Home Politica POLITICA ED ECONOMIA, NON POSSONO PRESCINDERE DA ETICA E MORALE

POLITICA ED ECONOMIA, NON POSSONO PRESCINDERE DA ETICA E MORALE

0

 di Antonio Foccillo

La diffusione di etiche utilitaristiche e il ritorno al primato economico hanno avviato il disfacimento del welfare, generando, nell’era della globalizzazione e nella new economy, la crisi della democrazia e delle sue storiche radici etiche sociali. L’assenza di una moralità sociale, prodotta da un processo graduale, che ha considerato le idee universali solo teoria, ha influenzato in modo negativo anche la morale privata, che, in passato, era pur sempre rivolta verso l’etica sociale e quindi tendente al bene comune. 

Appare, invece, evidente che, sul piano economico, sociale, politico e culturale, di fronte al fallimento di un’economia virtuale, bisognerebbe ritornare a progettare e sperimentare modelli alternativi, ispirati dalla ricerca del bene comune, che si differenzia, sostanzialmente ed eticamente, dal bene di pochi, che ci stanno imponendo che non può avere un valore etico, poiché produce alla fine il risultato di togliere anche il minimo a chi ha diritto, almeno, del giusto.

La cultura europea ha messo, invece, in relazione solidarietà con coesione e integrazione. La solidarietà, in una società fortemente stratificata, fa riferimento alla distribuzione della ricchezza fra le diverse classi sociali, ma si può riferire anche alla politica sociale quale strumento di aiuto e redistribuzione sociale, in cui è compresa l’idea di patto intergenerazionale, ma soprattutto l’idea di bene collettivo nell’intervento dello Stato, attraverso gli strumenti che garantiscano la persona in tutta la gamma dei suoi bisogni.

Per realizzare una solida coesione sociale, sono necessari alcuni requisiti. In primo luogo occorre la soddisfazione di necessità materiali quali: occupazione, casa, reddito, salute, educazione. Il secondo requisito fondamentale è rappresentato dall’ordine e dalla sicurezza sociale. Il terzo elemento è la presenza di relazioni sociali attive con la creazione di informazioni, supporto, solidarietà e credito. Il quarto requisito è il coinvolgimento di tutti nella gestione delle istituzioni, che consolida il senso di identità e di appartenenza ad una collettività. Tali requisiti basilari, indicatori di progresso civile, sono fondamentali per la creazione di relazioni favorevoli tra individui di una stessa comunità.

Aristotile lega la solidarietà alla libertà: “La libertà non si costruisce attraverso una specie di autonomia o di isolamento individuale, ma attraverso lo sviluppo di legami, di tangibili atti di solidarietà, di generosi aneliti verso sofferenze altrui: sono questi che ci rendono liberi e responsabili”. Infatti, una comunità si regge se al suo interno si condivide una gerarchia di interessi che ne stabilisca la gradualità di soddisfazione. Quelli più importanti sono di carattere generale e quindi realizzano solidarietà e coesione, rispetto a quelli individuali.

Le costituzioni hanno individuato in questi i valori fondanti dei principi fondamentali di libertà, uguaglianza e autodeterminazione; demandando alle strutture politiche, istituzionali e sociali il compito di realizzarli concretamente. Essi sono entrati nella concezione del pensiero moderno con la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino del 1793.

Si incominciò a parlare di solidarietà e coesione, nel contesto della “questione sociale”, nata dalla diffusione delle nuove tecnologie e della concezione delle attività produttive, dal sorgere della grande industria e dall’espandersi dei fenomeni dell’inurbamento.

In Italia, l’impulso al sistema di solidarietà e coesione, avvenne in concreto con l’approvazione della Costituzione italiana del 1948 che riconobbe fra i diritti essenziali della persona, quelli della salute, del diritto alla formazione e della scolarità, della previdenza e dell’assistenza sociale. Tutti diritti umani indefettibili che ottennero riconoscimento proprio in concomitanza con quelli dei lavoratori, a dimostrare quanto estesa sia stata la civilizzazione della convivenza umana raggiunta costituzionalmente anche per opera del movimento operaio nella seconda metà del secolo scorso.

Tuttavia, in questi ultimi trent’anni, la realtà socio-politica è diventata estremamente fluida, con enormi costi sociali, in primis la riduzione dei diritti del lavoro e politici. Ne è derivato un indebolimento del vincolo sociale; la diminuzione della fiducia; la diffusione dell’alienazione e dell’insicurezza sociale con la conseguenza che il cittadino non si identifica più in questo tipo di società riscontrando la rottura di un patto sociale, fondamento delle precedenti socialdemocrazie europee.

