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Kiev è in Libia, in Siria e in Sudan. Accordi con monarchie del Golfo

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guerra nel Golfo

Gli ucraini internazionalizzano il conflitto, ma la regia non è la loro

Che Zelensky non sia Churchill lo avevamo capito da tempo, così come abbiamo capito da tempo che dietro le sue mosse ci sia la mano inglese.

Zelensky non è Churchill, ma chi ne determina le mosse è il Regno Unito.

Non si capirebbe, altrimenti, l’attuale attivismo di Zelensky su molti quadranti di frizione con la Russia, mentre, a quanto pare, come ho già scritto ieri, in Iran è in corso un confronto per procura con la Cina.

Dopo Libia e Sudan e accordi con le monarchie del Golfo, l’ultima puntata di Kiev è la Siria.

Zelensky si è incontrato con il leader siriano Sharaa e hanno discusso di difesa e sicurezza alimentare.

“Abbiamo concordato – ha detto Zelensky – di collaborare per garantire maggiore sicurezza e opportunità di sviluppo alle nostre società. Abbiamo discusso della situazione nella regione e delle prospettive per un miglioramento. Abbiamo anche affrontato la questione della guerra della Russia contro l’Ucraina. Sono grato per il sostegno. C’è grande interesse per lo scambio di esperienze in materia di difesa e sicurezza. Grazie per le parole di rispetto rivolte al nostro popolo. Abbiamo anche affrontato il ruolo dell’Ucraina come fornitore affidabile di prodotti alimentari e discusso delle opportunità comuni per rafforzare la sicurezza alimentare in tutta la regione. Comprendiamo molto bene quali sfide energetiche e infrastrutturali la Siria debba affrontare in questo momento. Siamo pronti a lavorare insieme affinché le opportunità dei nostri Stati e dei nostri popoli possano aumentare”.

La Siria è un punto importante di internazionalizzazione del conflitto da parte di Kiev, in quanto nel Paese mediorientale, ora sotto influenza turca, ci sono basi russe: quella aerea di Khmeimim (o Hmeimim, vicino a Latakia) e la base navale di Tartus, sul Mediterraneo.

Queste due basi rappresentano l’unico punto d’appoggio militare russo significativo fuori dallo spazio post-sovietico e sono cruciali per la proiezione di potenza russa nel Mediterraneo orientale, nel Medio Oriente e per il supporto logistico alle operazioni in Africa.

Con il crollo del regime di Bashar al-Assad e l’ascesa al potere di Ahmed al-Sharaa (ex leader di Hayat Tahrir al-Sham), la Russia ha ridotto drasticamente la propria presenza e ha evacuato gran parte del personale e attrezzature (inclusi sistemi S-400/S-300 e elicotteri) da molti siti, trasferendone alcuni in Libia.

Libia, guarda caso, dove Kiev si è insediato, come vedremo, a Misurata.

La situazione del rapporto tra il nuovo governo siriano e la Russia è delicata.

Il governo di al-Sharaa ha sospeso (ma non annullato) gli accordi precedenti e ha avviato trattative con Mosca. Incontri chiave tra al-Sharaa e Putin (ottobre 2025 e gennaio 2026) hanno portato a un impegno siriano a “rispettare tutti gli accordi” firmati in passato, interpretato come volontà di mantenere un accesso russo alle basi in cambio di stabilità, supporto diplomatico ed economico.

Al-Sharaa ha dichiarato (aprile 2026) l’intenzione di trasformare le basi rimanenti in centri di addestramento per le forze armate siriane nazionali, segnalando un passaggio di controllo graduale.

Tuttavia, fonti indicano che una presenza russa limitata persiste e che le basi non chiuderanno del tutto. La Russia le considera strategiche per non perdere influenza nel Mediterraneo.

Inserirsi in questo difficile equilibrio da parte di Kiev significa mettere benzina sul fuoco del confronto con la Russia, mantenendolo attivo e geopoliticamente non più racchiuso nel quadrante europeo.

E così, mentre l’Unione europea ci chiede di sborsare nuovi aiuti a Kiev, Zelensky internazionalizza il conflitto in barba a Bruxelles, dimostrando di ritenere l’Europa di Maastricht la banca di casa, mentre a dirigere la danza è l’intelligence che sta sulle sponde del Tamigi.

