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La controstoria di NGN – La P2 comunista

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Licio Gelli

Un Gelli partigiano nella NATO

Pecorelli lo aveva scritto e perse la vita probabilmente per questi segreti di Stato: le trame della P2 servivano ai sovietici. Eppure nessuno lo ha ascoltato.

Da Op gennaio 1979

Così la Loggia Propaganda 2 è diventata per tutti il simbolo del neofascismo e del complotto americano. Ma dalle pagine che stiamo per farvi leggere emerge in maniera inequivocabile un’altra verità, quella autentica, documentata con fonti di grande prestigio.

La P2 era un’organizzazione dal doppio fondo. Le liste trovate dai magistrati a Castiglion Fibocchi non sono altro che il livello più semplice da trovare, se non quello che Gelli stesso voleva far apparire. I rumeni fortunatamente ci indicano oggi con i loro siti e blogger il vero volto del venerabile Licio Gelli.

Lì infatti, nelle banche di Ceausescu, la P2 aveva fondato la sede economica della propria attività criminale. È una storia che nasce nel mondo comunista ma che prosegue anche dopo la caduta del Muro, quando il controllo del traffico di armi, droga, e degli attentati mafiosi passò dall’ideologia marxista, che teneva in ostaggio Gelli, nelle mani della mafia russa.

***

L’eredità politica di un Gelli partigiano

Tramologi, politologi e pistaioli, il fior del giornalismo sinistrese, da quando con l’ingresso del Pci nell’area governativa è tramontata la moda di scoprire un golpe la settimana, si son messi a pubblicizzare il più folklorico filone della massoneria. L’argomento viene trattato sulla falsariga dei testi salgariani o, nelle versioni più sofisticate, sul modello delle esasperate simbologie di certa favolistica inglese ed esercita una forte attrazione sulla fantasia popolare.

Scrivendo di Grande Oriente, di Rito Scozzese, di Maestri Venerabili e di Liberi Muratori, delle misteriose liturgie uomini incappucciati che parlano tra di loro in modo arcano e non hanno in comune che l’appartenenza alla stessa setta segreta, è facile far immaginare tra ombre e corridoi, un susseguirsi di complotti, congiure, sicari e pugnali.

E ogni lettore, magari per un attimo, si sente un paladino della democrazia in missione in terra nemica.

Se si colloca tutto ciò nello scenario italiano, dove da nove anni la vita politica viene regolata da bombe stragi ed attentati, considerato che la massoneria italiana estende le sue fila dal mondo finanziario ed industriale fino all’altissima burocrazia dello stato, si potrà comprendere quanto l’argomento si presti ad esser strumentato, fino a risultare per le sinistre parlamentari una variante perfezionata dei cosiddetti «golpe ad orologeria» che negli ultimi 5 anni hanno preparato l’incontro tra comunisti e democristiani.

Un paese che ha abolito l’istituto dell’opposizione, un paese che dimentica i doveri e privilegia i diritti delle sterminate masse dei clienti dei maggiori partiti, per mantenersi qualche modo in piedi ha bisogno di inventarsi l’ombra un nemico.

Nella Russia degli zar, nella Germania del caporale imbianchino, i nemici dello status quo erano gli ebrei: in Italia oggi prime vittime di calunnie e persecuzioni sono i fratellia massoni.

In una parola, per Messaggero, Paese Sera, Unità e Repubblica la massoneria italiana, al pari del Sid parallelo di Tamburino, altro non sarebbe se non un’articolazione della perfida Cia. Industriali e finanzieri, politici generali, magistrati, giurando fedeltà alla massoneria si sarebbero posti al servizio della centrale segreta degli Stati Uniti, per impedire in ogni modo l’ingresso del Pci nella stanza dei bottoni.

Quanto questa tesi sia strampalata, è facile a dire. Basta dar corda ai vari Isman, Scottoni e Santini, lasciarli straparlare in pace… e ricapitolare.

Dicono i nostri esperti di massoneria:

1) in Italia il 90% dell’alta dirigenza dello stato, i vertici industriali e bancari, la magistratura, appartengono alla massoneria. Tanto per fare qualche nome, sono della partita Gianni Agnelli, Michele Sindona, Raffaele Ursini, Roberto Calvi e Fanfani, Terrana, Bandiera, Mariotti, Pietro Longo, l’ex segretario della Camera Francesco Cosentino, Beniamino Finocchiaro e Vittorio Tanassi, il fratellone.

2) Il pontefice massimo della massoneria italiana, il genio criminale che tutto muove e tutto decide, è Licio Gelli maestro venerabile della famigerata loggia Propaganda 2 proprietario di un’industria tessile nell’aretino.

3) Questo Gelli è un ex fascista, ex nazista, agente dei servizi segreti argentini, amico personale di Lopez Rega e fondatore degli squadroni della morte AAA in America latina, legato alla Cia, a Connally e ai falchi americani.

Per smantellare questa ridda di farneticazioni, basterebbe una sola argomentazione. Se la massoneria è così potente e così legata al carro americano, come mai proprio in questi giorni l’Italia è potuta uscire dall’area di influenza degli Stati Uniti senza che nessuno abbia mosso un sol dito?

Ma vogliamo confutare gli «esperti» sinistresi dei giornali con delle prove concrete, non con controdeduzioni. Cardine della loro tesi è che Licio Gelli è un nazista criminale, collaboratore delle SS e delatore di partigiani. Il loro punto di forza, porta acqua al nostro mulino. Siamo entrati in possesso di un documento che prova l’esatto contrario di quanto il Messaggero ha di recente asserito.

Gelli nel 1937 entrò nelle file del PNF (GUFdi Pistoia) nel ’38 combattè volontario in Spagna nel 735° battaglione Camicie nere, nel ‘39 si arruolò nel 127 fanteria e si battè con coraggio sul fronte albanese da dove nel ’41 in seguito ad una brutta ferita congedato… Ma tutto allo scopo di carpire la fiducia dei funzionari del nero regime.

Tanto che quando venne il momento della resa dei conti, Gelli si unì alle formazioni partigiane comuniste “Bruno Buozzi” dove, agli ordini del dr. Vincenzo Nardi, si distinse per meriti speciali. Forte del suo «fascistissimo» passato, di giorno fingeva di collaborare con le SS, di notte raggiungeva i campi dei partigiani che riforniva di viveri, munizioni e di informazioni sui movimenti del nemico.

Un episodio particolare merita di essere ricordato. Nel luglio ’44 Gelli si presentò in divisa di ufficiale tedesco presso una casa di cura per malattie nervose chiamata “Villa Sbertoli” (in località Collegirate, Pistoia) che le SS avevano adibito a prigione.

Forte dell’ascendente personale (e della perfetta conoscenza del tedesco) con sangue freddo eccezionale Gelli si fece consegnare i partigiani che grazie a lui poterono raggiungere di nuovo le rispettive formazioni.

Non quindi un Gelli nazifascista, amerikano e golpista, ma un venerabile maestro sincero democratico e partigiano combattente, come risulta dal documento originale che pubblichiamo qui sopra. E come avrebbe dovuto risultare al Messaggero ed agli altri che non ignorano i rapporti di Gelli con la repubblica popolare di Ceausescu.

(Fonte: OP, 2 gennaio 1979)

Gelli due volte partigiano, questo era il titolo di uno dei più enigmatici articoli di Mino Pecorelli. Lo vorrei ricordare e incorniciare. Sembra scritto ieri. Uscì su OP nel lontano gennaio del 1979. Dovevo ancora compiere sei anni. Ricordo che mi piaceva sentirmi più grande, ma non fino al punto di seguire la politica. Ammetto che me l’ero perso e lo sto recuperando come storico.

Gelli doppiogiochista. Fascista, ma non per davvero. Nemico del comunismo eppure amico dei regimi stalinisti.

Ma da quanto tempo andiamo scrivendo da queste colonne (virtuali) che nel ‘79 eravamo più vicini di oggi a comprendere la vera matrice del terrorismo? Se Pecorelli fosse vivo, sicuramente scriverebbe un’altra severa critica alla stampa italiana. Uguale e identica. Rieccoli lì, tutti pronti, i giornalisti del coro, a cercare il bersaglio facile: il neofascismo.

Per poi non colpire nessuno, o un fantoccio di cartapesta. Perché, in fin dei conti, chi davvero crede che la premier Meloni sia, come è stato insinuato nel 2024, l’erede di quelle stragi così lontane nel tempo? I neofascisti di Ordine Nuovo o Avanguardia Nazionale? I Nar? Terza Posizione? Ma se erano quasi tutti usciti dal Movimento Sociale sbattendo la porta. Millantavano idee politiche antiborghesi, filocinesi e filopalestinesi che nulla hanno a che spartire con il nuovo centro-destra ipermoderato.

Ciò non significa che ci ergiamo a difensori di Giorgia Meloni e dei suoi Ministri. È una cosa che proprio non ci interessa, detto sinceramente. Se c’è una parte del nostro Parlamento che ha sempre guardato agli ex sovietici come a dei partner, non soltanto commerciali, dell’Italia non è quella che oggi governa, questo lo sappiamo perfettamente.

No, io non credo che i meloniani farebbero il tifo per una P2 filocomunista. Andrebbe altrettanto indigesta alla destra di Salvini? Assolutamente sì, viste le inchieste giudiziarie neanche troppo lontane, e pure agli eredi del Berlusca, amico di Putin, forse di Litvinenko, e chissà di chi altro.

Ma imbastire un discorso politico partendo da una P2 non più filoatlantica andrebbe bene al PD? Riflettiamoci un attimo. Apparentemente sì. La Schlein partirebbe in pole position, per due ragioni. Berlinguer era considerato dai sovietici un sovversivo di destra, spiato e minacciato insieme ai suoi uomini più fidati.