La logica del profitto ha destabilizzato le realtà nazionali con gli sviluppi delle delocalizzazioni, cui si lega la perdita di posti di lavoro destinata ad incrementarsi ulteriormente in quanto le differenze nei costi della realizzazione di un bene tra le varie zone del pianeta non sembra essere affatto compensata dagli aumenti della produzione nei paesi industrializzati. E la perdita di posti di lavoro è divenuta ormai un elemento non più patologico, ma fisiologico di questa realtà economica sociale.

È evidente il rovesciamento del compromesso socialdemocratico della convergenza tra crescita e riduzione delle disuguaglianze tra paesi, tra gruppi sociali, tra cittadini e cittadini, poiché le disuguaglianze non solo permangono, ma tendono ad ingigantirsi. Quali soggetti politici e sociali sapranno definire un progetto sociale diverso da quello che deriva dalla logica strumentale dell’economia e dello sviluppo tecnico? Per primo bisogna quindi ridefinire la relazione tra individuo e collettività.

La minaccia di isolamento grava ancora di più sulla vita sociale degli uomini, insieme alla sensazione che non vi sia alcun legame tra ciò che si fa e il destino che ci attende, avendo perso il senso di condividere un mondo. Conseguentemente si è affermato il pensiero unico, il cosiddetto “neo liberismo”. Esso è, diventato quindi un dogma, che, ignorando i fini sociali dell’azione economica, ha imposto di orientare le risorse economiche verso interessi finanziari speculativi, invece che produttivi, per perseguire soltanto la logica della massimizzazione dei profitti.

Tutto ciò ha evidenziato la divaricazione creatasi tra andamento dell’economia e i processi politico economico-sociali, che ha prodotto la concentrazione della ricchezza in un numero sempre minore di soggetti; l’aumento delle aree di povertà e l’emarginazione e, nello stesso tempo, un incremento delle attività contrarie all’utilità sociale ed una perdita di competitività dell’economia produttiva.

Questo modello di capitalismo finanziario, contrario ad ogni forma di solidarismo in nome dell’individualismo competitivo, ha sferrato attacchi sempre più decisi al modello socialdemocratico europeo, fondato sullo Stato sociale.

La politica, invece, di pensare ad un rafforzamento dei sistemi e delle prestazioni sociali, in un momento di così grande difficoltà, si è conformata all’idea neoliberista dello Stato semplice fattore di spesa improduttiva per cancellare la sua funzione di equilibratore della coesione sociale con tagli costanti e significativi dei servizi pubblici, considerati soltanto sperpero di risorse. Quindi l’impianto delle “nuove” proposte politico-economiche si è concentrato principalmente sui tagli alla spesa pubblica senza mai valutare le ricadute sui costi sociali, in particolare alle nuove esclusioni, emarginazioni e povertà.

La logica economica è incompatibile con gli istituti giuridici che riguardano direttamente la personalità umana per cui serve una nuova progettualità, che muova da un confronto sulle possibili soluzioni per instaurare un più corretto rapporto tra economia, etica, politica e mondo del lavoro. Aver ridimensionato lo Stato sociale significa che sul nostro futuro pesano troppe incertezze e troppe incognite, tuttavia le tutele sul lavoro, i diritti dei lavoratori, i diritti di cittadinanza devono avere una risposta necessaria di fronte ai rischi di un mercato globalizzato e alle economie prive di principi sociali. 

La deregulation, proposta come la nuova ventata libertaria, in realtà ha prodotto insicurezza, prevaricazioni e spesso anche confusione. È necessario quindi partire alla ricerca dei fondamenti oggettivi e razionali che permettono di distinguere i comportamenti umani in buoni, giusti, o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati.

Questa etica sociale, contrasta con quella sofisticata propaganda che sostiene il nuovo corso mondiale e che se non adeguatamente contrastata, porta al concreto rischio di involuzione democratica, poiché ha diffuso e giustificato la tesi secondo la quale le regole sono un ostacolo per la crescita e i diritti.

L’obiettivo della speculazione promosso dai grandi poteri della finanza mondiale è, dunque, di appropriarsi di buona parte delle ricchezze degli Stati e di milioni di singole persone che vedranno modificare le proprie prospettive di vita e saranno indotti ad accettare forme di privazione della democrazia e della libertà pur di ottenere una maggiore sicurezza.

