esponente della sua famiglia.

L’ipotesi non costituisce un accordo formalizzato, ma segnala l’interesse americano a ricondurre sotto un unico assetto istituzionale due centri di potere che controllano territori, apparati armati e risorse economiche differenti.

Una ricomposizione negoziata dall’alto potrebbe ridisegnare gli equilibri politici del Paese, ma non garantirebbe automaticamente la ricostruzione di istituzioni nazionali condivise.

La questione decisiva riguarda chi eserciterebbe il controllo effettivo sulle forze armate, sulle entrate petrolifere e sulle infrastrutture strategiche.

È su questo terreno che la successione nella Cirenaica si intreccia con gli interessi americani e con la più ampia competizione per l’influenza nel Mediterraneo.

La nomina di Saddam Haftar a comandante in capo ad interim delle forze orientali, nell’agosto 2026, e il successivo avvicendamento alla presidenza del Parlamento di Bengasi, il 6 ottobre, hanno consolidato la sua posizione all’interno del sistema costruito dal padre.

Il riconoscimento della nuova presidenza parlamentare da parte degli Stati Uniti e della missione delle Nazioni Unite rafforza la rilevanza diplomatica di questo passaggio, ma non equivale al riconoscimento internazionale di Saddam Haftar come futuro capo di uno Stato libico riunificato.

La successione resta un processo politico aperto, attraversato anche da rivalità fra i figli del generale e da equilibri interni che non possono essere considerati definitivamente stabilizzati.

Ma è la geografia a dettare legge, la Libia occupa una posizione centrale nel Mediterraneo meridionale, di fronte all’Italia e lungo l’asse che collega il Canale di Sicilia al Mediterraneo orientale, all’Egitto e al Levante.

Alle spalle della fascia costiera si estende il Fezzan, attraverso il quale il territorio libico si connette al Niger, al Ciad, al Sudan e al sistema saheliano.

È qui che la geografia libica si salda alle crisi che attraversano il continente, dal Mar Rosso al Corno d’Africa, dalle tensioni lungo il Nilo e nel bacino del Tigri e dell’Eufrate fino all’instabilità del Sahel, dove sicurezza delle rotte, controllo delle risorse e competizione per le infrastrutture ridisegnano gli equilibri regionali.

La Libia è dunque una cerniera fra Europa e Africa, fra Mediterraneo e profondità sahariana, in un sistema di corridoi energetici, commerciali e strategici la cui importanza supera i confini nazionali.

Questa collocazione attribuisce alla Libia una profondità strategica che va ben oltre la sua produzione di idrocarburi, il controllo della costa permette di incidere sulla sicurezza delle rotte centrali del Mediterraneo; il controllo del Sud consente di esercitare influenza sulle frontiere, sui flussi migratori e sui circuiti di contrabbando; il controllo dei principali impianti petroliferi e dei terminali di esportazione determina, infine, la capacità di trasformare una risorsa nazionale in leva economica e diplomatica.

La riunificazione libica, se mai dovesse realizzarsi, non sarebbe quindi soltanto una ricomposizione istituzionale, significherebbe riunire sotto un’unica autorità un sistema territoriale che collega Mediterraneo, Sahara e Sahel.

L’11 febbraio 2026 la National Oil Corporation ha annunciato i risultati della prima tornata di assegnazione di licenze esplorative dopo diciassette anni.

Tra i beneficiari figurano Eni e QatarEnergy per un’area offshore del bacino della Sirte, Chevron per un blocco terrestre nella stessa provincia petrolifera e consorzi comprendenti Repsol, MOL e la compagnia petrolifera turca TPOC.

Si tratta di concessioni esplorative, non della prova di una nuova capacità produttiva già disponibile, ma il loro significato è rilevante, la Libia cerca di riaprire il proprio sistema energetico alla cooperazione internazionale e di attrarre capitali, tecnologie e competenze per sviluppare risorse rimaste in parte inesplorate.

Il petrolio libico presenta caratteristiche particolarmente apprezzate da numerose raffinerie mediterranee e internazionali molte delle principali qualità prodotte nel Paese sono greggi leggeri e a basso contenuto di zolfo, anche se le caratteristiche variano da un giacimento all’altro.

La vicinanza geografica ai mercati europei riduce i tempi di trasporto rispetto alle forniture provenienti da bacini più distanti e conferisce alla Libia un vantaggio logistico che, in una fase di crescente instabilità delle rotte energetiche, assume un valore ulteriore.