Altro punto in suo favore: il PCI fin dal ‘75 disse di accettare “l’ombrello atlantico”. Era solo una strategia attendista o credeva veramente quel Pci a un cambio di parrocchia così improvviso e indolore?

Dopo la caduta del muro di Berlino, in realtà, cambiò molto poco. Il nuovo PDS di Occhetto, e poi PD, da sempre va fiero della sua integrità morale e non ha mai voluto seguire le orme degli altri paesi ex socialisti, come la Repubblica Ceca, ad esempio, con cui siamo in contatto, che fanno dell’autocritica il simbolo del nuovo corso politico. Per non parlare di Ungheria o Romania.

Il cambiamento economico da un’economia mista a quella di libero mercato richiesta dall’Unione europea fu, se ben ricordiamo, un fuoco di paglia, dovuto più che altro all’abilità di Romano Prodi nella vendita delle partecipate e alla necessità di alleggerire il debito pubblico. Ma poi tutto è tornato come prima.

E comunque, guardiamo in faccia la realtà, andiamo all’origine dei partiti. Il PD senza il socialismo reale che partito sarebbe? Un altro PSI? Ma per carità, impossibile. Certo, il riformismo, l’attenzione ai più deboli, ma poi si vuole stringere l’occhio ai giacobini, e addio Turati o Matteotti.

Un’altra DC, magari fanfaniana? Ma Fanfani era un ex fascista, non proprio un modello. Riprendere il discorso interrotto con il rapimento di Aldo Moro, un fervente cattolico che andava a Messa tutte le mattine? Ma per favore, non prendiamoci in giro!

Se non ci accontentiamo della facciata, il PD attuale e la sinistra DC sarebbero, perdonatemi la similitudine, come il diavolo e l’acqua santa. Ma sarebbe davvero ipotizzabile un partito ex comunista che rompa con il passato, il suo vero passato, ossia la terza internazionale, la rivoluzione del proletariato? Ma non era quella che tutti gli iscritti della “base” operaia inseguivano, rivendicavano, e per la quale erano, i più violenti, disposti a combattere?

E niente, non vedo questo dibattito all’interno della sinistra. Al contrario, gli scudieri della Schlein intendono uscire vincitori anche dalla guerra fredda. E questo comunque non sarà possibile, dovranno farsene una ragione. Senza il mondo comunista sovietico, rimarrebbero Berlinguer e un’impervia via italiana al socialismo, orfana di Marx, Engels, Proudhon, e anche Owen. Riformista, ma non troppo socialista e mai e poi mai craxiana. Basterebbe?

La parte sbagliata della storia

C’è una “pillola” di Mino Pecorelli, uscita su OP il 20 febbraio 1979, un mese prima che il giornalista fosse ucciso, che può gettare nello sconforto molti notabili italiani.

Partiamo dall’omicidio. Grazie al lavoro della giornalista Raffaella Fanelli, oggi sappiamo che probabilmente fu Licio Gelli il mandante del delitto Pecorelli e il movente un articolo che il giornalista stava preparando sul Venerabile e su Federico Umberto D’Amato (ma vanno ricordati anche altri volumi su questo tema: Le Kgb au couer du Vatican di Pierre de Villemarest, del 2006, e L’attentato a Giovanni Paolo II e la guerra fredda di Vito Sibilio del 2016).

Che cosa avrebbe scritto? Beh una risposta ormai è possibile darla in modo esplicito, perché in questo stralcio, o “pillola” tipica di OP, ci sono dei chiari messaggi in codice, che il giornalista molisano inseriva per rivolgersi segretamente al suo interlocutore.

All’epoca soltanto Gelli, che Pecorelli conosceva personalmente, poteva cogliere certe allusioni.

Pecorelli dice in sostanza questo: attento Gelli, Antonio Viezzer, generale del Sid noto come il professore, mi ha portato il dossier Cominform, quello in cui il Sifar nell’immediato dopoguerra svolgeva un’analisi dettagliata sulla tua presunta appartenenza ai servizi segreti comunisti.

In realtà aggiunge poi il riferimento a “un lungo elenco di nomi”, che nel dossier Cominform, che ho nel mio hard disk e l’ho letto, sono esattamente 55 nomi di persone o militari che avevano collaborato con i tedeschi e che furono girati ai partigiani.

Per quanto ne sappiamo, comunque il fascicolo è incentrato solo su Licio Gelli di Pistoia, per di più era già all’epoca molto vecchio, infatti Pecorelli lo scrive, all’inizio.

È possibile che Pecorelli, citando alla fine la massoneria, voglia far capire a Gelli che in mano ha anche la lista della Loggia P2, appunto un lungo elenco di nomi “traditi” e un “segreto di Stato”. All’epoca nessuno poteva saperlo. Si era parlato in generale di P1 e P2 ma senza divulgare liste.

Il riferimento al dossier Cominform serve a spiegare quel “traditi”. Gli iscritti alla P2 probabilmente, o la stragrande maggioranza di essi, sa di aver lavorato per la Nato, non per il Patto di Varsavia. Cosa succederebbe se leggessero il loro nome su OP?

Perciò, attento Gelli, – chiude il giornalista – non è mia abitudine rivelare segreti di Stato, ma se non li pubblico è soltanto perché anche Viezzer è un iscritto alla P2, una fratellanza di massoni di cui non mi fido più.

Gelli a quel punto era di fronte a un bivio: o fare qualcosa per zittire il giornalista oppure rischiare una reazione dei generali.

Le liste, nel 1981, uscirono grazie alle inchieste della magistratura, ma ci sono due ipotesi. La prima era stata proposta già nei mesi successivi alle prime inchieste: che fosse stato lo stesso Gelli a far trovare i nomi che voleva far conoscere.

La seconda tesi, nostra, è che il Venerabile seguendo la Romania, come aveva già insinuato su OP di gennaio 1979, e quindi gli Stati socialisti non allineati, si fosse allontanato troppo dall’ortodossia di Mosca e fosse caduto in disgrazia. Non ebbe più cioè la protezione del kgb.

Certo è che nel tempo queste informazioni sono state stravolte, complice anche la storia delle inchieste sulla P2, che con la scoperta di Gladio, e poi della vicenda dell’aereo Argo 16, negli anni Novanta prese una piega completamente opposta, andando controcorrente rispetto alla caduta del muro di Berlino e alla fine dei regimi comunisti. P2 per la maggior parte degli storici e per l’opinione pubblica divenne ed è una Loggia massonica stragista della Nato.

Questo ha fornito al PD-PDS l’illusione che, in fondo, i paesi socialisti e il PCI fossero dalla parte giusta della storia e quindi fosse corretto condannare gli stragisti atlantisti, mentre a Forza Italia e ad Alleanza Nazionale questa situazione ha offerto lo spunto per costruirsi l’immagine di vittima di un’ingiusta campagna giudiziaria.

Niente di tutto questo. Tutti hanno sbagliato e molti militari di destra dovranno prepararsi a una brutta sorpresa. Bisognava leggere bene la relazione di Tina Anselmi, della Commissione Parlamentare sulla P2, perché la nota parlamentare democristiana scrisse che reputava plausibile che la P2 tramasse in favore dei paesi socialisti.

Purtroppo per i nostri politici, un po’ troppo superficiali e impreparati negli ultimi decenni nello studio dei dossier, anche il contesto internazionale sullo sfondo dei nostri saggi dà ragione a Mino Pecorelli.

***

Fantasia o realtà, sogno o allucinazione, il documento è qui, nelle nostre mani nero su bianco. Si tratta di un vecchio fascicolo ingiallito, registrato al n. 15.743 Com-In-Form in qualche ufficio. È un lungo elenco di nomi che qualcuno un giorno ha tradito.

Un lungo elenco di nomi che comunque noi non tradiremo una seconda volta. Perché non è nostro costume rivelare segreti di stato (e questo ha tutta l’aria di esserlo). Perché soprattutto non è nostro costume assecondare gli oscuri disegni di un Professore dalle potenti e fraterne amicizie.

(Fonte: OP 20 febbraio 1979)

I 55 fascisti ‘traditi’ da Licio Gelli

Dal dossier Com.in.form, sono riuscito ad estrapolare l’elenco originale di collaborazionisti dei nazisti passato da Licio Gelli ai partigiani alla fine del secondo conflitto mondiale.

Ho cercato di migliorare la resa grafica con i programmi di fotoritocco. Qualcosa in più si legge, ma è difficile rendere visibile ciò che non c’è. Le parti basse dei fogli sono troppo sbiadite. Bisognerebbe avere l’originale, ma è già un miracolo disporre di questo documento, perché proviene dagli allegati di una vecchia Commissione Parlamentare degli anni Ottanta.

Tra i 55 profili spicca quello di un certo Biagi. Si trattava del famoso giornalista Enzo Biagi? Fanno riflettere alcune coincidenze sulla descrizione fisica, sull’età e sul luogo in cui effettivamente si trovava all’epoca il giornalista, ovvero le montagne tra Bologna e Firenze. Ma questo Biagi sembra morì durante un bombardamento.

È possibile che frequentasse quei due giovani citati da Gelli? Uno si chiamava Maurizio Degl’Innocenti di Pistoia. Quasi certamente collaborò con il capitano Labruna nel tentativo che quest’ultimo, membro del Sid, attuò nei primi anni Settanta per infiltrarsi nell’organizzazione dei colpi di Stato, registrando i colloqui e poi denunciando tutto alla magistratura.

Il motivo della collaborazione fu l’avversione di Degl’Innocenti per Gelli e la diffidenza verso la loggia P2. Lo scopriamo grazie a un articolo del giornale Domani, che parla di un Maurizio Degl’Innocenti avvocato di Pistoia e membro del Fronte Nazionale. Quindi è probabile che Degl’Innocenti fosse al corrente della spiata di Gelli e decise di collaborare con Labruna per questo motivo. Ma come venne a sapere di essere stato “tradito” dal Venerabile?

Riguardando la puntata di Telefono Giallo sulla morte di Mino Pecorelli, ho appreso che un altro nome eccellente della lista dei 58 fascisti (e non 55 quindi), come la chiamavano nella trasmissione di Augias, era Giorgio Pisanò, poi senatore dell’MSI. Nelle mie foto è ben visibile, ma viene identificato solo dal cognome e peraltro senza l’accento finale.

Concordo in ogni caso con la versione che Pisanò diede durante quella puntata, e cioè che quei nomi non potevano più fare paura a nessuno nel 1979. Dunque, il “segreto di stato” cui faceva riferimento il giornalista ucciso doveva essere un altro. Probabilmente, come sottolineava un altro deputato radicale, Massimo Teodori, era il passato comunista di Gelli che non doveva emergere.

Resta un fatto: se sull’opinione pubblica e alla storia fosse stata consegnata un’immagine simile del venerabile Licio Gelli, un delatore di fascisti e traditore, certamente molti generali non si sarebbero iscritti alla Loggia massonica P2.

Penso specialmente ai militari filo-statunitensi, ma vedremo più avanti in questo volume che non tutti, all’interno dei partiti italiani di Governo, erano d’accordo sulla strada da seguire. E quell’immagine, nonostante la puntata di Augias, non venne più riproposta.

 Forlani nella P2? Analizziamo le accuse del 1977

C’era anche Arnaldo Forlani tra gli iscritti della loggia massonica P2. Lo affermò il grande accusatore, Francesco Siniscalchi, durante una puntata di “Proibito” che andò in onda il 18 luglio 1977 sulla Rai, con la conduzione del compianto Enzo Biagi.

C’erano certamente altri personaggi della Democrazia Cristiana nella massoneria deviata. Uomini che, come Forlani, avevano rivestito un ruolo di primo piano nel governo e nelle istituzioni pubbliche, quali Mario Tanassi e Gaetano Stammati.

Ciò vuol dire che non sappiamo ancora tutto sulla loggia massonica segreta Propaganda 2, fondata da Licio Gelli, contraria alla nostra costituzione repubblicana perché questa vieta la segretezza delle associazioni, soprattutto se di stampo militare. E durante la puntata di Biagi di nomi di militari ne vennero fatti parecchi.

Eppure fu lo stesso presidente del consiglio Arnaldo Forlani, il 21 maggio del 1981, a rendere pubblica, con un certo ritardo a dire il vero, la lista di 962 iscritti alla P2, per poi dimettersi poco dopo in seguito allo scandalo. Si seppe che alcuni politici del governo vi erano coinvolti: Manca del PSI e Foschi della DC.

Forlani non figurava nell’elenco, e nemmeno Tanassi, mentre Gaetano Stammati, altro nome noto all’epoca, che secondo Siniscalchi aveva ammesso pubblicamente la sua presenza nella loggia di Gelli, compariva tra le 962 tessere piduiste.

Cosa c’era di così segreto in questa massoneria deviata da sfuggire a inchieste giudiziarie e giornalistiche? Nella puntata di “Proibito” durante il dibattito fu detto che i membri della Loggia Propaganda 2 non si conoscevano vicendevolmente. E questo fa pensare che vi fosse una compartimentazione simile a quella delle Brigate Rosse. Il centro del potere era probabilmente nelle mani di qualcuno considerato intoccabile. Gli americani della CIA?

Un “centro occulto” da cui partivano ordini micidiali esisteva sicuramente nel terrorismo di sinistra. Lo affermò, il 12 marzo 1981, Sergio Martinelli, un operaio di Bergamo coinvolto nell’omicidio Torreggiani, il gioielliere che era stato assassinato dal gruppo di Cesare Battisti.

Martinelli veniva definito dal giornalista svizzero di Gazzetta Ticinese, Gianfranco de Turris, un “pentito minore”. Confessò agli inquirenti che questo “centro occulto” preparò “rapine, omicidi, e attentati, mandando al massacro migliaia di giovani e un’intera generazione per fini oscuri”.

Ma potevano gli americani, come affermato dai servizi segreti sovietici, manovrare anche dei falsi terroristi di sinistra? Un collegamento in realtà c’è e sembra molto concreto. Il giornale di estrema sinistra “Lotta Continua” veniva stampato da una tipografia di proprietà della CIA. Suonerebbe come un controsenso.

Da “Lotta Continua” partirono le filippiche contro le inchieste della polizia sulla bomba di Piazza Fontana, contro la destra, contro la Democrazia Cristiana, l’imperialismo americano. I tre leader della testata, Sofri, Bompressi e Pietrostefani, furono condannati per l’omicidio del commissario Calabresi.

Eppure quel giornale senza i soldi della CIA non sarebbe mai esistito. Lo accertò il 31 luglio del 1988 un’inchiesta del noto giornalista Marco Nozza del Giorno. I fatti erano incontestabili: un certo Robert Hugh Cunningham insieme al figlio figurava titolare della società che gestiva la tipografia di “Lotta Continua” a Roma.

Ma questi signori erano anche fedeli esecutori degli ordini del presidente Ronald Reagan, il quale nominò Robert Hugh Cunningham responsabile dell’informazione del partito repubblicano in Europa.

Talmente alla luce del sole questo legame tra sinistra estrema e Stati Uniti che l’ex direttore di “Lotta Continua”, Boato riusciva appena ad assicurare a Marco Nozza che i suoi redattori, sebbene fossero al soldo degli americani, erano liberi di scrivere quello che volevano.

Ho provato personalmente a fare delle ricerche nell’archivio della Cia. Dei riscontri ci sono in questa terribile storia, che sta facendo il giro del web. Diciamo riscontri indiretti. Esiste un Hugh Cunningham che viene citato più volte, anche se solo per cognome, in lettere e documenti segreti e pare che si occupasse di addestramento nel settore dell’intelligence. Questo dal 1969 al 1981, più o meno. Era sicuramente un dirigente molto rispettato.

Anche Wikileaks ha conservato nel motore di ricerca un cablogramma, ma non è stato divulgato pubblicamente. Compare nell’archivio Cia inoltre un Samuel Meek, che secondo Marco Nozza sarebbe il nome di uno dei primi soci di Cunningham. C’è un ulteriore documento di Wikileaks datato 1975, proveniente da Genova, che non è leggibile online. Riguarda il supporto straniero a “Lotta Continua”.

Dagli altri si evince che gli ambasciatori statunitensi in Italia seguivano costantemente l’attività della sinistra extraparlamentare e leggevano gli articoli dei loro giornali. Ciò significa che, se c’era un progetto segreto di intelligence su “Lotta Continua”, su Toni Negri e “Autonomia Operaia”, non tutti a Washington ne erano informati.

Marco Nozza citò tra i presunti finanziatori iniziali di “Lotta Continua” anche Michele Sindona, il finanziere mafioso italo-americano morto avvelenato nel 1986. Bisognerebbe allora prendere in esame il finto rapimento che lo stesso Sindona organizzò nel 1979. Fece arrivare alla polizia delle lettere in cui un fantomatico gruppo di sinistra chiamato “Giustizia proletaria” annunciava di averlo condannato a morte.

Si scoprì invece che era una truffa per evitare l’arresto. Ciò da un lato dimostra che Sindona aveva in mente quest’idea di costruire delle minacce firmate da una falsa sinistra, dall’altro che non fu difficile in quello specifico caso per la magistratura svelare l’inganno.

Tutto questo, comunque, mi induce a ritenere che la nostra politica sia stata caratterizzata fin dai primi anni Settanta da uomini che avevano la caratteristica di fornire all’esterno un’immagine falsa della realtà. Una moda che evidentemente non è ancora finita.

Armi e droga ai palestinesi grazie alla P2?

I rapporti tra il venerabile Licio Gelli e la Romania di Ceausescu, di cui scrisse Mino Pecorelli su OP, sono documentati da un’informativa dei Servizi Segreti scritta poco prima del suo arresto, quindi una delle più recenti.

Verso la fine si legge: “Si suppone che a breve termine dovrà interrompere ogni rapporto commerciale con la Romania, dove importa abiti confezionati, perché alcuni funzionari di quel Paese che lo hanno agievolato sembra siano stati fatti arrestare affinché non abbiano più le promesse provvionali (provvigionali? Ndr)”.

È alquanto improbabile che il Gelli si limitasse all’importazione di abiti, seppure lo facesse, sempre secondo il documento dei nostri Servizi, con agevolazioni fiscali illegali e forti ricavi. Il 9 giugno 1972, il capo del reparto D del Sid, Gian Adelio Maletti, ricevette una relazione molto dettagliata dal suo sottoposto Felice Scefa (Pecorelli non la citò nei suoi articoli), nella quale il Gelli emergeva quale ambiguo e inaffidabile trafficante di armi, che agiva fin dall’immediato dopoguerra in combutta con i paesi del Cominform, adoperando le sue fantomatiche attività commerciali per mascherare i continui spostamenti ed ottenere il passaporto.

Infatti la storia di Gelli più recente si interseca, anche se soltanto di sfuggita, con quella di un personaggio molto misterioso, agente dei nostri servizi ma probabilmente doppiogiochista. Parliamo di Aldo Anghessa, la cui vicenda occupò intorno al 1987 ampi spazi della cronaca nazionale italiana e svizzera.

Vado subito ai punti che mi interessano e sintetizzo il resto della storia. Anghessa come Gelli manteneva stretti rapporti con la Romania di Ceausescu. Questo non emerse in Italia bensì in Canton Ticino, dove una parallela inchiesta del noto procuratore Dick Marty accertò che i traffici per i quali Anghessa era indagato provenivano dalla Romania.