Ma forse l’obiettivo di questa speculazione è proprio il controllo della democrazia, infatti, se dovesse essere ridimensionata l’attività del Welfare State, per il quale tutta l’Europa ha lottato per decenni, ogni persona sarebbe più assorbita dai problemi contingenti di come far studiare i propri figli, di come proteggere la salute della propria famiglia, di come sistemare la propria vita futura nella vecchiaia e, nella situazione in cui non avesse la speranza di poter risolvere i propri problemi per il venir meno di quella coesione sociale che il senso di appartenenza alla collettività nazionale possono mantenere, non avrebbe altra via che accettare la fine dei valori della solidarietà, della fratellanza, dell’uguaglianza e anche della libertà perché sarebbe disposta a perdere in termini di democrazia pur di salvaguardare le proprie esigenze di sicurezza.

Per questo ritengo che sia imprescindibile individuare, proporre e poi sperimentare una nuova forma di società fondata su un diverso modello economico e sociale in grado di ridare un po’ di credibilità alla politica e far sì che la persona ritorni ad essere al centro di ogni azione economica, sociale e politica.

La prima risposta doveva venire dall’Europa. Invece, l’Unione Europa, attenta unicamente all’imperativo della stabilità, ha depresso e deprime ogni politica di sviluppo producendo ulteriori diseguaglianze economico-sociali con le sue direttive tendenti a richiamare gli Stati aderenti al rispetto dei parametri economici dettati dalla BCE.

Per questo la prima azione deve essere quella di riproporre una iniziativa politica a livello europeo per ripristinare condizioni di equilibrio nella gestione delle risorse a favore dell’intera collettività e non solo dei paesi egemoni.

  

In Europa, bisogna riproporre come centrale il problema del sociale e ridare dignità a quei principi di solidarietà, unici correttivi alle spinte egoistiche, che vedono nella povertà ed emarginazione uno scomodo fardello da occultare più che una questione da risolvere.

Possiamo dire che se l’Europa continua ad avere come bussola esclusivamente il mercato, a cui conferisce la possibilità di decidere il grado di convergenza delle condizioni di lavoro e il progresso sociale, alimenterà ulteriore sfiducia, povertà e malcontento con ulteriori rischi per la democrazia. Un secolare principio recita che una politica economica senza rappresentatività democratica è intrinsecamente tirannica. L’Europa, pertanto, per imporre democraticamente decisioni economiche a tutti i suoi cittadini deve avere un governo europeo democraticamente eletto da tutti. È vero che esiste già un organismo democratico quale il parlamento europeo che ha acquisito sempre nuovi poteri, ma è e resta un organo di indirizzo e non di decisione. Senza un chiaro richiamo ad una politica nazionale ed europea che sia partecipata democraticamente, le costrizioni provenienti da Bruxelles e da Berlino rischiano di accentuare una diminuzione della sovranità nazionale che non corrisponde al suo trasferimento a un livello soprannazionale.

Noi, come gli altri paesi europei, avevamo si accettato di rinunciare alla sovranità per riconoscerla ad un’istanza sovraordinata, ma questa ipotesi non si è ancora realizzata. Senza un potere centrale forte e democraticamente legittimato le regole comuni non resistono a negoziati tra governi nazionali formalmente pari fra loro e sostanzialmente in conflitto.

Non possono imporre condizioni di vita ai cittadini organismi come la Bce, il FMI e la stessa Unione Europea, che non sono stati eletti dai cittadini. Pertanto, si deve rivendicare un governo politico europeo; la modifica dei Trattati; la Banca Europea, non deve restare solo a guardia dell’inflazione, ma deve essere dotata della capacità di emettere moneta, favorendo così lo sviluppo, possibile, solo se gli investimenti e le spese non vengono considerati quali fattori di debito, ma fattori di sicura crescita e progresso.

In questo momento l’accordo che si ritiene più importante da proporre è un accordo ideale: dobbiamo ridare voce alla società e riprendere spazi che il mercato ha invaso prepotentemente. Venendo al domani è fuori di dubbio che il tema della modalità del processo di partecipazione, alla luce delle tante crisi, compreso la guerra in Ucraina, diventa elemento fondamentale e cruciale del sistema.

Se la sfida sarà colta da tutti avremo una nuova stagione del coinvolgimento dei cittadini e dei lavoratori per evitare che siano chiamati solo a gestire le crisi. Infatti, se non si fa partecipare la cittadinanza o la si chiama solo nei momenti di crisi, essa, come è già avvenuto, si sfiducia e rischia, così, di ridursi anche il rapporto di rappresentanza. In tal senso si crea un sentimento di apatia che è molto più distruttivo, in un sistema democratico, di un qualsiasi dittatore. Quando si genera l’apatia, non riconoscendo un proprio ruolo dentro il sistema decisionale, si rischia non solo la partecipazione, ma la stessa democrazia.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui