Il disimpegno statunitense porta a una possibile distensione
Forse le nubi di un conflitto tra Etiopia ed Eritrea, come auspicato da Mulugeta Aserate Kassa, ex diplomatico etiopico, si sono ormai davvero diradate.
La telefonata tra il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, e il premier etiopico Abiy Ahmed, ha chiarito in modo inequivocabile al secondo quali siano le reali volontà odierne degli USA, storico alleato di Addis Abeba.
Washington non vuole vedere nuovi ed accresciuti disordini nel Corno d’Africa, visto che non può e pertanto nemmeno intende sobbarcarsi il peso di un’altra guerra regionale internazionalizzata come invece sperato proprio da Abiy Ahmed.
Dopotutto, gli USA hanno già dovuto dire di no a Riyad, al Principe ereditario Mohammed bin Salman, ormai sempre più in difficoltà con Ansar Allah: l’emorragia patita dalle risorse militari americane per difendere il primo alleato, Israele, nell’aggressione all’Iran, non consente più nuove e dispersive avventure in altri teatri regionali.
E pensare che Riyad davvero sperava in un aiuto americano, invocato a più riprese.
Insomma, nell’ordine delle priorità, per Washington, a maggior ragione in una fase tanto delicata come l’odierna, l’Etiopia rimane un problema in fondo al cassetto: ancor più considerando che, col Mar Rosso divenuto un argomento assai delicato proprio a causa del conflitto tra Riyad ed Ansar Allah, l’ultima cosa che gli USA vorrebbero vedere sarebbe un altro conflitto ancora, sull’altra sponda, tra Etiopia ed Eritrea.
Eritrea con cui, oltretutto, sperando d’ottenerne in cambio una maggior malleabilità, una disponibilità a garantir sicurezza in mare e collaborazione diplomatica in terra, in Sudan come in prospettiva anche nel sud della Penisola arabica, Washington ha ultimamente cercato di stringere migliori rapporti, prima di tutto non rinnovando le sanzioni 14046 applicate nel 2021 dall’amministrazione Biden.
L’ultima cosa che Washington vuole vedere, oggi, sono i suoi progressi politici e diplomatici nel Corno d’Africa vanificati proprio da uno storico, seppur fuori controllo, alleato come Addis Abeba.
È un messaggio, questo, che tra l’altro dovrebbe valere anche per altri alleati, come ad esempio quelli europei, tuttora illusi di poter pungolare la Russia confidando nella certezza di una protezione di Washington: tutte fantasie, come già dimostrato da certe recenti novità nel dialogo tra Casa Bianca e Cremlino, e relativi impatti su Kiev.
Il rischio di ritrovarsi col cerino in mano dopo aver combinato qualche guaio davvero irreparabile, per quanto remoto, non va mai escluso a priori.
A Washington hanno già dovuto dire di no a Riyad e ad Addis Abeba, come del resto nel Pacifico stanno in qualche modo lasciando capire anche a Taipei, a Tokyo e a Manila: starà poi ai vertici europei fare due più due.
La crisi politica, diplomatica e strategica tra Etiopia ed Eritrea era ormai, comunque, giunta a livelli prossimi al parossismo, se non già tali: basti pensare alle lettere al Consiglio di Sicurezza ONU, in particolare quelle etiopiche, che denunciavano invasioni di truppe eritree nel Tigray e nell’Afar, smentite a sua volta da Asmara con altre sue lettere di replica, oltre che dagli stessi osservatori ONU.
Per non parlare, poi, dell’immensa copertura mediatica data a tutte quelle notizie, con immagini e video riciclati quando dal conflitto nel Tigray del 2020-2022, quando da guerre avvenute in altri teatri regionali ancora, dallo Yemen al Bangladesh, o ancora create per l’occasione con l’IA.
In tanti ci hanno creduto, ovvero hanno voluto crederci, dalla BBC alla Reuters, da Le Monde ad Al-Jazeera, oltre ad un vasto stuolo di testate minori, come in primo luogo proprio le nostre.
Simpatico il fatto che Al-Jazeera risultasse, in Etiopia, l’unico media accreditato sul terreno, contrariamente alle stesse testate statali etiopiche a cui invece il governo aveva proibito di recarsi nel nord del Paese: poco male, s’è poi scoperto che anche Al-Jazeera confezionava i suoi resoconti da Addis Abeba, ovvero non proprio dalla linea del fronte. Da Addis Abeba a Mekelle sono circa 500 km in linea, più di 900 per strada: insomma, non proprio dietro l’angolo.
