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Schiavismo cinese che la sinistra solo pro-Pal non vuol vedere

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Avete mai visto Landini, il PD, il Movimento 5 Stelle e i cespugli rosso verdi del lumpenproletariat organizzare una manifestazione per lo schiavismo presente in Cina? La sinistra ha la coscienza a senso unico – E i seguaci di Zuppi che dicono dello sfruttamento Uiguri?

Oggi in Cina la questione dello “schiavismo” non riguarda la schiavitù di possesso nel senso feudale o classico, ma si manifesta sotto forma di schiavitù moderna, lavoro forzato di Stato e grave sfruttamento sistemico.

Secondo stime internazionali come il Global Slavery Index della Walk Free Foundation, si stima che in Cina circa 5,7 milioni di persone vivano in condizioni riconducibili alla schiavitù moderna (lavoro forzato, traffico di esseri umani, spose forzate).

Il Lavoro Forzato di Stato nello Xinjiang

Il Lavoro Forzato di Stato nello Xinjiang è il fenomeno denunciato con maggiore forza dalle Nazioni Unite (OHCHR), dalle organizzazioni per i diritti umani e da vari parlamenti internazionali.

Inquadrati dal governo di Pechino come programmi di riduzione della povertà e “riabilitazione ideologica”, centinaia di migliaia di uiguri e membri di altre minoranze turco-musulmane sono sottoposti a lavoro forzato coercitivo.

Molti detenuti nei campi di rieducazione o civili sotto sorveglianza vengono trasferiti in fabbriche tessili, manifatturiere, di lavorazione del cotone, silicio per pannelli solari e materiali per batterie.

Il rifiuto di partecipare porta ad accuse di “estremismo” o all’internamento. Molti prodotti assemblati o estratti nello Xinjiang finiscono direttamente nelle catene di fornitura di marchi internazionali.

Rieducazione attraverso il Lavoro (Laogai

Lavoro detentivo e rieducazione attraverso il Lavoro (Laogai). Nonostante l’abolizione formale nel 2013 del Rilao (rieducazione attraverso il lavoro amministrativo), il sistema penitenziario cinese continua ad applicare il lavoro forzato.

I prigionieri nelle carceri ordinarie vengono regolarmente costretti a svolgere turni di lavoro non retribuiti o sottopagati nella produzione industriale di beni destinati al mercato interno ed estero.

I detenuti non hanno facoltà di sciopero, di rifiuto delle mansioni o di tutela della sicurezza sul lavoro.

Diseguaglianza strutturale: Il Sistema Hukou

A livello sociale ed economico, la fragilità dei diritti del lavoro in Cina si basa sul sistema del registro di residenza (Hukou). Oltre 290 milioni di lavoratori migranti rurali che si spostano nelle metropoli (come Shenzhen, Shanghai o Guangzhou) non possiedono l’Hukou urbano.

Senza residenza cittadina, questi lavoratori non hanno accesso al welfare pubblico, all’assistenza sanitaria o all’istruzione per i figli. Questa condizione li rende altamente ricattabili da datori di lavoro e caporali, traducendosi in orari estenuanti (come la cultura del “996”: dalle 9 alle 21, 6 giorni a settimana), stipendi arretrati mai pagati e assenza di tutele.

Traffico di esseri umani e spose forzate

L’eredità della decennale “Politica del Figlio Unico” ha generato un forte squilibrio demografico di genere (forte prevalenza di uomini rispetto alle donne nelle aree rurali).

Migliaia di donne provenienti da Paesi confinanti più poveri (Myanmar, Vietnam, Laos, Corea del Nord e Cambogia) vengono ingannate o rapite per essere vendute come “spose” a uomini cinesi nelle campagne, finendo in condizioni di servitù domestica, violenza e reclusione.

Forme di sfruttamento in Cina

Il traffico di organi

La questione del traffico e del prelievo forzato di organi in Cina (forced organ harvesting) costituisce una delle denunce più gravi e documentate in materia di violazione dei diritti umani degli ultimi decenni.

