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Schiavitù del terzo millennio: Darfur e Corno d’Africa

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Lo schiavismo non è scomparso con la fine del colonialismo –  Il superiorismo arabo (Tajamu al-Araba) – La sinistra con il paraocchi non vede cosa accade oggi nel Darfur e nel Corno d’Africa

L’ipocrisia della sinistra ha raggiunto livelli che vanno oltre ogni immaginazione possibile.

L’ideologia woke, ormai adottata come nuova verità soteriologica da una sinistra che ha venduto anima e cervello al capitalismo finanziario speculativo, tra cancel culture e abolizione della storia ha chiesto all’Occidente di fare un infinito mea culpa, come se schiavismo e colonialismo fossero un obbrobrio storico di sola pertinenza della civiltà occidentale che, per questo, va cancellata, dando spazio alle civiltà degli oppressi.

Che le potenze occidentali abbiano le loro colpe storiche non v’è dubbio, ma sono in buona compagnia e, conseguentemente, i mea culpa, se li dobbiamo recitare, li reciteremo assieme agli altri oppressori, come i colonialisti schiavisti arabo-musulmani, che non sono per niente appartenenti alla civiltà occidentale e anche a coloro che oggi, non secoli fa e nemmeno decenni fa, attuano lo schiavismo, la deportazione, l’oppressione.

Oggi, non ieri e senza che la sinistra woke, con il paraocchi della finanza speculativa, veda. Meglio non vedere, così si può continuare ad essere ipocriti.

Gli schiavi del Darfur e del Corno d’Africa

“In questo inizio del XXI secolo, in Sudan, si sta svolgendo una vera e propria operazione di pulizia etnica delle popolazioni del Darfur. […]. Decisamente, dal Darfur del VII secolo al Darfur del XX, l’orrore continua con l’aggiunta, questa volta della pulizia etnica”.

A scrivere è Tidiane N’Diaye, antropologo, economista e scrittore franco-senegalese nel suo “Le génocide voilé”, titolo che l’editore italiano ha voluto cambiare in: “La tratta arabo-musulmana – 13 secoli di razzismo e di stermini”.

La tratta arabo-musulmana

Dall’aprile 2023, il Sudan è devastato da uno scontro civile tra le SAF (Sudanese Armed Forces, l’esercito regolare) e le RSF (Rapid Support Forces, nate dalla riorganizzazione dei famigerati miliziani Janjaweed, arabi del Darfur).

In questo contesto, organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, Anti-Slavery International e Human Rights Watch hanno denunciato la ricomparsa di pratiche assimilabili allo schiavismo.

Schiavitù sessuale e mercati delle schiave – Esperti dell’ONU hanno espresso grave allarme per rapporti documentati riguardanti la cattura, il rapimento e la vendita di donne e ragazze (in particolare di etnia Masalit, Fur e Zaghawa).

In diverse aree sotto il controllo delle RSF nel Darfur e a Khartoum sono state segnalate vere e proprie contrattazioni d’acquisto per sfruttamento sessuale e servitù domestica.

Lavoro forzato e arruolamento di minori – Uomini e ragazzi catturati dalle milizie vengono costretti con la forza a svolgere lavori pesanti (scavo di trincee, trasporto di munizioni, lavoro agricolo coercitivo) o arruolati forzatamente nelle fila dei combattenti.

Matrimoni forzati e riscatti – I rapimenti sistematici sono usati anche come arma finanziaria e di terrore etnico: le famiglie delle vittime vengono ricattate per il pagamento di ingenti riscatti, e in caso di mancato pagamento le donne restano prigioniere dei miliziani.

Matrice Etno-Ideologica

Sebbene la maggior parte della popolazione del Darfur sia di fede musulmana (compresi i gruppi etnici autoctoni africani come Fur, Masalit e Zaghawa), il conflitto assume una forte caratterizzazione razziale ed etnica, anziché strettamente religiosa.

Siamo in presenza di un superiorismo arabo (Tajamu al-Araba): ideologia che muove molte milizie Janjaweed/RSF e che fa perno sul dominio e la supremazia delle tribù arabe nomadi sulle popolazioni autoctone africane sedentarie, considerate “inferiori” o riducibili al rango di servitù. Vecchia storia: pastori nomadi contro agricoltori stanziali.

Il collasso delle istituzioni statali e l’assenza di stato di diritto permettono inoltre ai signori della guerra di riattivare codici feudali e di predazione senza alcuna sanzione giudiziaria.