L’articolo uscì il 23 settembre del 1987 sul Giornale del Popolo di Lugano. Svolgendo accertamenti su un complice di Anghessa si arrivò a un certo Antonio Canova di Bergamo.

Qual era il traffico? In pratica, le aziende italiane produttrici di armi come la Valsella vendevano i loro prodotti nuovi fiammanti ai Paesi belligeranti del Medio Oriente, come Iran e Siria, aggirando le leggi italiane. In che modo? Vendendo le armi ad altre nazioni che non c’entravano apparentemente nulla, come la Nigeria, e poi con una triangolazione facendole approdare dove effettivamente dovevano. In cambio approdavano in Italia vecchie armi da cedere ai terroristi palestinesi per i loro attentati e droga per la mafia siciliana.

Aldo Anghessa, che si faceva chiamare anche Torriani o Morel, affermò di agire come agente provocatore, un poliziotto in incognito che doveva inserirsi e persino favorire certe azioni. E poi? E poi non si sa, perché quando le inchieste partivano uno dei primi ad essere arrestato era proprio lui, che riusciva in ogni caso in breve tempo a farsi scarcerare. Quale fu il suo ruolo è difficile dirlo. Ma attraverso il suo amico Antonio Canova, Dick Marty riuscì a ricostruire il percorso del traffico.

“Si sa però che viaggiava molto in Romania, Malta, Svizzera e Portogallo, ufficialmente per importare in Italia materie prime per l’agricoltura e automobili, di fatto per trattare armi e altro materiale strategico”.

E ancora poche righe sotto proseguiva: “Canova non faceva mistero della sua reale professione di intermediario nel commercio illegale di armi: con gli amici bergamaschi si vantava di portare nella sua valigetta le foto di strani «depositi di uranio» in Svizzera e i progetti segretissimi di un aereo sperimentale. Il fatto che abbia compiuto numerosi viaggi a Bucarest, dove pare fosse «di casa» nelle alte sfere, lascia supporre che anche la Romania sia coinvolta in questo traffico d’armi sempre più intricato e misterioso.”

Appare a questo punto evidente che da una parte le aziende del sistema Gladio traevano profitti economici illeciti, dall’altra i Paesi socialisti più impegnati nel terrorismo come Romania e Jugoslavia ottenevano un salvacondotto per il riarmo dei palestinesi presenti in Europa. Dunque, il ruolo della Romania non era secondario o dovuto ai metodi fascisti di Ceausescu, come sostiene sul suo sito Archivio900, bensì il Regime comunista era la mente dell’intera operazione.

Come si vede dallo stralcio del pezzo di Foa, inoltre, le analogie con le attività di Gelli sono molte, e non finiscono qui, anche perché mentre uscivano queste notizie anche Gelli era indagato ed era stato appena arrestato a Ginevra.

Sul quotidiano italiano La Stampa del 29 settembre del 1987 uscì un articolo intitolato: “Armi connection, una nuova pista”. Era successo che al confine di Chiasso era stato arrestato un avvocato, Giuseppe Lupis, che trasportava una valigetta contenente 31 miliardi di vecchie lire in promesse di pagamento da parte del governo indonesiano.

Sembrò evidente la connessione con le inchieste di Dick Marty e del procuratore italiano di Massa, pure lui sulle tracce della finta ditta che importava generi alimentari, ovvero la Eurogross, e quindi di Anghessa. Il giudice italiano si chiamava Augusto Lama. Ma emergeva una connessione importante, se non decisiva, con Gelli, infatti queste cambiali erano dirette, a quanto pare, alla banca del Maestro Venerabile.

Scrisse la giornalista Donatella Bartolini: “I titoli trovati in possesso dell’avvocato calabrese erano destinati a qualche conto dell’Union de Banque Suisse, la stessa intestataria di un conto del Venerabile Maestro della P2 Licio Gelli e di ‘capitali’ che la Valsella Meccanotecnica di Brescia avrebbe usato in operazioni finanziarie relative alle sue ‘triangolazioni’.”

Purtroppo, le tracce finiscono qui e non credo soltanto per le inevitabili difficoltà della magistratura nel districarsi nel groviglio di conti segreti delle banche svizzere. Per i giudici all’epoca non era di fondamentale importanza sapere se il mandante di questi trafficanti fosse la Nato o il Patto di Varsavia.

E in ogni caso non è escluso, come già scritto da noi in altri articoli, che vi fossero dei taciti accordi tra i due schieramenti, soprattutto quando si trattava di affari e di profitti.

Aldo Anghessa morì nel settembre del 2020 a 76 anni in Senegal, dove si era rifugiato per evitare le conseguenze delle sue tante attività spericolate, soprattutto capitalistiche. Di Antonio Canova è veramente arduo sapere qualcos’altro, se non che era bergamasco come Anghessa, mentre la vicenda giudiziaria del traffico armi-droga ebbe ulteriori sviluppi con le inchieste del giudice Carlo Palermo e più recentemente con altre indagini sulla mafia.

Licio Gelli fu ricattato dal KGB?

Uno squarcio molto importante nelle nebbie che avvolgono la storia del venerabile maestro della Loggia P2, Licio Gelli, arriva grazie ai siti web rumeni. In particolare vi è una ricostruzione molto dettagliata sul blog del rumeno Vladimir Alexe.

Le informazioni che vi mostriamo per primi in Italia sono assai attendibili, anche perché furono in parte riprese da uno dei siti di notizie più affidabili della Romania: HotNews.ro

Questa è la versione più ampia e approfondita che abbia trovato. È una storia incredibile, che però chiarisce molti misteri italiani, perché mette i tasselli al loro posto e offre uno sfondo storico veritiero. Mettetevi seduti e leggete con calma.

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Il coinvolgimento della mafia internazionale

Anche il contrabbando di Stato di Jimbolia aveva una dimensione mafiosa internazionale. Due falsi Cavalieri di Malta, Angelo Lonardoni e Caiumi Serafino, insieme al priore oradeano Ionel Bara (membro dell'”Ordine Arnaldo Petrucci”) – in realtà membri dell’ex organizzazione Propaganda Due (P.2), sotto la guida del famoso Licio Gelli – furono coinvolti, a loro volta, nel traffico di petrolio e prodotti petroliferi russi da Jimbolia alla Jugoslavia.

La registrazione della loggia P.2 sull’asse Mosca-Bucarest non sorprende affatto. Ex membro del governo della Repubblica di Salò (ultimo governo Mussolini), Lucio Gelli emigrò nel dopoguerra in Argentina, dove godette della protezione del dittatore Juan Peron e di sua moglie Evita. Lì venne scoperto dai servizi segreti sovietici, che lo ricattarono denunciandolo come criminale di guerra.

Gelli ha accettato di lavorare per Mosca, solo per salvarsi la pelle. Tornò in Italia, dove per un po’ frequentò una piccola libreria che, secondo i servizi segreti italiani, funzionava più come una sorta di cassetta della posta per gli agenti del KGB.

Sebbene Gelli si dichiarasse di destra, negli anni ’60 e ’70 stipulò numerosi accordi redditizi nel settore tessile con la maggior parte degli stati membri del Trattato di Varsavia. Dopo il 1966, quando assunse la guida della loggia Propaganda Due, Gelli riuscì ad attirare nella sua organizzazione numerosi leader politici stranieri, insieme a quelli italiani.

Dalla Romania, oltre a Ceausescu, altri 16 membri della direzione del PCR facevano parte della P.2, a partire dagli anni ’70. La loro lista è stata offerta alla Sicurezza romena dal Sismi (il servizio segreto militare italiano), contro la somma di 160.000 dollari. Dopo gli anni ’90 Lucio Gelli ha continuato la sua attività in Romania, venendo una decina di volte l’anno; il che dà un’idea dell’ampiezza del fatturato realizzato dagli italiani a Bucarest, Timisoara o Oradea.

Attraverso Arnaldo Petrucci, Gelli ha addirittura proposto allo SRI di aiutarlo a riciclare 300.000 dollari a Oradea. Sia Iliescu che Magureanu sembrano essere a conoscenza degli affari di Gelli. La principale pedina di Gelli nella relazione con Virgil Magureanu fu il priore Ionel Bara, ex capitano dell’esercito romeno, poi trasferito nella riserva

Un ruolo importante da parte jugoslava nell’operazione Jimbolia fu svolto da un altro membro della P.2, il dottor Caiumi Serafino, che si presentò come cancelliere per l’Europa orientale dell’Ordine dei Cavalieri di Malta.

Secondo le rivelazioni fatte successivamente da Caiumi Serafino, (vedi allegato 13), dei trasporti di petrolio russo furono curati anche dal colonnello Dumitru Ogasanu, Luciano Lanardoni e Ionel Bara. Il carburante russo partiva dai magazzini di Prahov, trasportato in convogli destinati a compagnie fantasma straniere.

A Timisoara, invece, i sequestri sono stati assunti da Ogasanu, Bara e dalle già citate autorità locali. Sui documenti si presumeva che il petrolio avesse come destinazione immediata Jimbolia, dove avrebbe dovuto essere immagazzinato. (Sebbene Jimbolia non abbia giacimenti di petrolio).

Di notte, una locomotiva jugoslava trasportava i kit a Kikinda, oltre il confine. Gli italiani negoziarono con i serbi a Kikinda, poi tornarono in Romania e condivisero il profitto con il resto della rete. Quando la vicenda è emersa sui media, Serafino ha affermato che avrebbe cercato la protezione di Ioan Talpes, direttore del Sie, che secondo l’italiano era “contro Magureanu ma pensavo fosse amico di Gelli”.

