La vera Tangentopoli
La Montedison con la sua vendita della quota nell’Enimont realizzò una plusvalenza di ben 645miliardi.
A dirlo era la Corte dei Conti in una relazione[i] che venne inviata al Parlamento nell’aprile del 1991 e che oggi è rintracciabile nel motore di ricerca online di Google.
Si tratta di un documento riservato di estrema importanza, che permette di conoscere il punto di vista di un garante dei conti pubblici nell’ambito della vicenda che ha fatto discutere per tutti gli anni ’90 per i suoi affari e specialmente quelli illeciti, l’affare Enimont.
Per quella fusione, ma che sarebbe più giusto chiamare tentativo di fusione tra ENI e Montedison , poiché si ridusse a un acquisto di impianti e di sotto-aziende da parte di ENI, nacque il filone principale di Tangentopoli, noto come processo per la Maxitangente Enimont.
Si può dedurre dai nuovi elementi che la Montedison finanziò, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, gli uomini politici proprio per realizzare quella plusvalenza di 645 miliardi, ‘oliando’ un sistema di finanziamento ai partiti che, come sappiamo, esisteva fin dagli anni ’60, ai tempi della Edison di Giorgio Valerio, con finalità poco chiare, ma molto probabilmente rivolte al terrorismo economico.
Raul Gardini si era semplicemente adeguato, sia al momento di realizzare quella fusione, versando svariati miliardi, sia quando la fusione non fu possibile portarla avanti come lui voleva, privatizzando l’Enimont al di fuori del contratto con ENI, e fu necessario uscire in modo decoroso e oneroso dalla faccenda, ancora a colpi di mazzette.
La Montedison da Cefis a Gardini
Prima di approfondire meglio il documento della Corte dei Conti sarebbe forse il caso di fare il punto della situazione. Della storia di questa grande azienda della chimica italiana sappiamo già molto. Sappiamo che dal 1968 al 1976 l’ENI divenne azionista di maggioranza della Montedison, con una scalata che portò al vertice aziendale un uomo determinato come Eugenio Cefis.
Sappiamo che la Montendison, frutto della fusione del 1966 tra Edison e Montecatini, non navigava in buone acque e che perdeva palate di miliardi ad ogni relazione annuale di bilancio, miliardi che nel 1976 Cefis cercò di raccogliere attraverso la politica con il grande saccheggio raccontato da Giuseppe Turani.
Ma c’è dell’altro che va detto su questo dirigente. Secondo lo stesso Turani e il giornalista Eugenio Scalfari, in un libro del 1974 dal titolo “Razza Padrona”, Cefis sarebbe da inquadrare politicamente come un uomo di uno schieramento noto con il nome di “borghesia di Stato”, che consisterebbe in un gruppo di manager i quali non avevano alle spalle nessun gruppo industriale, ma che agivano per conto della politica, e con i soldi della politica.
Cefis, forse anche Mattei, e successivamente Schimberni, impersonavano un certo di tipo di fare industria che a Scalfari e Turani convinceva assai poco e nel loro libro questo concetto è molto chiaro.
Mi ha colpito in particolare il punto in cui nel corposo testo gli autori fanno capire quanto poco importante stessero divenendo nel 1974 per Cefis l’industria e gli impianti chimici che avrebbe dovuto gestire e quanto invece prendesse corpo il contorno di quotidiani, di amicizie politiche, di miniscalate ad altre industrie, di potere nel senso vero del termine che Cefis stava costruendo intorno all’imponente gruppo industriale Montedison.
Tuttavia Cefis non riuscì laddove Scalfari pensava potesse arrivare: il suo potere finì già nel 1977, dopo circa sei anni di presidenza della Montedison. Finì per l’ascesa di un altro manager di quella razza padrona che negli anni ’80 diventerà il primo protagonista della finanza italiana: Cuccia, che Turani in un altro libro intitolato “Raul Gardini” chiamerà il “diavolo di via Filodrammatici”.
Cuccia era un abilissimo tessitore di alleanze che fu già molto attivo nel lontano 1966 all’epoca della fusione Edison-Montecatini, al punto da oscurare nei libri più recenti il nome di Giorgio Macerata quale fautore dell’alleanza con la Edison; così tutti i meriti sono stati attribuiti proprio al “diavolo” della Mediobanca.
Quest’ultimo istituto bancario di diritto pubblico è stato sempre l’ago della bilancia della finanza italiana; dapprima, sembra di capire, a garanzia del sistema finanziario italiano e dei suoi equilibri tra pubblico e privato; in un secondo momento per l’esclusivo capriccio di quest’uomo, abile ma anche assetato di protagonismo e di potere.
Nella Montedison, anche negli anni ’70 proseguì quella lotta acerrima tra l’industria delle partecipazioni statali, tanto odiosa per la sua politica della concertazione lenta e poco redditizia per gli azionisti, ma a mio avviso ancora molto utile allo Stato per sopravvivere alle crisi economiche, e l’industria privata, che in Italia, come spiega Turani, non è mai stata appannaggio di imprenditori giovani e rampanti, bensì di pochi eletti; un’élite che viene definita il salotto buono dell’economia italiana, quella per fare dei nomi di Agnelli, Pirelli, Pesenti, Bonomi, De Benedetti.
Ha rappresentato il gotha dell’industria italiana del dopoguerra; oserei dire anche quella meno spregiudicata e, se pensiamo alla Juventus di Agnelli, più amata dalla gente. Diviene via via che si leggono i libri sempre più chiaro che quest’élite era ben diversa dalla “Razza Padrona” di cui parla Scalfari.
Di quest’ultima nei libri sulla Montedison si perdono le tracce: sembra perdere la propria intraprendenza con la sconfitta di Cefis nel 1977. Quella spregiudicatezza poco produttiva e molto prevaricatrice dei diritti altrui, penso al sistema militare che si dice fosse alle spalle di Cefis e Mattei, venne travolta dapprima dall’avvento di un uomo come Schimberni, il quale credeva in un ritorno all’antico per la Montedison e che quindi avrebbe visto volentieri inserita in una “public company”, intendendo con essa una società con a capo un manager senza portafoglio e con una base di azionisti allargata, non solo ai privati, ma ancora una volta, come al tempo delle monetine del 1970, ai piccoli azionisti.