Oggi nel Darfur non esiste una tratta strutturata o legalizzata in senso classico, ma il collasso statale e il conflitto civile hanno riportato in vita forme brutali di schiavitù moderna.

Le milizie arabo-musulmane (RSF e Janjaweed) utilizzano il rapimento, la servitù domestica, lo sfruttamento sessuale e il lavoro forzato come armi di pulizia etnica e sottomissione verso le popolazioni nere africane della regione.

Gli alleati occidentali dei signori della guerra

I mercenari russi dell’ex Gruppo Wagner (oggi riorganizzati sotto la struttura del ministero della Difesa russo nota come Africa Corps) sono alleati delle RSF (Rapid Support Forces, guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti).

La Wagner controlla o collabora con le RSF per la gestione e l’estrazione illegale dell’oro nelle miniere del Sudan. L’oro contrabbandato verso la Russia viene impiegato per finanziarne le operazioni militari e sostenere l’economia russa colpita dalle sanzioni.

I russi hanno fornito sistemi d’arma, munizioni e supporto logistico alle RSF (spesso attraverso basi vicine in Libia o Repubblica Centrafricana).

Sebbene la Wagner/Africa Corps abbia sostenuto attivamente le RSF, la diplomazia ufficiale del Cremlino ha mantenuto una posizione pragmatica, avviando trattative parallele anche con l’esercito regolare sudanese (SAF) per ottenere l’autorizzazione a costruire una base navale russa sul Mar Rosso a Port Sudan.

I servizi segreti e le forze speciali dell’Ucraina (in particolare appartenenti all’HUR) sono intervenuti nel Paese a fianco delle SAF (Sudanese Armed Forces, l’esercito regolare guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan).

L’obiettivo dell’Ucraina è neutralizzare gli operativi russi ovunque si trovino. Intervenendo in Sudan, Kyiv mira a tagliare le linee di rifornimento di risorse (come l’oro) che Mosca usa per finanziare la guerra contro l’Ucraina.

Unità ucraine d’élite sono state impiegate sul campo vicino a Khartoum per condurre blitz, addestrare reparti locali e colpire con droni e tattiche d’assalto i combattenti della Wagner e le RSF.

Il condizionamento esterno da parte dei Paesi arabi del Golfo Persico e del Medio Oriente ha un’incidenza decisiva e strutturale sulle dinamiche sociopolitiche e militari del Sudan e del Darfur.

Questo condizionamento non si limita a un’influenza culturale o religiosa, ma si manifesta come una vera e propria guerra per procura (proxy war), unita alla competizione per il controllo delle risorse minerarie e degli sbocchi strategici sul Mar Rosso.

Gli arabi musulmani all’opera nel Darfur

Gli Emirati Arabi Uniti rappresentano l’attore arabo con l’impatto più profondo e controverso nella crisi attuale. Numerose inchieste delle Nazioni Unite e di organizzazioni internazionali documentano come gli EAU abbiano fornito armamenti avanzati, droni e finanziamenti alle Rapid Support Forces (RSF) guidate da Hemedti.

Tali rifornimenti transitano attraverso reti logistiche e Paesi terzi della regione (come Ciad, Libia e Repubblica Centrafricana).

Tra le RSF e le reti emiratensi esiste un asse economico solido: la gran parte dell’oro estratto (spesso illegalmente) dalle miniere del Darfur e del Sudan viene esportato verso Dubai. Questo canale garantisce enorme liquidità alle milizie paramilitari e finanziamenti diretti.

Gli EAU puntano a consolidare la propria presenza sui porti del Mar Rosso e ad assicurarsi vaste concessioni di terreno agricolo in Sudan per garantire la propria sicurezza alimentare.

Il Cairo considera la stabilità del Sudan una questione di sicurezza nazionale diretta (legata anche alla gestione delle acque del Nilo) e sostiene con forza l’esercito regolare (SAF) del generale al-Burhan per evitare la nascita di uno “Stato controllato da milizie” ai propri confini meridionali.

Riyadh cerca di posizionarsi come mediatore di pace (ospitando ad esempio i colloqui di Gedda), ma compete apertamente con gli EAU per l’egemonia sul Mar Rosso. L’Arabia Saudita teme l’eccessiva destabilizzazione della sponda sudanese, che minaccerebbe i propri progetti di sviluppo lungo la costa.

Qatar e Turchia sostengono tradizionalmente le componenti legate all’Islam politico e le istituzioni statali tradizionali sudanesi, opponendosi all’espansione dell’influenza emiratense.

Impatto arabo sulle violenze e sulla demografia del Darfur

L’influenza esterna degli Stati del Golfo e mediorientali incide sulla vita della popolazione civile in diversi modi. Anzitutto con il prolungamento della guerra civile.