Non va sottovalutato, in questo improvviso darsi da fare di Zelensky, anche il confronto tra Regno unito e Stati Uniti nel quadrante mediterraneo e medio orientale.

Va così che mentre Bruxelles vorrebbe accelerare l’entrata di Kiev nell’Unione europea, Zelensky vola in Arabia Saudita a vendere droni, mette le sue basi in Libia e in Sudan, intreccia accordi con la Siria e internazionalizza il conflitto ucraino.

Paghiamo anche tutto questo? Paghiamo e lasciamo la cabina di regia agli inglesi, che stabiliscono il copione dell’attore Zelensky?

Non è ora che anche il Governo italiano si svegli dall’incantamento ucraino e metta Zelensky alle strette?

Veniamo alla Libia, ossia al vicino nord africano di casa nostra, interesse strategico per l’Italia.

Come riferisce EuroNews, un’inchiesta di Radio France International ha rivelato la presenza di oltre 200 specialisti militari ucraini in Libia e del loro presunto coinvolgimento nell’attacco alla nave Arctic Metagaz con un drone marittimo.

L’Ucraina ha una presenza militare in Libia con più di 200 ufficiali e specialisti sul terreno, da cui vengono condotte operazioni contro interessi russi nel Mar Mediterraneo.

Secondo un’inchiesta di Radio France International (RFI) i militari ucraini di sono basati innanzitutto presso l’Accademia dell’Aeronautica nella città di Misurata, dove sono stanziate anche le forze turche e italiane, nonché il Comando Africa degli Stati Uniti e il centro di intelligence britannico.

Gli ucraini hanno anche una seconda base, completamente attrezzata per il lancio di droni aerei e marittimi, nella città portuale di Ezzawiya, a circa 50 chilometri a nord di Tripoli.

Secondo la radio francese, in questa città gli specialisti ucraini occupano un terreno dato loro dal governo di Tripoli, guidato da Abdelhamid Dbeiba, con accesso diretto al mare.

Nei mesi di ottobre-novembre dello scorso anno, sarebbero stati effettuati anche lavori di rafforzamento dell’area e di equipaggiamento con piste d’atterraggio e le necessarie antenne.

RFI riferisce che l’accordo tra Kiev e Tripoli è stato firmato dopo una richiesta dell’addetto militare ucraino in Algeria, il generale Andriy Bayuk. Si specifica che in cambio gli specialisti ucraini hanno formato i militari libici, in particolare su come lavorare con i droni. A lungo termine, l’accordo prevede forniture di armi e investimenti ucraini nel settore petrolifero libico.

I giornalisti francesi hanno chiesto commenti all’Ucraina e al governo di Dbeiba, ma non hanno ricevuto risposta.

Il 4 marzo 2026, Mosca ha accusato gli ucraini e i servizi di sicurezza britannici di avere attaccato la nave Arktik Metagaz dalle coste libiche. La nave, parte della cosiddetta “flotta ombra” russa, era carica di gas naturale liquefatto e stava facendo rotta verso Port Said, in Egitto.

RFi, citando fonti libiche, afferma che la petroliera è stata attaccata da un drone autonomo di superficie del tipo Magura V5, sviluppato dall’Ucraina e già utilizzato più volte nel Mar Nero. Il drone ha colpito la sala macchine, che si è rapidamente riempita d’acqua, mettendo fuori uso la nave. Le autorità ucraine non hanno confermato né commentato l’attacco.

A bordo della Arctic Metagas, secondo quanto riportato dai media russi, si trovano 60.000 tonnellate di gas naturale e riserve di carburante. Dopo che l’equipaggio è stato evacuato dalle autorità maltesi, la nave danneggiata ha iniziato a muoversi verso la Libia, che ha deciso di rimorchiarla in uno dei suoi porti.

Tuttavia, l’operazione di rimorchio della petroliera russa è fallita in settimana. La nave danneggiata si è staccata dal cavo ed è andata nuovamente alla deriva.

In passato, i servizi segreti ucraini avevano già colpito una petroliera della “flotta ombra” russa, la Qendil, nel Mar Mediterraneo, secondo quanto riferito da media ucraini.

