
di Bruno Chiavazzo
Il grande drammaturgo tedesco, Bertolt Brecht, si chiedeva: “ Cos’è rapinare una banca a paragone del fondare una banca?”. La frase mi è tornata in mente leggendo i commenti alla decisione del Governo di tassare gli extraprofitti delle banche. Al di là del merito della decisione, opinabile come tutte le scelte politiche, quello che mi ha colpito sono stati gli editoriali di giornalisti che rasentavano il pianto delle prefiche ai funerali.
Un lutto stretto espresso in nome del “libero mercato”, tradito da un governo di destra-destra che mai avrebbero pensato potesse farlo. Si comincia con il Corriere della Sera (di cui Mediobanca possiede il 10%), dove Francesco Giavazzi, bocconiano doc e consulente di ex presidenti del Consiglio, che ha evocato lo spauracchio dello stop all’acquisto dei titoli di Stato, per proseguire con Federico Fubini, sullo stesso giornale, che aumentava la dose paventando l’aumento dello spread, fino a raggiungere il climax con il banchiere Lorenzo Bini Smaghi, presidente del cda del colosso francese Socìetè Gènèrale, secondo cui la tassazione “è una distorsione del mercato con evidenti rischi di incostituzionalità”.
Sul quotidiano “Domani” del famigerato Carlo De Benedetti, capitalista di “sinistra”, a stracciarsi le vesti è l’editorialista Alessandro Penati (presidente della società finanziaria Quaestio Capital sgr che gestisce i soldi raccolti dalle banche): “La mossa dannosa di un governo disperato che crea un problema di credibilità nei confronti degli investitori stranieri”. E potrei continuare a lungo.
Inutile dire che ieri le banche hanno recuperato quasi del tutto le perdite in Borsa, senza contare il fatto che il ministro dell’Economia, il leghista Giorgetti, non proprio un cuor di leone, si è affrettato a dichiarare: “La misura ai fini della salvaguardia della stabilità degli istituti bancari, prevede anche un tetto massimo per il contributo che non può superare lo 0,1% del totale dell’attivo“. In altre parole il tetto massimo del contributo richiesto alle banche dovrebbe limitarsi ad un gettito massimo di circa due miliardi di euro solo per quest’anno.
Per capire di che stiamo parlando, cito solo un esempio: Unicredit, uno dei principali gruppi bancari italiani, ha un attivo di 857 miliardi di euro, certificati in bilancio, il che vuol dire che al massimo dovrà pagare 857 milioni di euro, una cifra che non sembra prefigurare la bancarotta. Senza contare che “il richiamo della foresta” da parte delle banche ha già raccolto svariati “sostenitori” anche tra i politici. In primis Antonio Tajani, ministro degli Esteri, che si è affrettato a dire che il provvedimento “potrà subire variazioni in Parlamento”.
Chissà se qualche telefonata da Arcore ha fatto presente al “leader” temporaneo di Forza Italia che Fininvest possiede anche il 40% di Banca Mediolanum.