Il fatto che nell’operazione Jimbolia siano stati coinvolti Gelli, Serafino, Lonardoni e la loggia P.2, controllata dai servizi segreti russi, dimostra che tutta la vicenda è stata, in realtà, diretta da Mosca, attraverso la Romania. Non differiva in alcun modo dalle altre operazioni dei servizi segreti russi, dirette anche attraverso la cosiddetta organizzazione di destra P2 di Lucio Gelli, come l’attentato alla stazione di Balogna o l’attentato contro Papa Giovanni Paolo II nel 1981.

Il conte Alexandre de Marenche, direttore dello SDECE (Service de Documentation Exterieure et de Contre Espionnage) francese ha dichiarato in un’intervista: che era a conoscenza dell’attentato contro il Papa, e questo sei mesi prima. (Quando l’assassino turco Ali Agca perseguitava ancora l’Europa).

La fonte del conte di Marenche: Nicolae Ceausescu, che aveva saputo dell’intenzione dell’attacco da uno degli uomini di Gelli. Sebbene de Marenche avesse avvertito il Vaticano, nessuna misura era stata presa per proteggere il Papa. (Nel 1981, sia il presidente Ronald Reagan che papa Giovanni Paolo II furono inseriti nella lista nera del KGB, in seguito al patto anticomunista concluso dai due. Né l’attentato contro Reagan, né quello contro i papi però riuscirono, se non  parzialmente).

Le spie di Ceausescu nel cuore della NATO

Uno dei precursori meno noti della Loggia Propaganda 2 fu la rete Caraman, un gruppo di spie della Romania che agì a Parigi, in Francia, durante i primi anni della guerra fredda. Lo scopo sembra fosse quello di controllare le decisioni strategiche della Nato, sia a livello militare, sia industriale. Uno degli artefici di questa organizzazione, attiva certamente dagli anni Cinquanta alla fine dei Sessanta, fu il dittatore Ceausescu.

Proponiamo quindi un altro brano della ricostruzione storica del blogger Vladimir Alexe, con cui dimostra in maniera efficace che Russia e Romania hanno mantenuto strette e occulte relazioni politiche, sia durante il regime di Ceausescu, a suo dire tutt’altro che indipendente da Mosca, sia dopo la caduta del muro di Berlino, quando entrò in gioco anche la mafia russa.

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Il settore costiero: il contrabbando con il petrolio russo, sull’asse Russia – Romania

La tragedia della guerra nella ex Jugoslavia e l’embargo decretato dall’ONU hanno alimentato, come in ogni guerra, anche il periodo dell’embargo, lo sviluppo dei grandi business del contrabbando della mafia. nel caso dell’Operazione Jimbolia – contrabbando di petrolio e prodotti petroliferi, importati (principalmente) dalla Russia nel settore costiero e transitati clandestinamente attraverso la Romania in Jugoslavia – l’associazione della mafia di Stato con la mafia locale nonché con strutture della mafia internazionale mostra un tale grado di interoperabilità, una scrupolosità nell’organizzazione transfrontaliera dell’operazione di contrabbando (che ha coinvolto alti funzionari statali, ufficiali dei servizi segreti, insieme a capi della mafia internazionale), tanto da divenire un vero e proprio simbolo della forza dell’economia sommersa, patrocinata dalla mafia russa (“Comunità – K”), in Romania e nell’Europa sudorientale, con l’aiuto della clientela politica e imprenditoriale locale. In questa prospettiva la filiale di Costea e l’operazione Jimbolia non vanno viste solo come un business in tempo di guerra ed embargo.

Il caso Costea – Jimbolia si presenta come un’operazione speciale, di guerra economica, condotta (con successo) dalla Russia contro la NATO, e nella quale il regime di Iliescu ha coinvolto segretamente la Romania al fianco di Mosca. una conferma della linea rossa con il Cremlino, dell’asse Mosca-Bucarest, che ha funzionato anche dopo il dicembre ’89, sotto il regime di Iliescu.

Dello stalinista Dej, attraverso un’abile operazione di disinformazione, si affermò che era diventato nazionalista e che si era opposto, dopo il 1958, a Krusciov. Ma il 1958 è anche l’anno in cui la rete Caraman, che agisce principalmente su ordine di Mosca, diventa attiva presso la sede della NATO a Parigi.

Di Ceausescu – portato al potere in Romania da Breznev – si affermò poi che si trattava di un leader comunista nazionalista. Il mito fondatore del regime di Ceausescu era, come è noto, la cosiddetta indipendenza dall’URSS e dall’orso del Cremlino . tuttavia, dopo la presa del potere di Ceausescu nel 1965, la rete Caraman continuò la sua attività di spionaggio anti-NATO, a favore del KGB e del GRU sovietici, da Bruxelles, lì dove nel frattempo si era stabilito il quartier generale dell’Alleanza del Nord Atlantico.

Solo nel 1969, dopo la caduta del gollismo in Francia e il riorientamento di Georges Pompidou in politica estera, la rete Caraman si sciolse. Responsabile della rete, gen. Mihai Caraman, è tornato a Bucarest, dove ha assunto per un certo periodo la guida delle operazioni della DIE (Direzione per l’informazione esterna) in Europa occidentale.

La rete Caraman aveva quindi agito contro la NATO per più di un decennio, sia sotto il regime del nazionalista Dej (1958 – 1965) che sotto il regime del nazionalista Ceausescu (1965 – 1969), la rete di fatto si sciolse da sola.  E non seguendo alcun ordine speciale da Bucarest.

Il regime di Iliescu, dopo l’89, ha continuato la tradizione del filo rosso con Mosca, dell’asse segreto Russia-Romania, e l’operazione Jimbolia è rilevante per noi soprattutto in questa prospettiva.

In secondo luogo, l’operazione Jimbolia dimostra che la Romania – come ho già dimostrato – rimane la porta strategica della Russia verso i Balcani, anche dopo il 2000. Per riconquistare influenza nei Balcani, la Russia ha bisogno del corridoio rumeno, così come un tempo aveva bisogno della Polonia e Corridoio polacco, per esercitare la sua influenza nell’Europa centrale. Insomma: l’operazione Jimbolia, del 1994-1995, aveva un carattere geostrategico, prima ancora che geoeconomico. Lo dimostrano i fattori coinvolti, sia interni che esterni.

Abbiamo cercato conferme su questa rete Caraman, del tutto sconosciuta sui siti web italiani. Sembra che il blogger Alexe abbia ragione su ogni dettaglio. L’operazione Caraman prese il nome dal capo della Securitate rumena, Mihail Caraman, il quale aveva infiltrato la Nato a Parigi con una fitta rete di spie, che erano al servizio non soltanto della Romania, ma anche dei bulgari e dei russi.

Le rivelazioni uscirono sui giornali solo verso la metà degli anni Novanta, quando i principali quotidiani francesi iniziarono ad accusare di spionaggio a favore della rete Caraman l’ex ministro della difesa francese, socialista, Charles Hernu, che era morto già dal 1990. La fonte erano i servizi segreti francesi, ma il dossier, che era stato consegnato al presidente Mitterand nel 1992, fu da quest’ultimo considerato un segreto di stato e non rivelato prontamente all’opinione pubblica.

Anche il Banco Ambrosiano negli affari di Ceausescu?

Un capitolo a parte nei rapporti tra il Venerabile Licio Gelli e la Romania va dedicato alle banche. Nel già citato scandalo Jimbolia, i finanziamenti per il traffico di petrolio, e forse anche armi di contrabbando dalla Russia alla Serbia, arrivarono dalla Bancorex, uno dei principali istituti di credito rumeni, il quale operava, ma soltanto all’estero, anche durante l’epoca del socialismo reale.

Si iniziò a collegare la Bancorex alla massoneria italiana intorno al 1993, quando l’ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, accusò Andreotti, Martelli e Gelli di essere proprietari della seconda banca rumena. I giornali rumeni si interessarono a queste parole e uscì anche un libro, scritto da Giorgio Cajati: “Il ramo Falcone”.

Si intravedeva un sistema mafioso internazionale che si stava allargando a macchia d’olio all’est europeo e sul quale, prima di essere ucciso, stava arrivando il giudice Falcone (non a caso il film La Piovra, dalla terza serie in poi, era incentrato su storie molto simili).

Furono i rumeni a identificare nella Bancorex questa seconda banca rumena di Gelli (è meno probabile che vi fossero dentro anche Andreotti e i democristiani; i socialisti chissà). Wikipedia riporta testualmente: “Secondo alcune informazioni, mai ufficialmente riconosciute, tra i suoi primi azionisti figuravano anche alcuni capi della mafia italiana dell’entourage di Licio Gelli , legati al gruppo Propaganda Due”.

La Bancorex era sostanzialmente il bancomat delle spie di Ceausescu, le quali autorizzavano operazioni in valuta all’estero e poi giravano i relativi introiti capitalistici, vietati dal Patto di Varsavia, su conti esteri segreti intestati a loro stessi. Quando Ceausescu venne fucilato, emersero anche le complicità degli altri ufficiali rumeni.

La Bancorex non aveva più un soldo e i cittadini rumeni che lavoravano all’estero e vi versavano i loro stipendi rimasero a secco. Inoltre, per risanare questi istituti di credito furono aumentate le tasse indirette sui carburanti. È probabilmente per questo che i conti con il regime comunista non si conclusero con la morte del dittatore e di sua moglie.

Ma la storia della P2 non si ferma alla Bancorex. Bisogna parlare anche di Banca Dacia Felix. Mentre avveniva la liquidazione della Bancorex, intorno al 1999, altri istituti di credito rumeni subivano la stessa sorte.