Ma, in fondo, è qualcosa che abbiamo già notato con certi nostri coraggiosi e soprattutto affidabili corrispondenti dal Donbass, ma di stanza a Kiev.
Sono ormai tre anni che l’Etiopia minaccia di prendersi uno sbocco sul mare a danno dei paesi costieri.
A settembre del 2023 pressò simultaneamente i governi di Eritrea, Gibuti, Somalia e Kenya per ottenere la sovranità su parti della loro costa in cambio d’azioni di Ethiopian Airlines o della DERG, all’epoca ancora in costruzione e da finanziare.
Poi, a gennaio 2024 tentò, vanamente, un MoU col Somaliland, con la promessa di riconoscerne la secessione dalla Somalia: una mossa che anticipava quella di dicembre 2025 di un altro storico alleato di Addis Abeba, Israele.
Guarda caso, è proprio da quel momento che l’Etiopia ha iniziato a conoscere un sempre maggior isolamento internazionale, proprio come in parallelo lo stava conoscendo Israele, man mano che la guerra a Gaza andava avanti dando luogo anche ad altre crisi in Medio Oriente come col Libano, l’Iran e lo Yemen.
Non curandosi di quei segnali, il governo di Abiy Ahmed ha voluto andare avanti, alzando ancor più la posta e cominciando, giorno per giorno, a minacciare e provocare il suo vicino eritreo pretendendo la cessione del porto di Assab.
Nulla è stato lasciato al caso, tra invocazioni all’ONU, giornalisti e blogger di grande fama internazionali pagati per promuovere presso i loro lettori le presunte ragioni storiche e giuridiche che avvalorerebbero una titolarità etiopica su un porto dal 1991 tornato eritreo.
Persino le ragioni giuridiche della stessa indipendenza eritrea sono state messe in dubbio dagli agenti governativi etiopici e da tutti i loro vari sostenitori a gettone.
L’ultima montatura di Addis Abeba non poteva che essere quella d’attribuire ad Asmara la paternità delle insurrezioni che dal 2023 avvengono in varie parti dell’Etiopia, da parte degli Amhara e degli Oromo, oltre che, oggi, dei Tigrini, Tigre, Afar, o ancora popoli del Benishangul-Gumuz.
In un Paese multietnico e federale governato secondo i suoi esclusivi interessi da un’élite afferente ad una sola comunità etnica, con debito pubblico e svalutazione del Birr fuori controllo, e potere d’acquisto sempre più rosicato, che i cittadini si ribellino chiedendo il pane, è il minimo; ma se la reazione consiste nei droni mandati a massacrare i villaggi dei civili, in particolare nell’Amhara, il minimo è che per reazione si muovano allora gruppi politico-militari etnici decisi a far guerra al governo nazionale.
È quello che sta avvenendo, anche se a quei media complici che fin qui tanto hanno lavorato per sponsorizzare le ragioni giuridiche etiopiche e parlare d’invasioni eritree in Etiopia, la notizia risulta non pervenuta.
È davvero curioso che a questi media pervengano solo le notizie false, ma mai quelle vere: chissà come mai.
Certo, quella montatura, come sappiamo, rispondeva ad un chiaro bisogno, d’internazionalizzare un conflitto interno trasformandolo in una guerra d’aggressione ad un vicino regionale, nella speranza di strapparne il controllo di Assab; e, per giunta, mettendo dinanzi al fatto compiuto un proprio alleato come gli USA, ed ottenendone in più anche un benestare politico, e non solo.
Decisamente un po’ troppo, soprattutto ai tempi di oggi, nella congiuntura geopolitica di oggi. Ad Abiy Ahmed, Marco Rubio l’ha spiegato a chiare lettere: vedremo il risultato, andando più avanti.
Va da sé che vi saranno, anche in futuro, nuove accuse e tensioni con Asmara, perché dopo anni di una simile fanfara il governo etiopico non potrà permettersi il lusso di silenziarsi di punto in bianco: in patria sarebbe avvertito come un segnale di debolezza politica che eroderebbe ancor più la tenuta dell’apparato governativo.
La differenza tra i due comunicati, etiopico ed americano, che riportano la conversazione tra Abiy e Rubio, ci dà già questa idea.
È chiaro che oggi, anche per Washington, l’unica cosa che Addis Abeba deve fare è tornare al clima collaborativo coi propri vicini regionali, tutti, del 2018. Non era, d’altra parte, una sorpresa.
Il resto lo vedremo andando avanti.