In un secondo momento la “Razza Padrona” scomparve anche per l’emergere in Italia di un secondo boom economico, che precedette di poco la distensione politica tra est e ovest, tra URSS e USA, e che si caratterizzava per una rinnovata euforia per le quotazioni in borsa delle società. Era il 1985.
In questo periodo erano accadute alcune cose nella Montedison che bisogna raccontare brevemente: nel 1977, al posto di Cefis, Cuccia aveva chiamato un certo Medici, che per la gran parte degli scrittori che hanno narrato le vicende di questa industria non ha lasciato il segno del suo passaggio.
Alves Marchi nel suo libro sulla storia della Montedison dal 1966 al 1989 afferma che Medici ebbe il merito di arrivare al pareggio di bilancio tra il 1978 e il 1979. Ma il prezzo da pagare fu alto e va letto in termini di dismissioni di aziende e di ricorso massiccio alla cassa integrazione.
L’arrivo di Medici e la misteriosa, stando al libro di Sandro Ruju “La parabola della petrolchimica”, partenza dello sconfitto Cefis per il Canada corrispondono anche alla fine della cosiddetta “guerra chimica”, che vide di fronte Montedison, ENI e SIR e che ebbe quale unico risultato quello di indebolire la posizione italiana nella produzione chimica nel mondo.
Si crearono infatti dei doppioni e solo l’uscita di scena di Rovelli, nel 1977, in seguito all’inchiesta giudiziaria di Infelisi, la quale secondo voci sarebbe nata da un vertice della Loggia P2 ad Arezzo, permise alla Montedison di respirare un po’.
Quello che risulta certo dai dati è che il passivo della società di Foro Bonaparte (ma alcuni preferiscono la dicitura: Foro Buonaparte) non era affatto diminuito con le acquisizioni di Cefis. E Medici poté solo tamponare momentaneamente le perdite.
La vera novità arrivò nel 1981: l’ENI, lo sottolineo questo alla luce di quello che avverrà per l’affare Enimont, preferì cedere la sua quota di azioni Montedison alla Gemina, un’azienda dove sedevano tutti gli industriali che ho citato prima, quelli dell’élite dell’imprenditoria privata.
Ma questi signori tenevano più al prestigio che al futuro della chimica italiana e la loro acquisizione della maggioranza della società di Foro Bonaparte contava fino a un certo punto.
Al timone c’era forse l’ultimo di quella “Razza Padrona” che divorava miliardi e tanti altri ne chiedeva ai politici, Schimberni. Questi fu un manager tanto abile e colto da riuscire a illudere l’opinione pubblica di essere stato in grado di risanare il maxi debito della Montedison.
Ma la sua voglia di primeggiare cominciò presto ad assomigliare all’intraprendenza di Cefis; e con la scalata alla Bi-Invest, ma ancora di più con quella alla Fondiaria, che fece fare alla Montedison con i soldi di una società a questo punto, è bene rimarcarlo, privatizzata al 100%, si scontrò con gli equilibrismi e gli isterismi di Cuccia, al quale non stava affatto bene che si smontasse il castello che aveva costruito con tanta pazienza nel corso degli anni.
Il “diavolo di via Filodrammatici” cominciò a chiedere aiuto ai suoi amici, soprattutto cercò un imprenditore che potesse impossessarsi di Foro Bonaparte con una scalata spettacolare.
Si rivolse a un uomo dell’élite degli industriali, De Benedetti, ma non si era accorto, come gran parte dell’opinione pubblica, che nell’ombra si era fatto strada un gruppo che fatturava molti miliardi, il gruppo Ferruzzi, il quale con la morte del padre-padrone Serafino Ferruzzi in un misterioso incidente aereo nel 1979 era ora nelle mani di un manager di Ravenna, Raul Gardini, marito di una delle figlie di Serafino.
Gardini era spregiudicato come Cefis, ma appariva come prodotto del recente boom degli anni ’80. Aveva una mentalità imprenditoriale che puntava sulle privatizzazioni, in un periodo in cui la politica con le Partecipazioni Statali aveva rinunciato alla Montendison, ma non a controllare l’industria pubblica e anche ad avere influenze su quella privata con i propri uomini, come nel caso del PSI di Craxi.
Gardini, come dice simpaticamente, Turani riuscì a mandare a gambe all’aria Cuccia e De Benedetti, i quali si preparavano a lanciare un’OPA sulle azioni Montedison, cioè un rastrellamento a prezzo maggiorato delle azioni della Montedison presenti sul mercato.
L’uomo di Ravenna offrì molto di più e, sapendo giocare d’azzardo, chiuse la partita in due giorni. Veniva considerato per questo un raider e non ne era affatto seccato.
Diventa evidente a questo punto della storia che dalle riunioni di Foro Bonaparte del 1970 era passato un secolo. Il gioco dell’alta finanza a suon di rilanci in borsa prendeva il sopravvento sulla programmazione e sulle relazioni di quanto accadeva nel comparto industriale.
È questo un elemento che mi ha colpito molto. Cominciavano a mancare i dati, i numeri, le lamentele della base operaia. È quanto avevo già sottolineato nel capitolo sulle “Radici del male”.
Anche perché questi uomini della “Razza Padrona” assomigliano molto a quegli industriali del petrolio che avevo identificato con una semplice ricerca d’archivio. Ricomparve Nino Rovelli e la sua fu più di una comparsa, diciamo che, come avevo accennato in altre sedi, dopo il suo fallimento ammorbidito dall’intervento dello Stato avvenne uno sdoppiamento: gli impianti vennero ceduti all’ENI nel 1982 dal nuovo consorzio interbancario (ma sappiamo ora che c’era dentro anche lo Stato con il Comitato), ma nuovamente Rovelli li vendette alla Montedison e a Gardini nel 1988.
La curiosità compare nel libro di Turani su “Raul Gardini”. Al momento di unire ENI e Montedison si ricompattava dietro le quinte anche il dissestato impero finanziario della SIR. Diventa chiaro che Rovelli faceva sicuramente parte della “Razza Padrona”, ma per Turani resta un perdente, come lo era Cefis.
Questi uomini, a distanza di anni possiamo affermarlo, sono riusciti a lasciare tracce del loro passaggio nella nostra attualità proprio grazie ai politici che li spalleggiarono e li foraggiarono, i quali ne hanno condizionato il giudizio da parte dell’opinione pubblica, in modo tale da farne figure positive, mentre si è persa memoria della loro brama di conquista scriteriata dal punto di vista imprenditoriale e dei loro metodi che definirei dittatoriali (in questo anche Longarini non faceva eccezione).
Qualcuno, come ho dimostrato in precedenza, nella Seconda Repubblica si sta occupando ancora degli affari messi insieme da questi manager di Stato; del resto Mani pulite non ha chiuso il conto con quella politica corrotta e ne risentiamo ancora oggi molti effetti.
Dicevo delle scalate della metà degli anni ’80. Il gioco si era fatto duro e avvincente. Duro perché si trattava di una guerra da film, con telefonate per chiedere rilanci di borsa, ripicche, acquisti a prezzi da record, e tanto altro che avevano reso Gardini un uomo da copertina; avvincente perché c’era indubbiamente positività nell’ambiente economico, non solo per l’intraprendenza di questi nuovi manager della Ferruzzi, che erano molto meno compassati dell’élite industriale guidata dalla FIAT, bensì perché nasceva o rinasceva l’idea dell’azionariato popolare, anche se si trattava ora di speculazione più pericolosa e meno garantita dalla politica.
La “public company” di Schimberni non si farà mai in termini di partecipazione della gente a un sindacato di controllo come avvenne nel 1970, ma sicuramente dal 1985 con i fondi comuni di investimento per i piccoli azionisti nasceva la speranza di realizzare in poco tempo facili guadagni con acquisti e vendite in borsa.
Il periodo viene ribattezzato da Turani e forse nemmeno da lui ma dai giornalisti dell’epoca: “Panino e listino”, perché la gente all’ora del pranzo si fermava al bar a guardare sui monitor il listino della borsa con gli occhi fissi sui propri investimenti. Non durerà molto, ma questo permetterà a Gardini, con molti meno soldi di quanto si pensava potesse avere in cassa, di scalare quante più aziende era possibile.
Nel 1973 c’era stata già un’esperienza del genere, con imprenditori spregiudicati che avevano cercato di autofinanziarsi con i soldi della gente, ma quello era stato solo fumo negli occhi e in poco tempo i colpevoli erano stati quanto meno smascherati: un nome su tutti, Michele Sindona. Gardini era diverso: piaceva di più alla gente e non solo perché nel 1991 porterà una barca italiana alla Coppa America di Vela.
Offriva un’immagine positiva. Quello che convinceva di meno era il metodo con cui molti di questi imprenditori nuovi amministravano le loro industrie. Si accentuò la tendenza a utilizzare le scatole cinesi (o le bambole russe di cui parlavo in altre pagine) per controllare a cascata tante aziende con l’obiettivo finale, nella fattispecie, di arrivare in modo più sicuro al controllo della Montedison.
Anche in questo c’era la mano di Cuccia, il quale, dopo aver dato prova nel 1976, con il reperimento miracoloso dei 2000 miliardi che servivano a Cefis, di saper tessere contorte ma efficaci operazioni finanziarie, aveva messo in cassaforte anche il suo castello di alleanze attraverso un controllo quasi incrociato di aziende strategiche per l’Italia (la legge vietava acquisizioni di questo genere, vale a dire: l’azienda x che comprava il 50% della azienda y, la quale a sua volta comprava il 50% dell’azienda x).
La Montedison come sappiamo aveva accumulato partecipazioni in quotidiani e altri marchi importanti come la Standa, ad esempio. Ma tutto questo portafoglio di azioni era stato messo in una cassaforte vuota denominata Meta.
Quando Gardini prese il controllo della maggioranza di Meta e quindi di Montedison, scoprì che non poteva fare a meno di due uomini in particolare: Schimberni e Garofano, i quali erano i soli a poter ricostruire l’intricata tela delle scatole cinesi contenenti in separata sede i gioielli di Foro Bonaparte.
L’uomo di Ravenna, detto anche il “Corsaro”, cercò in un primo momento di proseguire con Schimberni, poi quando non si fidò più di lui lo licenziò. E creò una importante fusione della Meta con la Finanziaria che controllava il Gruppo Ferruzzi, la Ferfin. Con la scalata dell’ottobre 1986 alla Montedison, Raul Gardini aveva insomma messo fuori gioco De Benedetti e si era imposto come il leader dell’industria privata italiana.
La sua idea in quel periodo era ambiziosa e mai messa sul tavolo in termini di programmazione, di concertazione con le parti sociali. Manca nei libri e nei documenti che ho esaminato un resoconto trasparente dei conti della Montedison; sono sempre più lontani i tempi di Merzagora.
Riuscì comunque nel suo intendimento di unire la grande competenza della Ferruzzi nel campo agroalimentare con quel comparto così strategico per l’Italia che era la chimica.
Il problema erano sempre i debiti: in fondo fu il motivo per cui Schimberni venne licenziato. Non è chiaro fino a che punto Gardini avesse valutato il passato della Montedison, quanto sapesse dei “fondi neri” degli anni ’60 e ’70 e quanto gli fosse stato spiegato delle radici politiche di quella grande azienda, che tutto stava diventando fuorché un’industria.
Quando entrò al vertice di Montedison Gardini pubblicò comunque per la prima volta il bilancio consolidato del suo gruppo (la Ferruzzi) e dimostrò a tutti che era molto meno competitivo di quanto si pensasse. Anche lui era un manager senza portafoglio: il malloppo di azioni stava tutto nelle mani nella moglie, la figlia di Serafino.
Capì probabilmente troppo tardi che la situazione finanziaria che gli aveva lasciato Schimberni non era rosea come poteva apparire dall’esterno. Soprattutto Gardini si accorse che per governare quella nave così ingombrante aveva bisogno di entrare nei salotti della politica, e a lui i politici piacevano poco.
