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Femministe e donne in nero: qual è la soglia dell’indignazione?

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Femministe e donne in nero

Perché si sceglie di guardare dall’altra parte

Si chiama Najmeh Amini. Ha solo 23 anni. Secondo le denunce delle organizzazioni per i diritti umani, è stata condannata a morte in Iran con l’accusa di blasfemia.
Si può essere condannata a morte per un post il cui contenuto esatto non è stato reso pubblico ma per il quale sarebbe stata accusata di “sab ol-nabi” (insulto al profeta)?

No, come non si può essere condannati per un ciuffo ribelle di capelli che fuoriescono dal velo, come non si può essere impiccati se si protesta, come non si può essere massacrati se ci si vuole sottrarre a un giogo assassino.

Il fatto grave è che non ci sorprende più.

Ogni volta c’è un nome nuovo, una donna che protesta, un giovane arrestato, una persona condannata perché ha sfidato i limiti imposti dal regime barbaro e soffocante. Eppure, la soglia della nostra indignazione si abbassa sempre più.

Dove sono finite le femministe, quelle che ieri reclamavano la libertà del proprio corpo ed oggi difendono il burqua fino all’abominio intellettuale di chi, come L. M., sulle pagine di un social arriva a scrivere: “Non so se lo avete notato anche voi che c’è qualcosa di profondamente morboso nell’ossessione occidentale per il velo delle donne musulmane. Una specie di eccitazione, direi quasi una concupiscenza conoscitiva, che periodicamente attraversa il dibattito pubblico e riporta al centro della discussione quel pezzo di stoffa sotto il quale, evidentemente, abbiamo il sospetto che si nasconda qualcosa che va ben al di là di ‘una donna‘”.

No, non c’è nulla di morboso nel domandarsi quanto sia realmente libera una donna che indossa il burqa. C’è, al contrario, la necessità di interrogarsi sul significato stesso della libertà.

Possiamo davvero parlare di una scelta libera quando, fin dall’infanzia, il pensiero di una donna viene educato, plasmato e talvolta coartato entro un’interpretazione religiosa che subordina la sua identità a una precisa concezione del ruolo femminile?

Perché una scelta sia autenticamente libera, deve essere possibile anche concepire di non scegliere ciò che ci è stato insegnato come unico, giusto e inevitabile.

Quel desiderio è maturato in uno spazio di autentica autodeterminazione o all’interno di un sistema che, fin dall’infanzia, delimita ciò che una donna può pensare di sé?

E quando persino un semplice post che solleva liberi interrogativi può diventare motivo di condanna, la questione si sposta, inevitabilmente, dal velo alla libertà di pensiero: quella di chi lo indossa, ma anche di chi osa esprimere il proprio pensiero. Sono i due capi di uno stesso fil rouge chiamato oscurantismo religioso e di potere.

Non comprendere questo significa non avere una struttura mentale adeguata a un ragionamento complesso, che parte dall’obbligo di indossare un velo al divieto di scrivere anche un post, pena la morte o le frustate o il carcere a vita.

Una mente libera non dovrebbe temere le domande. Dovrebbe temere, piuttosto, quei sistemi culturali nei quali porle diventa un atto di trasgressione.

Nell’orda di manifestazioni violente pro Gaza o pro Hamas, pro immigrazione incontrollata o pro islamizzazione, nessun premio Nobel che denunci ad alta voce quello che accade in Iran e nessuno che si ricordi di una ragazza iraniana di 23 anni che vuole solo vivere e inseguire i suoi sogni.

Nessuno di tutti questi violenti rivendicatori di giustizia che stia dalla parte di chi, in quel Paese, chiede il diritto di vivere libero.

Passiamo ad altro, loro restano in carcere, noi cambiamo argomento, voltiamo lo sguardo altrove, ci crogioliamo nell’idea che non possiamo impedire ogni abuso, dimentichi che non possiamo nemmeno trattare ogni nuova condanna come se fosse inevitabile.

È così che l’indignazione si riduce, fino ad annullarsi. Se anche questa storia finirà nel silenzio, non sarà perché non sapevamo ma perché, ancora una volta, abbiamo smesso di guardare.

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