Il fenomeno si distingue dal comune traffico criminale d’organi (gestito da reti clandestine) poiché secondo diversi organismi internazionali, commissioni d’inchiesta e organizzazioni non governative, in Cina l’attività avrebbe assunto una dimensione statale e istituzionalizzata.

Organi dai condannati a Morte (Anni ’80 – 2014)

Per decenni il sistema sanitario cinese ha utilizzato in modo sistematico gli organi prelevati dai prigionieri condannati a morte per alimentare la rete dei trapianti nazionali e del turismo medico estero. I prelievi avvenivano spesso senza un consenso libero e preventivo dei detenuti.

I tempi d’attesa straordinariamente brevi per un organo in Cina (pochi giorni o settimane, contro i mesi o anni dei Paesi occidentali) hanno alimentato il sospetto che la data delle esecuzioni capitali venisse programmata in base alle esigenze e alla compatibilità dei pazienti paganti.

Sotto la pressione della comunità internazionale e della World Medical Association, la Cina ha annunciato la cessazione ufficiale dell’uso di organi da prigionieri giustiziati a partire dal 1° gennaio 2015, dichiarando di essere passata a un sistema di donazione volontaria.

Ciononostante, numerose inchieste indicano che il sistema sia proseguito a danno di minoranze religiose ed etniche perseguitate.

A partire dal 1999, con l’inizio della campagna di repressione contro il movimento spirituale Falun Gong, si è registrato un vertiginoso aumento dei trapianti di organi in Cina.

Inchieste indipendenti (come il Rapporto Kilgour-Matas) hanno denunciato la scomparsa di decine di migliaia di aderenti, uccisi mediante l’asportazione forzata di cuore, reni, fegato e cornee.

Con l’internamento di massa di oltre un milione di uiguri nei campi di rieducazione nello Xinjiang, sono emersi dossier riguardanti prelievi di campioni ematici e test del DNA sistematici, eseguiti senza giustificazione medica su prigionieri Uiguri per creare banche dati di compatibilità tissutale e d’organi.

Il Tribunale per la Cina (China Tribunal – Londra, 2019)

Istituito dall’ONG International Coalition to End Transplant Abuse in China (ETAC) e presieduto da Sir Geoffrey Nice KC (ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia), il tribunale ha concluso all’unanimità che: «Il prelievo forzato di organi è stato commesso in tutta la Cina per anni su scala considerevole, e i praticanti del Falun Gong ne sono stati una delle principali fonti – e probabilmente la primaria – di fornitura d’organi».

Gli Esperti e le Relazioni dell’ONU (OHCHR)

Nel giugno 2021, un gruppo di 12 esperti indipendenti e Relatori Speciali delle Nazioni Unite (tra cui i relatori sulla tratta di esseri umani, la tortura e la libertà di religione) ha rilasciato una formale dichiarazione d’allarme, citando informazioni credibili su prelievi forzati di organi che prendono di mira minoranze tra cui Falun Gong, Uiguri, Tibetani e Cristiani non riconosciuti.

Il “turismo dei trapianti”.

Il fenomeno è stato a lungo sostenuto dal cosiddetto turismo dei trapianti. Pazienti facoltosi da Europa, Nord America, Giappone e Paesi del Golfo che si recavano in Cina per effettuare interventi salvavita pagando ingenti somme.

Per contrastare la complicità e punire la domanda esterna, diversi Paesi hanno adottato leggi severe.

Paesi come Israele, Spagna, Taiwan, Italia, Belgio e Canada hanno introdotto norme che criminalizzano il turismo da trapianto, rendendo reato perseguibile l’acquisto o la ricezione di organi di provenienza illegale o da traffico estero.

Il Parlamento Europeo e la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti hanno approvato a più riprese risoluzioni formali che condannano il prelievo forzato di organi in Cina e chiedono trasparenza e ispezioni internazionali indipendenti negli ospedali cinesi.

La Posizione Ufficiale di Pechino

Il Governo della Repubblica Popolare Cinese ha costantemente respinto ogni accusa, definendo i rapporti internazionali come “falsità motivate da ragioni politiche e propagandistiche”.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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