Non era un uomo della “Razza Padrona”, anche se Cuccia, vistosi impotente contro la testardaggine del “Corsaro” lo inserì sotto la sua ala protettrice e con un nuovo circolo vizioso di vendite e acquisizioni gli fece coprire alcune falle che si erano presentate nel bilancio Montedison all’indomani della sua scalata. Eravamo nel 1987.
Ma era una grossa trappola anche questa: pur non sborsando una lira, il gruppo Ferruzzi perse il 100% delle azioni della propria finanziaria Ferfin e questo volle dire guadagni più che dimezzati.
Fu un colpo pesante per un uomo che stava puntando proprio sulla creazione di un impero, che convinse probabilmente Gardini che era il momento di puntare a un accordo con l’industria pubblica; proprio lui che si era messo in testa di fare della Montedison una azienda leader della chimica privata.
Fu la politica a proporre a Gardini questo accordo con l’ENI per creare il colosso Enimont, e lo dimostra oggi il documento della Corte dei Conti. L’azienda pubblica che fu di Enrico Mattei, poi di Cefis, poi di Girotti (il vice di Cefis all’ENI), dopo circa 8 anni tornava laddove era stata padrona di casa dal 1968 al 1981.
Siamo all’anno 1989, quello della caduta del muro di Berlino. Eravamo dunque di fronte a una nuova fusione? Stava per andare in scena una storia che si ripeteva ciclicamente? Sembra proprio così, anche se sui libri i paragoni con lo storico accordo Edison-Montecatini mancano del tutto.
Perché, in effetti, le cose non andarono nello stesso modo. Se infatti le due aziende degli anni ’60, pur tra mille diatribe, erano riuscite a far lavorare insieme i propri impianti e i propri uomini, ENI e Montedison furono una cosa sola solo sulla carta.
Quella che nacque nel 1989 fu una creatura voluta fortemente dal PSI di Craxi e De Michelis, i quali avevano in testa la stessa cosa di Gardini: creare la più grande industria chimica d’Europa, ma una industria che avesse al suo comando uomini dell’entourage del partito del Garofano.
Gardini, invece, continuava a sognare in grande e sperava di creare il suo business nell’est europeo, dove la caduta del muro di Berlino aveva creato un mercato nuovo e milioni di nuovi potenziali clienti. Le due visioni sembravano vicine, ma finirono per divergere per la voglia di protagonismo dell’uomo di Ravenna.
Nasceva il sogno Enimont
Gardini, pertanto, sembrava un manager della “Razza Padrona”, ma non lo era, perché non amava compromessi con la politica. Eppure non era nemmeno vicino all’élite dell’industria privata italiana, perché non aveva azioni e aziende sue e pensava a costruire un impero più che a gestirlo.
Quando i socialisti gli proposero di creare l’Enimont pensando già a un presidente come Necci, che negli anni ’80 guidava l’Enichem, un’altra creatura dell’ENI, lui era alle prese con i debiti della Montedison e se accettò fu anche per questo: per sbarazzarsi di aziende piene di debiti che ora poteva girare al pozzo senza fondo dell’ENI[ii].
Sulle origini di questo patto tra ENI e Montedison oggi ci viene in soccorso il documento della Corte dei Conti che citavo all’inizio del paragrafo. Si tratta della determinazione numero 21 “relativa ai rapporti ENI-Montedison concernenti la partecipazione alla società Enimont”. Fu trasmessa alla presidenza il 4 aprile del 1991.
Dice il rapporto a pagina 51 nelle conclusioni a proposito della nascita del colosso ENI-Montedison: “È stato ricordato come sia nata in ambiente ENI l’idea che porterà alla costituzione di Enimont. Un’idea di collaborazione intensa, di messa a comune di importanti risorse, di razionalizzazione di siti e di ripartizione di oneri di responsabilità per un grande progetto industriale”.
La società venne a quel punto creata suddividendo il capitale delle due aziende in due parti uguali pari al 40% del capitale della nuova Enimont, mentre il restante 20% si decise che sarebbe stato collocato sul mercato azionario.
Rispetto al 1966 e alla fusione Edison – Montecatini non ci fu, come sottolinea la relazione della Corte dei Conti, un sindacato di controllo, bensì una rappresentanza di 10 delegati suddivisi in parti uguali tra i due colossi: 5 delegati ENI e 5 delegati Montedison.
Venne siglato un accordo contrattuale molto ben architettato il quale prevedeva anche una possibile privatizzazione, ma non prima di un triennio. Montedison avrebbe potuto accrescere la propria quota in una data ben precisa, ma ENI avrebbe potuto accettare o rifiutare queste eventuali modifiche.
Erano dettagli che sembravano riuscire ad imbrigliare Gardini in una marcatura stretta da parte dell’ENI e dello Stato, ma non andò affatto così. Se nei primi anni ’70 all’ENI bastò acquistare un buon pacchetto di azioni pari al 16 – 17% del capitale per dettare legge, adesso le cose si facevano più difficili. Il rischio di scalata era molto più alto e meno calmierato dallo Stato.
Gardini cominciò a cercare alleati per trasformare quindi quel suo 40% in un 51% che avrebbe voluto dire maggioranza assoluta. Cercò di vendere a industriali amici parte del 20% di azioni destinate al mercato e pare che vi riuscì.
Chiese in un primo momento in assemblea di poter aumentare i delegati da 10 a 12 e gli fu concesso da Cagliari, il presidente dell’ENI. Ma il Ministro alle Partecipazioni Statali, Fracanzani, non ci stette e bloccò ogni richiesta.
Era in pratica la dichiarazione di guerra tra lo Stato e il “Corsaro”, al quale i partiti non stavano concedendo soprattutto una cosa: gli sgravi fiscali sulle plusvalenze derivanti dalla fusione della Montedison con l’ENI.
Il provvedimento fu più volte rinviato e pare che alla fine non se ne fece più nulla. Questo punto è importante soprattutto alla luce di quanto i magistrati di Mani pulite scoprirono pochi anni dopo.