Sever Muresan, uno dei principali imputati del fallimento di Dacia Felix, ha scritto un libro, del quale possiamo leggere ampi stralci sul blog: deconspirareafrancmasoneriei. Un paragrafo molto ampio viene dedicato alla Loggia P2 e al Banco Ambrosiano.

Secondo Muresan, la tattica della P2 era sempre la stessa e sarebbe stata applicata su ampi settori dell’economia rumena degli anni Ottanta e Novanta. Prevedeva – scrive – “il fallimento della banca, apparentemente attraverso l’instaurazione di un conflitto interno, poi il suo risanamento. Il meccanismo è stato applicato con successo nel caso della Banca Ambrosiano (1991), di alcune banche in Bulgaria e, attualmente, agisce su BDF (Banca Dacia Felix, ndr).”

Le affermazioni sono molto pesanti e rischiano di avere notevoli ripercussioni in Italia. Anche perché, come abbiamo visto riportando le affermazioni del blogger Vladimir Alexe, il Sismi era al corrente della presenza di una possibile, probabile, seconda lista segreta della Propaganda Due.

Infatti, tornando un attimo sullo scandalo Jimbolia, i due piduisti che venivano citati nelle inchieste giudiziarie rumene, ovvero Caiumi e Lonardoni, nonché Arnaldo Petrucci, altro fantomatico massone, non risultano essere presenti nella nota lista di 962 presunti iscritti alla Loggia P2. Né si parlò mai di agenti della Securitate rumena di Ceausescu.

Ma allora come poté cedere il Sismi, per 160mila dollari, i nomi degli agenti rumeni presenti nella P2? Chi aveva informato i nostri servizi segreti? E perché questi nomi furono venduti alla Romania e non piuttosto girati alla magistratura italiana che indagava sulle stragi?

Quello che ci sembra certo è che gli affari di Licio Gelli con la Romania non riguardavano solo gli abiti a basso costo su cui la Guardia di Finanza italiana svolse degli accertamenti, ma molto altro: probabilmente armi e speculazioni finanziarie, come del resto fu accertato dalla giustizia rumena.

Peccato che anche in quel caso le tremila pagine di verbali furono insabbiate dopo un rimpallo di competenze. Quando di mezzo ci sono le responsabilità di alti funzionari dello Stato, purtroppo non è facile arrivare a dei colpevoli. È così in Italia, figurarsi in democrazie più giovani come la Romania.

Lascio spazio ora al testo originale del blog deconspirareafrancmasoneriei su Banca Dacia Felix.

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Sever Mureşan, uno dei grandi perdenti del crollo della banca Dacia Felix, ha scritto un libro autobiografico in cui presenta la sua versione del crollo che ha portato la BDF al punto di liquidazione. Bisogna leggere “La verità e solo la verità su Sever Mureşan” per capire cosa è successo nella banca considerata di grande successo. Mureşan ritiene che in questo caso sia coinvolta una loggia massonica.

“Coinvolgimento della loggia massonica italiana Propaganda 2 nel caso della Banca Dacia Felix”.

“Incoraggiare e sfruttare gli errori della Banca Dacia Felix è stato un processo concertato e gestito in modo professionale. Fu accelerato con la comparsa in Banca Dacia Felix dell’italiano di origine rumena Ion Ilie Mania, condannato nel 1979 a un anno di reclusione per falso e falso, perseguito dalla Guardia di Finanza Italiana, sospettato di legami con la Sicurezza dell’epoca. 80, in contatto con la Massoneria italiana – di cui sono noti e confermati i legami con l’ex Sicurezza rumena.

La conferma dei legami di Mania con la massoneria italiana è proprio l’elezione, a Ginevra, dell’avvocato Charles Poncet per la cosiddetta “difesa degli interessi” della Banca Dacia Felix contro (!) Sever Mureşan. Lo stesso Charles Poncet è stato condannato per complicità in falso negli affari della Banca Ambrosiana Italiana (nota per il finanziamento della Massoneria).

I legami di Poncet con Licio Gelli, capo della loggia massonica Propaganda Due «P2», sono già stati confermati: Charles Poncet, attuale avvocato della BDF, è stato condannato a due anni di carcere per i reati di ordinazione e assistenza ad un contabile di Jersey (paradiso fiscale) redige documenti falsi necessari a coprire una transazione inesistente di 10 milioni di dollari, ricevuta dal collaboratore di Poncet da Licio GELLI su un conto svizzero.

D’altra parte, Charles Poncet ha stretti legami con Laurent Kasper-Ansermet, il giudice istruttore che si occupa, a Ginevra, del caso Dacia Felix: per esempio, è stato suo consulente in un affare legato a un altro famoso fallimento, quello di Noga Hilton.

In questo caso è stata avviata una procedura di revoca dell’immunità del magistrato contro Laurent Kasper-Ansermet, in quanto avrebbe appoggiato un tentativo di estorcere denaro (2 milioni di franchi svizzeri) all’imputato, tramite il commercialista incaricato della perizia del caso.

Allora, la stessa Banca Ambrosiano fu quella che sembra aver sostenuto finanziariamente il movimento, puntando alla creazione di una loggia transilvana separata dal movimento massonico romeno (Cluj, marzo 1997 – Andre Szekvary).

In terzo luogo, elementi del movimento massonico P2 sembrano infiltrati nell’attività della Banca Agricola. Recentemente, il procuratore generale della Romania, Sorin Moisescu, ha identificato la penetrazione di importanti settori dell’economia rumena con elementi della loggia P2 guidata da Licio Gelli”…

…”Il coinvolgimento della massoneria nella traiettoria della BDF è Non casuale, considerata la confluenza dei suoi interessi con il movimento monopolare. L’appetito di questo gruppo per le banche si manifesta, secondo le indicazioni che abbiamo finora, secondo lo stesso meccanismo: il fallimento della banca, apparentemente attraverso l’instaurazione di un conflitto interno, poi il suo risanamento. Il meccanismo è stato applicato con successo nel caso della Banca Ambrosiano (1991), di alcune banche in Bulgaria e, attualmente, agisce su BDF.”

I fascicoli del Sifar servivano al KGB?

Cercare Licio Gelli su internet in lingua rumena ci ha scaraventato in un altro mondo. Devo ringraziare per questo il mio amico e collega giornalista Alex Palosanu, che mi ha indirizzato verso alcune banche chiave di questa nuova e intrigante storia. La pubblicistica italiana continua a procedere da un’altra parte. Eppure anche noi avevamo quelle prove.

Anche in Italia abbiamo avuto documenti chiave che potevano condurre a una conoscenza più completa del fenomeno P2. Perché li abbiamo dimenticati? Di chi la colpa? La scoperta di Gladio ha indubbiamente complicato il quadro dei rapporti e degli interessi politici dietro certe operazioni speculative e terroristiche. E forse non è colpa di nessuno.

Certo è che la versione rumena un senso ce l’ha. E anche lo scenario diventa più convincente. Ad esempio, abbiamo sempre sostenuto che la raccolta dei famosi 157mila fascicoli da parte del Sifar, a partire dal sistema Tambroni, e poi con Allavena durante gli anni Sessanta, aveva caratteristiche non propriamente occidentali.

Ed ecco che un blog rumeno ci viene incontro: gli uomini della P2 offrivano le schede illegali del Sifar a Licio Gelli e, tramite lui, le raccolte di incontri a luci rosse di politici, giornalisti, prelati arrivavano al Kgb. Possibile? Sì, a patto di considerare tutti gli iscritti alla Loggia Propaganda Due dei polli, che per almeno un decennio hanno agevolato il  controllo e la disarticolazione della Nato nei piani dei sovietici.

Come ha visto chi ha letto altre mie pubblicazioni, la storia degli iscritti alla P2 può essere interpretata, in effetti, anche così: come una favola di perdenti travestiti da furbi, vittime di un gatto e di una volpe dalla lingua biforcuta.

Ma lasciamo che siano i lettori a farsi un’idea definitiva sul Venerabile e diamo spazio agli scrittori rumeni.

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“Nel mese di dicembre appena trascorso si è svolto in Italia, nella città di Arezzo, in Via Santa Maria delle Grazie, presso la celebre Villa Wanda del conte Licio Gelli , un interessante incontro che gettò le basi della mafia massonica in Italia qualche decina di anni fa, attraverso la loggia Propaganda Due (P2) e che si dice fosse in rapporti personali con Ceausescu. La caratteristica principale della P2 era quella di avere tra i suoi membri tutti i capi dei servizi segreti italiani, da quelli militari a quelli civili (vedi video sotto).

Secondo i veterani dei servizi rumeni, Gelli, nonostante avesse avuto anche una relazione con l’OSS (precursore della CIA), durante la seconda guerra mondiale fu finalmente catturato dal KGB che poi utilizzò i suoi legami mafiosi e massonici per molti altri. affari sporchi tra i blocchi orientale e occidentale e l’America Latina, dal coinvolgimento in colpi di stato agli omicidi.

Gelli fu presentato a Ceausescu da altri due agenti del KGB, presenti al quartier generale del DIE, Nicolae Doicaru e Ion Mihai Pacepa, prima che il capo dello Stato comunista potesse essere informato dalla struttura interna della Sicurezza sul suo passato. L’influenza che l’uomo d’affari del DIE Pacepa, nome in codice assegnato dal DSS “Canalia”, ha avuto su Elena Ceausescu, ha impedito un tempestivo avvertimento.

Successivamente, Gelli utilizzò la sua relazione privilegiata per affermare clandestinamente che avrebbe anche iniziato Ceausescu alla Massoneria. Nel 1989 fu arrestato in casa, sempre in via Santa Maria delle Grazie.”

(Fonte: Ziaristi online)

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“Diversi massoni rumeni, che non hanno voluto negare pubblicamente la propria identità, sostengono che Nicolae Ceausescu sia stato probabilmente iniziato nel 1966 e che sia stato uno dei principali attori del comunismo nella penetrazione della Massoneria universale.

