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Controcorrente: l’orgoglio e il coraggio di Trump e Netanyahu

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l'orgoglio e il coraggio

La Repubblica Islamica è un sistema di potere fondato sulla paura. Non governa: opprime. Non persuade: elimina

Per quasi mezzo secolo abbiamo raccontato una favola e, come tutte le favole politiche, era comoda, rassicurante, ipocrita. La favola di un Iran con cui dialogare, da comprendere, da “includere”. Intanto, mentre nei salotti europei si discuteva di aperture e distensioni, a Teheran si impiccava, si torturava, si sparava.

La Repubblica Islamica non è mai stata un interlocutore: è stata, sin dall’inizio, un sistema di potere fondato sulla paura. Non governa: opprime. Non persuade: elimina. Non evolve: persevera. Decine di migliaia di iraniani lo sanno — e lo sanno nel modo più definitivo, perché molti di loro non possono più dirlo.

Eppure l’Occidente, quello che ama specchiarsi nella propria coscienza, ha preferito non vedere. O peggio: vedere e giustificare. Ha firmato accordi, comminato e poi allentato sanzioni, versato denaro.

Ha nutrito, con la pazienza di un contabile e la cecità di un falso moralista – Obama Hussein ne è stato il prototipo – il coccodrillo che prima o poi avrebbe divorato qualcuno: in primis gli iraniani – evidentemente sacrificabili, sacrificabilissimi a differenza di altre etnie, marce di terrorismo ma cullate dalla cosiddetta “comunità internazionale” – e ora Israele e l’Occidente stesso, quest’ultimo per ora ricattato, tra poco colpito, con il terrore o con i missili, se la partita non si chiude presto e senza pietà.

Nel frattempo, il regime faceva ciò che aveva sempre dichiarato di voler fare. Esportava la rivoluzione, cioè il disordine. Finanziava milizie, cioè la guerra per procura. Armava gruppi, cioè il terrorismo. Hezbollah, Hamas, gli Houthi: non alleati, ma prolungamenti. Non attori, ma strumenti. Il Medio Oriente ne è divenuto il teatro permanente, una scena dove la violenza non è incidente, ma metodo.

E quando il sangue scorre — civili, soldati, ostaggi — l’Occidente si scopre improvvisamente indignato. Ma è un’indignazione intermittente, selettiva, quasi estetica. Si commuove a giorni alterni, e soprattutto sceglie con cura chi deve essere il colpevole.

Qui entra in scena la seconda favola. Quella, più recente, della “mostrificazione”. Donald Trump e Benjamin Netanyahu — trasformati, nel racconto dominante, in caricature: l’uno rozzo e pericoloso, l’altro spietato e ossessivo. Non leader, ma simboli negativi da esibire. Non uomini politici, ma bersagli morali.

È un meccanismo antico: si demonizza chi agisce quando gli altri esitano. Si delegittima chi rompe il rito sterile del negoziato infinito. Si colpisce chi decide, perché decidere significa esporsi — e l’Occidente contemporaneo detesta chi si espone senza chiedere permesso.

Trump e Netanyahu hanno fatto, nel bene o nel male, ciò che la storia pretende nei momenti critici: hanno riconosciuto che esistono regimi con cui non si tratta, ma che si contengono e, alla fine, si distruggono.

Che la forza, talvolta, non è una colpa ma una responsabilità. Che la pace non è un mantra, ma un equilibrio da difendere — anche duramente anche e soprattutto con la forza.

Si può discutere tutto: i metodi, i tempi, le conseguenze. Ma non si può falsificare il punto di partenza. E il punto di partenza è questo: da una parte un regime che proclama “Morte al Grande e al Piccolo Satana” – mio Dio: ma basterebbe sentire come parla e si esprime quella banda di fanatici – come fondamento ideologico; dall’altra Stati che, con tutti i loro limiti, difendono un ordine, una stabilità, una possibilità di vita libera.

La differenza è abissale. Eppure viene sistematicamente offuscata.

L’Europa, soprattutto, si rifugia nella sua specialità: la prudenza che sconfina nella paralisi. Invoca il dialogo quando il dialogo è già stato sepolto sotto le macerie delle ambasciate e delle caserme. Parla di equilibrio quando l’equilibrio è già stato spezzato da chi non lo ha mai riconosciuto. Si proclama arbitro mentre si comporta da spettatore non pagante.

La verità — scomoda, inelegante, politicamente scorretta — è che il male, quando è strutturale, non si persuade. Si ferma. E fermarlo ha un costo, sempre. Ma non fermarlo ne ha uno maggiore, solo più dilazionato, più ipocritamente distribuito nel tempo e nello spazio.

Per anni abbiamo preferito pagare quel costo in differita, delegandolo ad altri: agli israeliani sotto attacco, agli americani colpiti, agli stessi iraniani oppressi. Purché non disturbasse la nostra narrazione.

Oggi qualcuno rompe questa narrazione. E per questo viene colpito — non solo politicamente, ma moralmente, simbolicamente, quasi antropologicamente. Deve diventare il mostro, perché il vero mostro è troppo scomodo da guardare.

Si chiama inversione morale. E funziona.

Resta una domanda, che non è retorica ma tragicamente concreta: quanta realtà siamo ancora disposti a sacrificare pur di salvare le nostre illusioni?

Perché, alla fine, il punto non è Trump. Non è Netanyahu. È la nostra incapacità di chiamare le cose con il loro nome.

E quando le parole tradiscono; anzi: quando noi tradiamo le parole, la storia presenta il conto. Sempre.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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