Gardini per avere quegli sgravi fiscali aveva finanziato i partiti con dei “fondi neri”, non dichiarati nel bilancio Montedison e quindi al di fuori anche delle concessioni del Decreto Legge sul Finanziamento ai partiti. Ecco quindi spiegato quel sacro furore del “Corsaro” di Ravenna contro quei politici così esosi e poi privi di memoria al momento dei ringraziamenti.
Torniamo al documento della Corte dei Conti. Gardini aveva dunque conquistato una posizione di maggioranza all’interno dell’Enimont e lo Stato attraverso l’ENI doveva intervenire.
Dice la Corte attraverso il firmatario del documento, Ristuccia, che: “Di fronte alla posizione forte di Montedison e al suo conseguenziale potere di ‘veto’ è emersa l’esigenza, come riferisce l’ENI, di ‘individuare un meccanismo di soluzione del contenzioso imperniato sulla rimessione alla Montedison della scelta se divenire acquirente o venditrice dell’intero complesso Enimont’. Soluzione di non poco conto – commentava lo stesso relatore della Corte dei Conti Ristuccia – rispetto a profili più generali di interesse pubblico in quanto con ciò veniva rimessa a Montedison la decisione di privatizzare la chimica ENI”.
La Montedison poteva quindi decidere il suo destino e Gardini in una intervista televisiva più volte riproposta affermava spavaldo: “Decido io”. Però l’ENI aveva creato i presupposti affinché Gardini decidesse quello che faceva comodo all’ENI. Quella vendita o acquisto che venne stabilito senza asta e in modo automatico, e questo per decisione del CIPE[iii], doveva avvenire ad un prezzo che solo il gruppo ENI stesso poteva concordare.
Infatti, proseguiva Ristuccia, “il carattere automatico del procedimento nulla ha a che vedere con una supposta ‘neutralità’ dell’ENI nei confronti degli interessi in gioco ai fini della fissazione del prezzo.”
“Il prezzo – sta scritto nel documento – deriva proprio dalla ponderazione degli interessi in gioco”, interessi su cui viene specificato che l’ENI non è arbitro imparziale.
A pagina 57 la nota della Corte passa a descrivere l’attività della politica nel cercare di risolvere questo contenzioso. Questi politici che si erano alternati nella gestione dell’emergenza avevano finito con il confondere i propri ruoli.
“Si può anzi supporre che tale sovrapposizione di ruoli abbia suggerito alla parte privata di rivolgersi agli interlocutori pubblici secondo le proprie ritenute convenienze”.
In poche parole, mi viene da interpretare, la Corte dei Conti non aveva capito fino a che punto i politici avessero fatto da garanti e quanto invece avessero favorito una certa soluzione, soluzione che ora vedremo, non era stata certo un affare per lo Stato e per i contribuenti. In una lettera del 25 ottobre 1990 infatti la Montedison chiedeva ai politici di non favorire l’ENI, cioè l’industria pubblica su cui lo Stato aveva concreti interessi.
Gardini si era accorto a questo punto che la politica era troppo schierata contro di lui e che quel sogno di creare il polo chimico più forte d’Europa non si poteva raggiungere. Il tribunale aveva bloccato ogni scalata e rimandato al rispetto degli accordi contrattuali.
Il “Corsaro” aveva così deciso di vendere il suo 40%. Ma fu veramente una sua libera scelta? Dai documenti sembra smentita questa ipotesi ed emergono responsabilità dei suoi più fidati dirigenti: il parente Carlo Sama, Giuseppe Garofano, cioè l’uomo di Schimberni alla Meta, e Panzavolta. Furono loro molto probabilmente a influire sulla determinazione del prezzo effettuata dall’ENI.
Sull’argomento il documento della Corte dei Conti si era soffermato a lungo nelle pagine precedenti le conclusioni che sto esaminando. È molto importante, ai fini di un confronto con quanto poi emerso in Tangentopoli, capire come si sia arrivati a stabilire il costo delle azioni di Enimont. Alla fine la Montedison venderà il suo 40% di Enimont al prezzo totale di 2.805 miliardi; una cifra molto alta. Come era stato possibile?
“Il 12 settembre del 1990 – recita il documento – non appena fu chiaro che si sarebbe dovuto procedere a mettere fine alla collaborazione fra ENI e Montedison in Enimont, il presidente dell’ente di gestione costituì, con proprio ordine di servizio, un “Gruppo di valutazione interno” composto dal direttore per lo sviluppo, programmazione e controllo e dai direttori amministrativo e finanziario, e coordinato da un alto dirigente del gruppo ENI. Tale gruppo di controllo – spiega ancora la relazione di Ristuccia – ebbe il ‘compito di elaborare le valutazioni economiche per le trattative con Montedison in esecuzione alle direttive ministeriali’ ed è stato chiamato a riferire ‘direttamente al presidente'”.
La procedura prevedeva che la giunta al termine del suo lavoro riferisse il tutto al Ministro alle Partecipazioni Statali, il quale sarebbe stato supportato nella valutazione finale da un collegio di periti.
Fu il ministro a stabilire, con la sua lettera del 17 novembre 1990, la forbice all’interno della quale sarebbe stato scelto il prezzo, che poteva quindi oscillare al massimo tra 2.650 e 2.850 miliardi. Si intuisce bene che i 2.805 miliardi sono una somma troppo vicina alle stime più generose fatte dagli esperti della giunta e della stessa forbice stabilita dal ministro.
Le valutazioni degli esperti sul prezzo della quota Montedison avevano dato un esito nettamente inferiore ai 2.805 miliardi spesi dal presidente dell’ENI, Cagliari.
Eccole dalla pagina 33 del documento: “Goldman Sachs – valore minimo: 2.125 miliardi, Merrill Lynch – prima ipotesi di minimo: 2.270 miliardi, Merrill Lynch – seconda ipotesi di minimo: 2.550 miliardi, Merrill Lynch – prima ipotesi di massimo: 2.610 miliardi, prof. Jovenitti: 2.710, Goldman Sachs – valore massimo: 2.720, Gruppo di valutazione interno: 2.750, Merrill Lynch – seconda ipotesi di massimo: 2.890”.