Il suo percorso, attraverso le grandi capitali del mondo, come “fratello”, fu improvvisamente e brutalmente interrotto sia dal tradimento di Pacepa, nel 1978, sia dallo scandalo della Loggia P2, scoppiato nel 1981. La partecipazione della La leadership rumena nelle strutture della loggia P2 non lo ha fatto in modo affatto casuale.

Questa gigantesca officina di muratori italiani si era trasformata in una formidabile forza di influenza e corruzione politica. La loggia guidata dal camaleontico Lico Gelli riuniva Massoneria e Mafia, Vaticano e Terrorismo. Era stato finanziato e aiutato nell’ombra dal KGB e aveva diversi obiettivi:

  1. a) la distruzione della società civile italiana;
  2. b) compromettere l’idea massonica;
  3. c) la divisione dell’Occidente e la divisione della NATO;
  4. d) costruire una rete superefficiente di spionaggio sovietico.

In altre parole, la Loggia P2 fu una grandiosa azione sovversiva, una delle più spettacolari del XX secolo. Da questo punto di vista gli specialisti del KGB meritano tutte le congratulazioni”.

(Fonte: Arhivelesecuritatii)

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“Uno dei momenti chiave della carriera di Gelli è legato alla cattura, all’inizio degli anni ’60, dell’archivio SIFAR (Servizio Informazioni delle Forze Armate) che conteneva 157.000 dossier compromettenti sul mondo politico, finanziario e militare italiano. I file compilati dal SIFAR avrebbero dovuto essere distrutti, secondo una decisione del Parlamento italiano.

Attraverso il generale De Lorenzo, poi attraverso il generale Allavena (capo dell’intelligence militare), copie dei dossier compromettenti entrarono in possesso di Gelli e, attraverso di lui, del KGB, consentendo a Gelli di influenzare in modo decisivo la vita politica italiana per circa 15 anni”.

(Fonte: Flux 24)

La massoneria di Nicolae Ceausescu

Uno studio sul ruolo di Licio Gelli e della P2 all’interno dello spionaggio sovietico compare, non solo nei blog o nei giornali, ma anche nella rivista accademica politica rumena Sfera Politicii, la quale nel numero 1 del 2013 pubblicò un approfondimento sul ruolo della P2 in Romania post-comunista. Qui venivano svolti approfondimenti sull’uso di Gelli come “traficant de informații” nei rapporti tra loggia, Ceauşescu e Securitate.

Nella prima parte del capitolo dedicato alla P2 veniva riproposta la biografia di Gelli che ho già divulgato in questo libro, traendola dai blogger. Mi soffermo pertanto sul ruolo di Nicolae Ceausescu nella massoneria deviata del Venerabile Gelli.

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“… davanti alla commissione parlamentare, un colonnello dei servizi segreti italiani affermò che l’attività svolta da Licio Gelli in Romania poteva essere collegata alla possibilità che fosse un “trafficante di informazioni”, beneficiando così della possibilità di effettuare acquisti a prezzi molto bassi. Un’altra ragione per la possibilità di fare affari in Romania sarebbe stata l’appartenenza di N. Ceaușescu alla Massoneria.

A questo proposito, abbiamo la dichiarazione di un membro della Loggia P2, il quale, sebbene, in una prima fase, fosse particolarmente riluttante a fornire dettagli sull’argomento, posto di fronte a una registrazione di una conversazione telefonica tra lui e Licio Gelli, iniziò a rilasciare confessioni interessanti.

Ad esempio, ammise di essere rimasto sorpreso, durante la discussione, dal fatto che i nomi di Nicolae Ceaușescu non figurassero nelle liste rinvenute a Castiglion Fiochi. In seguito a questa confessione, al signor Salomone fu chiesto se il Presidente rumeno fosse membro della P2; rispose di essere escluso, ma di aver saputo da Licio Gelli, da una precedente conversazione, che Ceaușescu era massone.

Nel suo libro, Pier Carpi, rispondendo alle accuse riguardanti il carattere segreto della loggia P2, affermò che “il giuramento massonico (prestato all’interno della loggia – n.d.) è lo stesso per tutte le logge, essendo sostenuto da tutti i massoni dell’epoca: da Washington e Newton, Goethe e Mozart, Beethoven e Wellington, Churchill e Fleming, Roosevelt e Nehru o dai contemporanei: Ronald Reagan, Ceaușescu, Aliende, Willy Brandt e F. Mitterand”.”

I giornali sovietici e post-sovietici

Del possibile legame tra il venerabile Gelli e il KGB si era parlato anche in Russia. Riporto due articoli che mostrano una sostnziale differenza tra l’era comunista, in cui il legame Gelli-KGB veniva quasi sbeffeggiato dai sovietici, e la parziale apertura del 1990, quando la caduta del Muro era già avvenuta e ci si preparava alla fine dell’Unione Sovietica.

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Izvestia, 23 agosto 1983

Il mio telefono ha suonato…

L’altro giorno ha squillato il telefono nella redazione dell’Izvestia: dopo essersi presentato, il editorialista del principale settimanale italiano si è messo al lavoro, come si dice.

Puoi confermare? – Confermare cosa? Non ho capito.

Beh, che quel Gelli è un agente sovietico…

Un agente sovietico? Lo stesso Gelli che guidava la loggia massonica segreta “P-2”, che includeva l’élite militare italiana insieme ai capi dell’intelligence e del controspionaggio, per non parlare di ministri, banchieri, giornalisti?

Lui è quello giusto.

Chi stava preparando un colpo di stato di destra in Italia per instaurare un “governo forte”?

Sì. Esattamente.

Colui che ha avuto accesso alla Casa Bianca e si è guadagnato l’onore di essere invitato alla cerimonia di insediamento di due presidenti americani, Carter e Reagan?

All’improvviso, dall’altra parte della linea, calò il silenzio. O eravamo disconnessi, o il mio interlocutore aveva deciso per qualche motivo di non continuare la conversazione. Ma non era finita lì.

Il giorno dopo, aprendo il settimanale Espresso, lessi che il massone e ardente anticomunista Gelli, evaso da poco da una prigione svizzera da cui non può uscire nemmeno una mosca senza permesso, «lavorava per i servizi segreti dell’Est» (come spesso vengono chiamati i sovietici nei giornali e nelle riviste borghesi).

(Unione Sovietica e paesi socialisti dell’Europa orientale).

Prima ancora che potessi riprendermi dalla sorpresa, il telefono squillò di nuovo. Questa volta era un importante giornalista del quotidiano romano Tempo.

Puoi confermare?

Che Gelli sia un “agente rosso”?

Quale altra Gelli! Non ho voglia di scherzare. È vero che gli eventi in Ciad sono opera di Mosca?

Hai sentito parlare della presenza di truppe francesi in Ciad e del sostegno di Washington a questa azione?

Ancora una volta, dall’altra parte del telefono, calò il silenzio. Certo, non mi facevo illusioni di essere riuscito a dissuadere, o almeno a scuotere, il mio collega di Tempo. E infatti. La mattina dopo aprii il giornale e appresi dall’articolo di fondo che gli eventi nel lontano paese africano erano stati causati dagli “intrighi di Mosca”, che a quanto pare voleva metterci le mani sopra. Queste sono le usanze qui.

Poi il telefono squillò di nuovo e la conversazione con il commentatore radiofonico iniziò con la frase ormai trita e ritrita: “Può confermare…”

  1. Paklin

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Izvestia, 9 gennaio 1990

Rivelazioni della rivista Panorama

Roma, 9 gennaio (TASS). L’ex Gran Maestro della loggia massonica segreta “P-2” Licio Gelli, accusato in Italia di aver preparato un colpo di Stato reazionario negli anni ’70, organizzò macchinazioni insieme all’ex regime rumeno di Ceausescu. Gelli stesso ne ha parlato in un’intervista al settimanale milanese “Panorama”.

La storia iniziò Jole. Strinse amicizia con un impiegato dell’ambasciata rumena, il professor Ciobanu. “Credo fosse un professore di materie umanistiche, ma sapeva come fare affari”, ha detto Gelli. “L’accordo fu incredibile: per un abito confezionato in Romania, ci chiesero solo 11,50 dollari”.

All’epoca era circa 6 volte inferiore al prezzo di costo di un prodotto simile in Italia.

Le cose decollarono e gli abiti rumeni con l’etichetta “Made in Italy” iniziarono a essere spediti negli Stati Uniti, in Francia, in Spagna, in Argentina e in altri paesi. Con l’aiuto di vari stratagemmi, “Jole” praticamente monopolizzò la confezione e la vendita di centinaia di migliaia di abiti rumeni nei mercati di Paesi terzi.

“Volevamo che tutte le aziende rumene che cucivano abiti in stile occidentale vendessero i loro prodotti solo a noi”, ammise il Gran Maestro. “I dirigenti di Ceausescu acconsentirono. In questo modo, stabilimmo il controllo sulle loro imprese”. Formalmente, questi accordi “non sono stati annullati”, sottolineò Gelli.

Com’era possibile che i prodotti dell’industria tessile rumena venissero esportati a prezzi incredibilmente bassi, consentendo a Gelli di realizzare enormi profitti? Forse non c’era altro modo per entrare nel mercato occidentale? Eppure, tutto si rivelò più semplice.

La parte rumena cercò deliberatamente di abbassare artificialmente i prezzi delle proprie merci e, a tal fine, a giudicare dalle parole dell’ex capo della loggia segreta, “persone rumene interessate” ricevettero tangenti colossali. La loro portata, nota “Panorama”, può ora essere valutata dal fatto che centinaia di milioni di dollari furono trasferiti sui conti dell’ex dittatore Ceausescu presso banche svizzere. Operazioni simili furono effettuate anche con l’esportazione di carne, venduta per una miseria.