RFi ha riportato che quell’attacco è stato effettuato da un drone marittimo proveniente da una base dell’area di Misurata.

All’epoca si trattava di un attacco senza precedenti nel Mar Mediterraneo, anche se in precedenza l’esercito ucraino aveva utilizzato con successo i droni marittimi per colpire le navi nel Mar Nero.

Mentre Kiev piange per la mancanza di mezzi e di uomini per combattere la Russia, esiste una presenza documentata di militari e forze speciali ucraine in Sudan, principalmente legata alla guerra civile sudanese (iniziata nell’aprile 2023 tra l’Esercito Sudanese SAF di Abdel Fattah al-Burhan e le Forze di Supporto Rapido RSF di Mohamed Hamdan “Hemedti” Dagalo).

L’Ucraina ha inviato operatori delle sue forze speciali (in particolare dell’intelligence militare HUR/GUR, unità come “Timur”) per contrastare l’influenza russa in Sudan.

Le RSF sono appoggiate da mercenari russi (prima del Gruppo Wagner, poi passati sotto controllo più diretto di Mosca, noti come Africa Corps). Questi ultimi sfruttano le miniere d’oro sudanesi per finanziare la guerra in Ucraina. Kyiv agisce quindi in una logica di “guerra per procura” o “fronte secondario”, aiutando l’esercito regolare sudanese (SAF) per colpire interessi russi lontani dal proprio territorio.

Le operazioni ucraine includono attacchi con droni e azioni di terra contro posizioni RSF/Wagner; addestramento di soldati sudanesi (tattiche di droni, visione notturna, ecc.).; supporto logistico e operazioni dirette (es. evacuazione di al-Burhan da Khartoum assediata).

Circa 100 operatori ucraini (soprattutto unità Timur) sono atterrati in Sudan con un volo charter già a metà agosto 2023. Hanno partecipato a missioni per riprendere il controllo della capitale e contrastare i ribelli.

Video diffusi da Kyiv Post nel febbraio 2024 mostrano soldati ucraini in azione. Rapporti del Wall Street Journal, The Guardian, CNN e Militarnyi hanno verificato o riportato queste attività, basandosi su fonti ucraine, video geolocalizzati e testimonianze.

L’Ucraina non ha mai confermato ufficialmente le operazioni in modo esplicito (per ovvie ragioni di segretezza), ma fonti interne e media occidentali hanno fornito prove consistenti.

Non ci sono indicazioni di una grande forza convenzionale ucraina (tipo divisioni o battaglioni), ma piuttosto di operazioni speciali limitate, di intelligence, con un’estensione globale del conflitto russo-ucraino.

Kiev si muove anche sul fronte del Golfo persico.

L’Ucraina e Arabia Saudita hanno siglato un patto di cooperazione in materia di sicurezza, con enfasi sulla “protezione dei cieli” (air defence). L’Ucraina mette a disposizione la sua esperienza maturata sul campo nella guerra contro i droni e missili russi, inclusa tecnologia e tattiche di intercettazione low-cost. In cambio, l’Ucraina cerca supporto (finanziario, missili antiaerei o altro) dai paesi del Golfo, che hanno bisogno di difendersi dagli attacchi di droni iraniani (e Houthi). Zelensky ha parlato esplicitamente di accordi con Arabia Saudita, Qatar e negoziati con Emirati Arabi Uniti.

L’Ucraina, inoltre, ha già mandato centinaia di specialisti militari nei paesi del Golfo (inclusa l’Arabia Saudita) per addestrare le forze locali a intercettare droni iraniani usando metodi ucraini collaudati.

Tutto questo mentre gli Stati europei che ne sostengono la guerra con la Russia fingono di non saperne nulla.

Considerato che il Mediterraneo è argomento strategico per l’Italia, Giorgia Meloni, che è attenta e attiva ed è indubbiamente protagonista di una politica estera accorta, dovrebbe forse fare il punto dei rapporti con Kiev, che da vittima sacrificale, scudo per l’Europa contro la Russia (bla, bla, bla), si sta trasformando in un proxy britannico per politiche UK di proiezione di potenza per interposta persona.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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