Furono quindi espresse valutazioni che portarono indubbiamente a un esborso dell’ENI per acquistare il 40% della quota Enimont di Gardini molto più alto del normale. In una riunione del 18 novembre del 1990 il Ministro giustificò questo prezzo con le prospettive di grande crescita che il gruppo Enimont avrebbe potuto avere in un prossimo futuro, superando la soglia del valore stabilito e arrivando magari anche a 3000 miliardi di vecchie lire.
A giudicarle con il senno di poi queste asserzioni c’è da essere molto scettici sul fatto che il Ministro alle Partecipazioni Statali credesse veramente che Gardini potesse rinunciare a un simile presunto affare.
È più facile, alla luce delle confessioni dei dirigenti Montedison al processo di Mani pulite, ipotizzare che il prezzo sia il frutto di un accordo sotto banco favorito dalla maxitangente Enimont, che sappiamo ormai venne emessa dal gruppo Montedison per uscire in quel modo da Enimont.
Mani pulite e Corte dei Conti a confronto
Secondo il documento di autorizzazione a procedere[iv] nei confronti di Severino Citaristi diffuso recentemente su internet e reperibile su Google sul sito del Senato, il pool di Mani pulite scriveva a proposito di questa maxi-tangente che fu erogata dalla Montedison, attraverso il direttore finanziario dell’ENI, Enrico Ferrari, la somma di 12 milioni 400 mila dollari in gran parte poi giunta nelle casse del Partito Socialista.
Nelle dichiarazioni di Sama e di Garofano, due dirigenti Montedison, veniva confermato inoltre il fatto che dalle casse della loro azienda uscirono in totale per la sola vicenda Enimont circa 100 miliardi di vecchie lire “utilizzando risorse extracontabili originate in Italia”.
Ma c’è qualcosa che mi ha colpito particolarmente e verte sulla questione del prezzo maggiorato della quota del 40% di Enimont. Molto significativa è la dichiarazione resa ai giudici dal vice-presidente dell’ENI, Alberto Grotti, contenuta sempre nell’autorizzazione a procedere nei confronti di Citaristi. Veniva confermato in sostanza il sistema attraverso cui lo Stato stabilì la cifra dei 2.805 miliardi di vecchie lire.
Disse Grotti: “Voglio precisare un particolare e cioè: il 16 o 17-11-1990, di sera, vengo contattato telefonicamente da Panzavolta, che io avevo conosciuto per l’affare Imeg, il quale mi dice che all’interno del gruppo Ferruzzi ci sono delle divisioni tra coloro (intendendo la famiglia Ferruzzi) che vogliono vendere il 40% di Enimont e Gardini che sarebbe più orientato ad acquistare il 40% di Enimont.
Inoltre, nella medesima telefonata il Panzavolta mi dice anche che lui rappresenta il gruppo che vuole vendere (quindi la famiglia Ferruzzi). In definitiva mi spiega che mi sarebbe stato grato, come per la vicenda Imeg, se io avessi fatto sì che anche con il mio atteggiamento si fosse arrivati al risultato sperato dalla famiglia Ferruzzi”.
A questo punto Grotti spiegò al suo interlocutore che anche secondo lui Enimont era un’azienda strategica per l’ente pubblico e che non andava venduta a Gardini, ma semmai comprata. Il prezzo lo avrebbe dovuto stabilire Cagliari il quale, il giorno 18 novembre 1990, convocò la giunta.
La determinazione del prezzo all’interno di quello che era noto come “patto del cow-boy” si aggirava intorno alla cifra di 2.650 – 2.850 miliardi ed era frutto di quella procedura che abbiamo già visto nel documento della Corte dei Conti.
Tutto è confermato fedelmente in questa dichiarazione giudiziaria, con l’aggiunta dei nomi del comitato di periti nominati dal Ministro alle Partecipazioni Statali Piga, ovvero i professori Zanda e Ferri.
Il prezzo di 2.805 secondo Grotti era il frutto di una media dei valori all’interno di quella forcella, che conteneva già delle valutazioni di fascia medio-alta rispetto alle stime che ho riportato sopra.
Era perciò un prezzo che restava una seconda volta nella fascia alta della forcella. Difatti ecco cosa accadde quando Cagliari disse a Grotti che a quella cifra da lui stabilita l’ENI non solo poteva vendere, ma poteva anche comprare.
Grotti telefonò a Panzavolta e questi ringraziò sentitamente promettendo di farsi vivo con le mazzette. Affermò Grotti ed è scritto nel documento: “Tra il mese di dicembre 1990 ed il mese di maggio 1991 io ricevetti le visite di Panzavolta, il quale ogni qualvolta ci incontravamo mi consegnava delle borse contenenti dei soldi contanti per circa 3 miliardi, più, mi pare nell’ultima occasione, titoli di Stato per circa un miliardo per un importo totale quindi di 4 miliardi”.
La storia che l’opinione pubblica ben conosce per averla letta sui vari quotidiani e libri a questo punto dice che Gardini, venduta l’Enimont, si dimise da presidente del gruppo Ferruzzi e si dedicò alla vela e a una nuova avventura finanziaria in Francia. Questo lo scagionerebbe solo in parte però dalle responsabilità nel finanziamento ai partiti con i soldi della Montedison attraverso i “fondi neri”.
Le prove c’erano e Gardini, forse per questo, il 23 luglio 1993 si suicidò in un modo che non ha mai convinto del tutto. Nello stesso periodo si tolsero la vita altri due personaggi coinvolti in questa storia: il presidente dell’ENI, Gabriele Cagliari, e, prima di loro, il direttore generale del Ministero alle Partecipazioni Statali, Sergio Castellari.
Dicevo delle prove. Nella richiesta di autorizzazione a procedere per Citaristi emerge che il “Corsaro” fu messo al corrente del sistema illecito di finanziamento ai partiti, PSI e DC in primis, non appena ebbe messo piede a Foro Bonaparte. Secondo una dichiarazione di Giuseppe Berlini, fiduciario del gruppo Ferruzzi, per portare a termine la fusione tra ENI e Montedison Gardini aveva bisogno di sgravi fiscali affinché l’operazione non fosse economicamente svantaggiosa.
In ballo c’erano plusvalenze da 800 miliardi e fu chiesto a Ciriaco De Mita della DC di emanare un Decreto Legge.
Spiegò Berlini che si era a quel punto “tra la fine del 1988 e i primi del 1989. In tale situazione Gardini mi fece presente che occorreva ‘oliare’ il sistema dei partiti e quindi alcuni esponenti politici affinché nessuno frapponesse ostacoli all’emanazione del decreto per poter ottenere lo sgravio fiscale predetto.
Gardini mi disse allora di approntare delle somme di denaro da mettere a disposizione di colui che disse di essere il referente dei politici in questione e che per loro conto avrebbe ricevuto il denaro: Sergio Cusani”.
Berlini spiegò anche che Gardini parlò con lui perché era l’uomo che gestiva la contabilità riservata ed extra-bilancio del gruppo Ferruzzi, poiché i soldi di cui “aveva bisogno Gardini non potevano uscire dalle casse del gruppo”.
Inoltre anche dopo la vendita del 40% della quota Montedison in Enimont, Gardini si interessò secondo le dichiarazioni dell’inquisito alla questione delle tangenti.
Raccontò infatti Berlini nel corso dell’interrogatorio questi fatti: “Come noto nel novembre del 1990 la Montedison cede le proprie quote Enimont all’ENI per un importo di 2.805 miliardi alla fine di una lunga diatriba che aveva visto il partner privato con il partner pubblico. Già dal gennaio 1991 Gardini e Carlo Sama mi fecero entrambi presente che avevano urgente necessità di reperire anche in questo caso una provvista riservata che entrambi quantificarono in 35 miliardi di lire da far pervenire al sistema dei partiti per il tramite di Sergio Cusani”.
Spiegò l’interrogato che alla base di questo esborso c’era, secondo Gardini e Sama, proprio “la necessità di far fronte agli impegni presi con il sistema dei partiti”.
Sono cose che i giornali degli anni ’90 ci hanno ripetuto più volte, ma assumono un ulteriore significato se andiamo oggi a leggere, come dicevo all’inizio e ho ripetuto più volte, che quel prezzo era stato sovrastimato, non solo dal Ministro, ma anche dalla stessa giunta dell’ENI che aveva potuto contare sulle valutazioni degli esperti. Torniamo a questo punto al documento della Corte dei Conti firmato dal signor o dottor Ristuccia.
Sappiamo che il Ministro alle Partecipazioni Statali aveva valutato al rialzo il 40% di Enimont perché era ottimista circa il futuro della chimica e spiegò nella riunione del 18 novembre 1990 anche che, non sapendo ancora se la Montedison volesse vendere o comprare questo pacchetto di azioni, temeva che potesse rivendere successivamente queste azioni stesse a un prezzo più alto.
Ma emergeva un altro elemento fondamentale in quella sede, la vera prova che potrebbe dare ragione al pool di Mani pulite, se mai fosse possibile un revisionismo del processo a Tangentopoli: emergeva che l’ENI auspicava un acquisto, piuttosto che una vendita (nonostante quel prezzo), della partecipazione posseduta da Montedison.
Che insomma le cose potessero finire in quel modo, con l’acquisto dell’ENI era nella natura dell’attività dell’ente di Stato. Nelle conclusioni Ristuccia scriveva che c’erano due soli attori: da una parte la Montedison “disponibile probabilmente da sempre ad un buon affare finanziario; dall’altra l’ENI, ideatore della Joint-Venture, convinto della necessità di concentrare la chimica italiana e delle proprie capacità di gestire la concentrazione, e comunque obbligato, non solo e non tanto dalla legge, quanto dalla logica industriale di ente petrolifero, a ‘fare chimica’”
I fatti alla fine erano molto chiari alla Corte dei Conti, nonostante fossimo ancora lontani dal ciclone di Mani pulite. La Montedison aveva realizzato una plusvalenza e Ristuccia ne esponeva l’entità.
Se è vero, infatti, che Montedison aveva “a libro” una quota Enimont di valore pari a 1.950 miliardi, con la vendita della partecipazione pari al 40% al prezzo totale di 2.805 miliardi aveva realizzato una plusvalenza lorda di 855 miliardi, e netta di 765 miliardi.
C’è inoltre un’altra valutazione che Ristuccia ricordava nel documento ed è quella economica, basata cioè sul valore del patrimonio dell’azienda, che in totale era stimato sui 5.400 miliardi, da cui andava dedotto il 40% della quota Montedison, pari a 2.160 miliardi.
La differenza di prezzo con i 2.850 miliardi è evidente. Foro Bonaparte aveva realizzato una plusvalenza economica di 645 miliardi di vecchie lire. E questa plusvalenza veniva considerata una sorta di premio di maggioranza che avrebbe dovuto ricevere la parte disposta ad acquistare il 100% di Enimont.
Una quota, a loro dire, superiore di 100 miliardi rispetto al normale. Bastava a giustificare l’esborso da parte dell’ENI? E come andava valutato questo prezzo?
Nelle conclusioni di Ristuccia c’erano anche le risposte a questi interrogativi. Punto secondo: “Il prezzo pagato dall’ENI per acquistare da Montedison la partecipazione del 40% di Enimont si colloca appena al di sotto del valore più alto indicato dai valutatori indipendenti come possibile prezzo di vendita/acquisto.
La fissazione di tale prezzo, considerata nel quadro complessivo della vicenda, deriva dall’esigenza di riacquistare il controllo della società chimica”. In pratica la Corte dei Conti escludeva con questa frase l’ipotesi che la valutazione di 2.805 miliardi per il 40% di Enimont fosse regolare. La Corte stessa non era contenta delle conseguenze.
Punto quattro: Ristuccia forse si confonde a questo punto e scambia, io credo, Enimont con Enichem, affermando che l’acquisto pressoché totale delle azioni Enichem da parte dell’ENI era contrario ai principi delle Partecipazioni Statali, i quali prevedevano sempre un adeguato spazio alla parte privata. E a questo proposito andrebbe ricordato il sindacato di controllo della Montedison degli anni ’70 diviso rigorosamente in parti uguali.