Le indagini dell’FBI su Licio Gelli

Questa controverifica che adesso leggerete è nata in modo del tutto casuale. Mi ero svegliato una mattina di fine luglio con l’idea precisa di non far nulla, stare steso sul letto e basta. E invece, aprendo lo smartphone, ho scoperto sulla pagina Facebook di Michele Santoro (purtroppo mi viene proposta contro la mia volontà) che Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo su un dossier dell’FBI riguardante Licio Gelli.

E niente, la curiosità è più forte della mia poca voglia di lavorare e sono andato sul sito dell’FBI a fare una ricerca (ma quante volte l’avevo già fatta?) E sì in effetti adesso c’è un documento pdf intitolato “Licio Gelli – final” di 85 pagine, con molti omissis e non è certo la prima volta. Chiariamolo, non sono sicuro che Stefania Maurizi, la giornalista de Il Fatto Quotidiano autrice dell’inchiesta, abbia in mano lo stesso pdf che ho io, ma le leggi in America non sono come quelle italiane, sono uguali per tutti. Perciò è altamente probabile che sia così.

Cosa c’è di importante nel mio pdf? Oddio, non così tanto, per quel che ho potuto capirci.

Dirò di seguito quello che mi ha colpito e mi scuso se sottovaluto qualcosa. Ha subito attirato la mia attenzione un’annotazione dell’FBI: questo dossier fu voluto dalla magistratura italiana di Milano, la quale a inizio anni ’80 inviò un plico segretissimo negli USA con molti documenti dell’inchiesta. Veniva insomma richiesta una collaborazione all’FBI. Ecco nel dettaglio cosa c’è nella relazione ormai non più top secret.

“In data 10 luglio 1981, il magistrato inquirente del Tribunale di Milano ha comunicato di essere stato in contatto telefonico con l’AUSA [omissis] del Distretto Sud di New York (SDNY), riguardo alla questione in oggetto, e desidera trasmettergli con urgenza una serie di documenti. I documenti saranno consegnati a mano a New York dall’AUSA [omissis] di Washington D.C., che viaggerà a New York con il volo Pan Am 111, con arrivo all’aeroporto JFK alle ore 15:15 ora locale. Lead – New York – Avvisare l’AUSA [omissis] dell’arrivo, per assicurarsi che l’AUSA [omissis] venga incontrata, poiché sarà solo in transito per Washington D.C. e non resterà a New York a lungo. Amministrativo – Ritrasmettere immediatamente a New York”.

Ho chiesto a Chatgpt cosa fosse questo AUSA (mi si perdoni l’ignoranza) ed ecco il responso: “Nel documento, AUSA è l’acronimo di Assistant United States Attorney, cioè Assistente del Procuratore degli Stati Uniti. In pratica si tratta di un pubblico ministero federale che lavora sotto la direzione dell’United States Attorney (Procuratore degli Stati Uniti) in un determinato distretto federale, come ad esempio il Southern District of New York (SDNY) citato qui. Nel contesto del documento: L’AUSA è il magistrato statunitense che funge da interlocutore diretto con le autorità italiane (in questo caso il giudice istruttore del Tribunale di Milano). Viene menzionato che una AUSA da Washington D.C. porterà fisicamente i documenti a New York, dove un’altra AUSA dovrà assicurarsi di incontrarla perché lei è solo di passaggio.”

Mi è parso interessante che Gelli fosse accusato, inizialmente, anche e soprattutto di spionaggio. Poi la questione venne purtroppo superata da altri problemi, come ad esempio la fuga di Gelli in Svizzera e il suo successivo ritrovamento. Vedo però alcuni elementi che potrebbero risultare utili al mio lavoro di inchiesta sul Gelli doppiogiochista (in realtà inchiesta di Mino Pecorelli, non mia).

Primo elemento. Nel 1982 fu accertato che Gelli aveva provato a telefonare al Segretario di Stato americano e non gli aveva risposto nessuno. Questa la traduzione del documento e il commento dell’intelligenza artificiale: “Il Dipartimento di Stato USA (DOS) ha informato che il 23 gennaio 1982 ha ricevuto una telefonata da Licio Gelli. Gelli ha dichiarato di trovarsi al “Hotel Pierre” a New York City e ha espresso il desiderio di parlare con il Segretario di Stato USA. Il rappresentante del Dipartimento di Stato ha rifiutato di parlare con lui e la chiamata è stata interrotta. Si ordina all’FBI di New York di condurre un’indagine discreta all’Hotel Pierre per verificare se Gelli fosse davvero lì.”

Secondo elemento. Lo stesso Gelli si appoggiava a una ditta privata americana di investigazioni, la United Intelligence, INC.

Il contenuto nel dettaglio è questo: “Si fa riferimento a un messaggio precedente inviato da New York il 17 maggio 1984. L’indagine fatta a New York indica che un numero di telefono (682-4425) è intestato a una società chiamata United Intelligence, Inc., con sede al 63 East 42nd Street, New York. Poi vengono menzionati altri numeri di telefono e intestatari, ma questi dati sono omessi (redacted). Gli archivi di New York non hanno trovato nulla (negative) su tutti i nomi controllati, tranne uno. Questo nome compare in una lista di non immigrati ammessi in Canada tra luglio e dicembre 1969, che però non avevano rinnovato il visto. La lista mostra che questa persona, cittadino italiano con passaporto italiano, era entrata in Canada (a Toronto) il 27 settembre 1969 e che il visto era scaduto il giorno dopo, il 28 settembre 1969, senza che ci fossero più contatti da allora. L’indagine di New York riguardava attività della criminalità organizzata per introdurre clandestinamente immigrati illegali negli USA passando dal Canada. L’FBI conclude che al momento non sa se la persona trovata negli archivi sia davvero collegata al caso principale (cioè quello su Licio Gelli menzionato nel teletipo precedente)”.

Direi che sia piuttosto improbabile che la United Intelligence fosse una copertura per la CIA, anche perché l’FBI non censura questa informazione, ma semmai poteva essere un nome di copertura dei servizi dell’est.

Terzo elemento, Licio Gelli aveva legami con un’azienda privata, la THERMAL DOWNDRAFT SYSTEMS (TDS), attiva nel New Jersey per importazione di forni a spruzzo per la verniciatura di automobili, ma non vi erano elementi che permettessero un’incriminazione.

Nel dettaglio. la relazione dell’FBI riporta queste notizie: “Informazioni sul soggetto: Il numero telefonico appartiene a un individuo con un indirizzo in Texas (registrato dal 19 agosto 1988). Possiede una patente di guida del Texas. Descritto fisicamente (altezza, peso, colore dei capelli e degli occhi, data di nascita – tutte queste informazioni sono oscurate). La patente è associata all’indirizzo già citato. Indagine sull’indirizzo e sull’azienda: All’indirizzo si trova un’azienda chiamataThermal Downdraft Systems (TDS).

Anche se fisicamente a quella località, l’azienda è registrata nello stato del New Jersey. È una corporazione attiva con numero di charter 73415-6. TDS ha ottenuto il certificato per operare in Texas il 2 luglio 1987.

Controlli finanziari: Il numero di sicurezza sociale associato al soggetto non ha mostrato salari, richieste o impieghi registrati. Chiamata pretesto (pretext call): Una chiamata al numero 214/556-1883 (riconducibile a TDS) ha indicato che l’azienda si occupa di importazione di forni a spruzzo per la verniciatura di automobili. Conclusioni dell’FBI: Dopo aver esaminato gli archivi, l’FBI di Dallas non ha trovato elementi negativi riguardo alla persona e all’azienda TDS.”

L’indagine dell’FBI procedette quindi a metà degli anni ‘80 con un’analisi degli articoli svedesi sulla morte di Olof Palme, e andò a concludersi sospettando che il Gelli operasse negli USA con attività di copertura per nascondere un traffico di droga e flussi di denaro. Ma senza trovare riscontri concreti. Poi tutto svanì e il dossier si concluse intorno al settembre 1983.

Nel dossier vi sono altre interessanti notizie, sempre relative al periodo 1981-1983. L’FBI aprì un’indagine pure sulla massoneria americana, anche qui senza trovare tracce del passaggio di Licio Gelli. Le censure presenti in tutte le relazioni mi sembrano normali protezioni per la privacy.

Bisogna ricordare che in Italia i fascicoli giudiziari recenti (degli ultimi 70 anni) non vengono di certo divulgati online con questa velocità, e le Commissioni Parlamentari, che una volta potevano bypassare la legge sul segreto d’ufficio, non allegano più alcun documento alle loro relazioni finali.

Riguardo alla ‘lotta al PCI’, di cui parla Il Fatto Quotidiano, il documento ci fa sapere solo che l’FBI cercò di prevedere le ripercussioni della vicenda P2 sulla stampa italiana. Ossia negli USA si temeva che, non essendo apparentemente coinvolto il PCI, l’indagine potesse trasformarsi in una campagna propagandistica a favore del comunismo.

Detto fatto, è andata esattamente così. E non mi stupisce affatto che un organo di polizia “federale”, che noi in Italia non concepiamo, potesse scrivere annotazioni di carattere geopolitico.

Autore

  • Massimo D'Agostino

    Massimo D'Agostino Massimo D'Agostino, giornalista pubblicista insegna Italiano e Storia. Dal 2010 gestisce il blog di storia e attualità "E cronaca". Dal 2011 pubblica saggi storici e libri sportivi. Nel 2022 ha vinto la pergamena del quarto posto al Premio letterario internazionale "18 maggio" con il libro sulla seconda guerra mondiale dal titolo "Venti metri sottoterra".

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