Il flusso costante di capitali, armi e tecnologia bellica da parte dei patron esterni impedisce una soluzione diplomatica, alimentando una spirale di violenza incessante.

Il sostegno incondizionato garantito alle RSF rafforza la loro impunità sul campo. Ciò si traduce direttamente in campagne di violenza mirata, sfollamenti forzati e sottomissione contro le popolazioni africane autoctone non arabe (come i Masalit e i Fur).

L’uso dei combattenti sudanesi come “mercenari” in conflitti esteri (come avvenuto in passato in Yemen o in Libia in cambio di finanziamenti dal Golfo) ha portato a una capillare militarizzazione della società.

Pertanto, il condizionamento esterno arabo-musulmano – guidato dalle ambizioni strategiche ed economiche degli Stati del Golfo e dell’Egitto – è uno dei principali motori che alimentano il conflitto sudanese.

Senza il sostegno finanziario e militare esterno alle fazioni in lotta, le milizie locali non avrebbero la capacità di perpetuare l’occupazione e le violenze sistematiche che affliggono il Darfur.

Lo schiavismo odierno in Africa

Lo schiavismo in Africa oggi non è un fenomeno unico, né coincide soltanto con la compravendita di esseri umani. Si manifesta attraverso forme diverse di schiavitù moderna, lavoro forzato, servitù per debiti, tratta di persone, sfruttamento sessuale e assoggettamento di popolazioni vulnerabili da parte di gruppi armati o reti criminali.

Per comprenderlo, occorre distinguere almeno tre livelli:

  • Schiavitù tradizionale e discendenza servile: persone e famiglie che rimangono subordinate a determinate gerarchie sociali, talvolta per generazioni.
  • Schiavitù economica: lavoratori privati della libertà effettiva di lasciare il lavoro, costretti a lavorare per debiti, minacce, confisca dei documenti o violenza.
  • Schiavitù legata a conflitti e tratta: persone rapite, vendute, reclutate con la forza o sfruttate lungo le rotte migratorie, nei territori controllati da milizie e nei circuiti del lavoro clandestino.

La questione fondamentale è che la schiavitù può sopravvivere anche dove la legge la vieta formalmente. Per questo bisogna osservare non soltanto le legislazioni nazionali, ma anche i rapporti di potere locali, le filiere economiche e l’effettiva possibilità delle vittime di sottrarsi allo sfruttamento.

Le dimensioni del fenomeno

Stime per l'Africa nel 2021

La base quantitativa internazionale più utilizzata è il rapporto Global Estimates of Modern Slavery, pubblicato nel 2022 dall’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), Walk Free e Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM). Le stime riguardano il 2021, non sono un conteggio in tempo reale.

Nel Corno d’Africa – e in particolare nel triangolo geopolitico formato da Eritrea, Etiopia e la regione del Tigré – la questione dello “schiavismo” non si presenta oggi nella forma storica della tratta trans-sahariana o del possesso privato di esseri umani.

Si manifesta, invece, sotto forma di schiavitù moderna strutturale e statale, guidata da coscrizioni indefinite, lavoro forzato, servitù sessuale e abusi sistematici legati ai recenti conflitti armati.

I dossier dell’ONU (UN Human Rights Council), di Human Rights Watch e dell’indice mondiale Global Slavery Index evidenziano tre dinamiche principali: Eritrea, Tigré, Etiopia

Eritrea: Lo “Schiavismo di Stato” e il Servizio Nazionale Indefinito

L’Eritrea è classificata da diverse organizzazioni internazionali come uno dei paesi con il più alto tasso di schiavitù moderna al mondo. La causa principale è il sistema di Servizio Nazionale (National Service) imposto dal regime del presidente Isaias Afwerki.

Sebbene la legge stabilisca una durata di 18 mesi, dal 1998 il servizio militare e civile è esteso a tempo indeterminato. Cittadini eritrei (uomini e donne) vengono trattenuti fino a 30 o 40 anni al servizio dello Stato.

I coscritti vengono impiegati con paghe irrisorie in cantieri edili, nell’agricoltura statale, nelle miniere o nella burocrazia senza possibilità di congedarsi, cambiare lavoro o rifiutarsi.

I giovani sono obbligati a completare l’ultimo anno di scuola superiore nel campo d’addestramento militare di Sawa, entrando direttamente nel circuito del lavoro forzato statale. Chi tenta di evadere la leva affronta la prigione, la tortura o la perdita dei diritti civili per la propria famiglia.