Punto cinque: “La realizzazione dell’obiettivo di una grande e integrata società chimica italiana è, al momento, per l’ente pubblico molto più onerosa di quanto inizialmente previsto nell’ipotesi di una Joint-Venture almeno triennale. Ciò – spiegava Ristuccia nelle sue conclusioni – a ragione sia dei costi affrontati per l’acquisto della partecipazione Montedison e per l’offerta pubblica di scambio, sia per l’aumento dell’indebitamento del gruppo ENI, sia infine per l’anticipato integrale accollo dei programmi di investimento necessari per lo sviluppo della società chimica”.
Il documento si concludeva con altre due critiche: alla politica che era intervenuta per offrire ‘coperture’ che non erano richieste, e alla mancanza di regole nella privatizzazione delle aziende e nei rapporti tra settore pubblico e settore privato, “sia nel caso di acquisizioni/dismissioni, sia in quello di forme paritarie di cooperazione”.
“La vicenda Enimont – era la conclusione – suggerisce di considerare poco praticabili, per fondare l’auspicata e necessaria cooperazione fra pubblico e privato, formule sia pur molto elaborate di patti parasociali. Tali patti risultano troppo fragili di fronte alla difficoltà, più volte provata, di tale cooperazione e mal gestibili da parte dei soggetti pubblici.”
Un passato e un futuro densi di domande
Mi pare molto chiaro. Sono parole che colpiscono, se si pensa che solo due anni più tardi il Ministero alle Partecipazioni Statali verrà soppresso, ma gli investimenti dello Stato continueranno in modo poco chiaro e, se queste erano le premesse, con assai scarse possibilità di buona riuscita. Tangentopoli, come sappiamo, finirà con tanto clamore e condanne lievi per i protagonisti di questa vicenda.
La sensazione alla fine di questa analisi è che fosse tutto vero, che insomma Di Pietro avesse ragione e avesse, come abbiamo appurato, valutato anche la presenza del Decreto Legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Non aveva forse valutato appieno la storia dei “fondi neri” dalle sue origini, perdendo di vista il movente di questo andazzo, la natura dei rapporti tra imprenditoria e politica che portava indietro di tanti anni, alla storia di un’amicizia molto forte che, io ne sono sicuro, è sopravvissuta anche al ciclone di Mani pulite.
Un’amicizia che, lo abbiamo dimostrato, ha finito per deragliare, non si sa bene come e perché, nel finanziamento verso il terrorismo, attraverso oscuri personaggi di Edison su cui purtroppo il giudice Alessandrini, che stava conducendo quelle indagini, non poté mai fare chiarezza. Un altro punto poco chiaro è che fine abbiano fatto quei 645 miliardi della plusvalenza Enimont.
Si potrebbe dire, per aggiungere altra suspance a questo giallo, che la maxitangente Enimont, se aveva il solo scopo di alterare il prezzo di uscita dal colosso della chimica, fece tanto rumore per nulla: Foro Bonaparte due anni dopo finì per essere divorato da debiti incalcolabili e solo quel “diavolo” di Cuccia con i suoi miracoli trovò la soluzione.
Ma se la maxitangente non aveva questo scopo, a cosa servì veramente? E a cosa servivano le tangenti dei primi “fondi neri” dei tempi di Girogio Valerio, di Giorgio Macerata e di Merzagora? A queste domande purtroppo non so rispondere.
Sappiamo solo che la Montedison, privata ormai della maggior parte delle sue sotto-aziende, che erano state acquistate dall’ENI con il 40% del pacchetto Enimont, è stata dapprima sgravata dagli ingentissimi debiti, quindi sottoposta nel 2002 ad un processo di segmentazione dovuto alla scalata, nel 2001, del finanziere Romain Zaleski e della francese EDF.
La stessa Edison è tornata a nuova vita puntando sulla liberalizzazione dell’energia elettrica, come se fossimo nei primi anni ’50 o ’60. Questo, del resto, sembra fosse l’obiettivo dei suoi nuovi proprietari di EDF, i quali, insieme a Zaleski, hanno ceduto tutte le vecchie partecipazioni di Montedison e sono entrati nella nuova holding chiamata Italenergia, di cui fa parte anche la FIAT[v].
Insomma, in tutta questa vicenda giudiziaria chi ci ha rimesso ‘alla fine della fiera’, dicono i milanesi, è stato, insieme al suo amico Cagliari, il povero “Corsaro” Gardini, un manager che non era riuscito a essere né un industriale privato d’élite, né uno dei duri della “Razza Padrona”.
[i] Cfr “Determinazione della Corte dei Conti n. 21”, Doc XV – bis n. 10 , Camera dei Deputati.
[ii] Questa la spartizione che venne stabilita: da parte di Enichem, confluirono nella nuova grande struttura di Enimont le seguenti aziende: EniChem Anic e controllate, EniChem Synthesis e controllate, EniChem Anic e controllate, EVC (50%), EniChem Tecnoresine, EniChem Agricoltura e controllate, EniChem Augusta e controllate, EniChem Elastomeri e controllate, EniChem Fibre e controllate, Raffineria siciliana, Nurachem, Sclavo, Bellico, Boston, Alta, Sinel e altre società minori. Da parte di Montedison, invece, passarono in Enimont le seguenti aziende: Auschem, Ausind, ACNA, Vinavil, Montedipe e controllate, Agrimont e Conserv, Ausidet, Dutral, Montefibre (59,49%) e controllate, Raffineria e aromatici di SELM, Istituto Guido Donegani, Sefimont, Sime, Segem (Facebook).
[iii] CIPE vuol dire: Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica. È stato costituito nel 1967 con una legge, la 48 del 27 febbraio ‘67 (Treccani).
[iv] Cfr “Domanda di autorizzazione a procedere contro il senatore Citaristi”, Doc IV, N. 221, Senato della Repubblica.
[v] Cfr Wikipedia alla voce “Montedison”.


Massimo D'Agostino, giornalista pubblicista insegna Italiano e Storia. Dal 2010 gestisce il blog di storia e attualità "E cronaca". Dal 2011 pubblica saggi storici e libri sportivi. Nel 2022 ha vinto la pergamena del quarto posto al Premio letterario internazionale "18 maggio" con il libro sulla seconda guerra mondiale dal titolo "Venti metri sottoterra".