La crisi di Hormuz e le tensioni che investono il Mar Rosso stanno ridisegnando le priorità dell’approvvigionamento internazionale, imponendo alle potenze importatrici di diversificare le fonti e ridurre l’esposizione ai passaggi marittimi più vulnerabili.

Il greggio libico, prevalentemente leggero e a basso contenuto di zolfo, può offrire alle raffinerie europee una fonte alternativa geograficamente raggiungibile attraverso rotte mediterranee relativamente brevi.

La Libia non può sostituire i volumi energetici del Golfo né risolvere da sola una crisi globale dell’offerta, ma può contribuire a ridurre alcune dipendenze e ad accrescere il margine di sicurezza degli approvvigionamenti europei.

Nella trasformazione della geografia energetica si inserisce il rinnovato interesse statunitense per il Paese, con il ritorno di Chevron, che nel febbraio 2026 ha ottenuto una licenza esplorativa nel bacino della Sirte, e la diplomazia promossa dall’amministrazione Trump indica una volontà di recuperare influenza in un territorio strategico, nel quale si sovrappongono interessi energetici, sicurezza mediterranea e competizione internazionale.

Per Washington, una Libia più stabile e aperta agli investimenti occidentali potrebbe contribuire alla diversificazione delle forniture, rafforzare i collegamenti energetici con l’Europa e limitare lo spazio d’influenza di potenze concorrenti.

La risorsa non determina automaticamente il potere la produzione libica dipende da giacimenti distribuiti in aree differenti, da oleodotti che attraversano territori sottoposti a equilibri locali e da terminali costieri la cui operatività può essere condizionata da tensioni politiche o militari.

Hormuz concentra il rischio dell’interruzione, la Libia rappresenta una possibile piattaforma di diversificazione nel Mediterraneo centrale.

Anche il rapporto con l’Italia, attraverso il gasdotto GreenStream collega la produzione libica dei campi di Wafa e Bahr Essalam alla Sicilia, costituendo un’infrastruttura diretta di approvvigionamento per il mercato italiano.

ENI continua a operare nel Paese e nel febbraio 2026 si è aggiudicata, insieme a QatarEnergy, una nuova licenza esplorativa offshore nel bacino della Sirte.

La cooperazione energetica fra Roma e Tripoli, pertanto, non riguarda soltanto il volume delle forniture, ma la sicurezza di una connessione fisica che lega la stabilità della costa libica alla sicurezza energetica europea.

La Turchia mantiene una presenza rilevante nel sistema libico e possiede interessi energetici, militari e marittimi nel Mediterraneo orientale; l’Egitto considera la Cirenaica parte essenziale del proprio spazio di sicurezza; gli Emirati Arabi Uniti e altri attori regionali hanno coltivato relazioni con le diverse componenti libiche; gli Stati Uniti stanno cercando di riacquisire un ruolo politico più incisivo nella ricomposizione del Paese.

La Libia si trova così all’intersezione fra interessi europei, proiezione turca, sicurezza egiziana e competizione internazionale per l’accesso alle risorse.

La questione delle frontiere meridionali aggiunge un ulteriore livello di complessità. Il controllo del Fezzan e dei confini con Niger e Ciad viene presentato da Saddam Haftar come uno strumento di contrasto ai traffici illeciti e ai movimenti armati.

Per i governi europei, tuttavia, la capacità di controllare il territorio libico è diventata anche una variabile della gestione migratoria.

Il 13 ottobre 2026 l’Unione europea ha annunciato ulteriori 25 milioni di euro per la cooperazione con la Libia orientale, comprendendo la gestione delle frontiere, le operazioni di ricerca e soccorso e il contrasto ai trafficanti.

La decisione evidenzia un dato politico: pur riconoscendo formalmente il governo di Tripoli, l’Europa deve confrontarsi con l’autorità effettiva esercitata dagli Haftar su una parte decisiva del territorio.

La geografia reale del potere impone quindi un’interlocuzione che la geografia diplomatica ufficiale, da sola, non è in grado di risolvere.

Mentre Hormuz espone la vulnerabilità dei corridoi globali, il Nord Africa sta acquistando un valore crescente nella diversificazione degli approvvigionamenti e nella competizione per il controllo dei flussi.

La Libia potrebbe essere molto più di una successione politica, potrebbe rappresentare un tassello del ridisegno degli equilibri fra Washington, Europa e potenze regionali. La geografia non determina da sola il potere, ma stabilisce dove il potere può diventare strategico.

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