Eritrea, le potenze non occidentali che forniscono copertura srategica.

L’Eritrea conta sull’appoggio di alcune potenze non occidentali o anti-occidentali.

Russia. I rapporti tra Mosca e Asmara si sono rafforzati a seguito dell’isolamento internazionale di entrambi i Paesi. L’Eritrea è stato uno dei pochissimi Paesi a votare costantemente contro le risoluzioni dell’ONU che condannavano l’invasione russa dell’Ucraina.

La Russia mira a consolidare la propria presenza militare nel Mar Rosso, avviando interlocuzioni per l’uso dei porti eritrei o per basi logistiche navali. Mosca, inoltre, fornisce supporto tecnico, addestramento e armamenti, schermando il regime eritreo dalle sanzioni internazionali con il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Cina – La Cina rappresenta il principale partner economico e finanziario dell’Eritrea. Le aziende statali cinesi hanno acquisito quote di maggioranza nei principali siti di estrazione mineraria dell’Eritrea (rame, zinco, potassio) e hanno finanziato la modernizzazione del porto di Massaua. Nel 2021 l’Eritrea si è unita alla Nuova Via della Seta cinese. Beijing garantisce prestiti ed investimenti strutturali senza porre condizioni legate ai diritti umani o a riforme politiche.

L’Asse di Contenimento Regionale (Blocco Anti-Etiopia)

Con il deteriorarsi delle relazioni diplomatiche tra Eritrea ed Etiopia, Asmara ha stretto intese e coalizioni tattiche con i Paesi della regione che condividono il timore dell’espansionismo etiope o dispute territoriali/idriche con Addis Abeba.

L’Egitto rappresenta l’alleato regionale più stretto dell’Eritrea in chiave anti-etiope. L’Egitto e l’Eritrea collaborano per contrastare l’influenza di Addis Abeba nel Corno d’Africa e nel bacino del Nilo.

La Somalia ha partecipato a summit e ad intese di cooperazione militare con Egitto ed Eritrea, unita dalla comune ostilità verso le ambizioni etiopi di ottenere uno sbocco diretto sul Mar Rosso.

Nonostante la volatilità della guerra civile sudanese, l’Eritrea mantiene canali aperti e cooperazione militare con la leadership delle SAF.

Emirati Arabi Uniti (EAU) e Arabia Saudita. In passato, gli EAU hanno utilizzato la base navale eritrea di Assab come hub logistico per le operazioni militari durante la guerra in Yemen.

Sebbene l’intensità della presenza militare sia fluida, le monarchie del Golfo continuano a rappresentare partner economici fondamentali per l’interdipendenza finanziaria dell’Eritrea.

L’Iran negli ultimi anni Asmara ha riaperto margini di manovra e contatti d’intelligence con Teheran per diversificare ulteriormente i propri interlocutori militari.

Il Conflitto nel Tigré (2020 – 2022) e le forme di Servitù Bellica

Durante la devastante guerra che ha contrapposto il governo federale etiope (con il sostegno delle truppe eritree e delle milizie Amhara) al Fronte di Liberazione del Popolo del Tigré (TPLF), le popolazioni civili del Tigré hanno subito forme brutali di sottomissione coercitiva:

Rapporti delle Nazioni Unite e di Amnesty International hanno documentato l’uso sistematico dello stupro di massa, della schiavitù sessuale e della prigionia prolungata a fini di sfruttamento da parte delle forze belligeranti (in particolare truppe eritree e milizie locali). Molte donne e ragazze tigrine sono state sequestrate e tenute in stato di prigionia per servire i soldati nei campi militari.

In diverse aree del Tigré occidentale sotto occupazione, i civili rimasti sono stati sottoposti a lavoro agricolo coercitivo e sottomessi sotto la minaccia delle armi.

Etiopia: traffico di esseri umani e sfruttamento informale

Nel resto dell’Etiopia, la fragilità economica e la presenza di milioni di sfollati interni causati dai conflitti etnici alimentano la vulnerabilità alla schiavitù moderna.

Nelle grandi città e nelle aree rurali si registrano alti tassi di lavoro minorile non retribuito, spesso camuffato da “affido familiare” o servitù domestica coercitiva.

Migliaia di etiopi ed eritrei in fuga dalla povertà e dalla coscrizione cadono nelle mani dei trafficanti di esseri umani lungo la cosiddetta “Rotta Orientale” verso lo Yemen e i Paesi del Golfo Persico o verso la Libia, finendo in condizioni di lavoro forzato o prigionia a scopo di riscatto.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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