Con il Divo Giulio nella corrente Primavera
Lo scorso 21 marzo si è spento a Roma, all’età di 86 anni, Paolo Cirino Pomicino, nella clinica Quisisana, dove era ricoverato da qualche giorno.
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, laureato in Medicina e specializzato in Neurologia, era uno degli ultimi testimoni viventi della Prima Repubblica e della Democrazia Cristiana.
Questo ci offre l’occasione per uno sguardo retrospettivo su un mondo che è stato anche il nostro e che i più oggi tendono a liquidare nel dimenticatoio.
Con la scomparsa di Pomicino scende nella tomba l’ultimo colonnello della corrente che fu di Giulio Andreotti, denominata “Primavera”. Quando fu inaugurata dallo stesso Andreotti e da Franco Evangelisti, si distingueva dalle altre della Democrazia Cristiana perché guidata da politici all’epoca molto giovani.
Essa ha accompagnato tutta la carriera politica del “divo Giulio” e, col passare del tempo, il nome “Primavera” è andato via via diventando sempre meno adatto a un leader che aveva fatto dell’inamovibilità la cifra della sua carriera politica, e alla cui ombra invecchiavano, sempre inchiavardati al potere, i suoi sodali.
A posteriori, il nome correntizio avrebbe meritato di essere trasformato in “autunno”, se non addirittura in “inverno”, vista la fine drammatica che quasi tutti i suoi esponenti hanno avuto nella politica.
Cirino Pomicino rappresenta di questa corrente la fase finale, la più matura da un punto di vista della gestione e della pratica del potere. Lui stesso è stato un personaggio piuttosto atipico: dopo aver percorso una carriera politica del tutto normale per un leader democristiano e dopo essere passato attraverso le forche caudine di Tangentopoli (con quarantadue processi, molte assoluzioni e due condanne patteggiate), Pomicino si è riscoperto – ed è stato apprezzato – come analista della politica, interprete dei fatti storici e anche come difensore discreto ma efficace della memoria del suo partito, della sua corrente e del suo leader.
È degno di nota che egli venne più volte invitato e ricevette pubblici apprezzamenti da Michele Santoro. Io stesso, nel mio piccolo, tramite X (che all’epoca si chiamava Twitter), potei interloquire con lui in DM su diversi temi di politica e di storia, e ne apprezzai la disponibilità e l’intelligenza.
Pomicino era stato a lungo deputato (lo fu dal 1976 al 1994) prima di arrivare al Ministero per la Funzione Pubblica nel governo di Ciriaco De Mita dal 1988 al 1989; poi approdò a un dicastero di maggior peso, quello del Bilancio e della Programmazione Economica, nei due ultimi esecutivi presieduti da Giulio Andreotti, dal 1989 al 1992.
Il suo ingresso nella corrente andreottiana fece sì che essa si allargasse a livello nazionale in modo più significativo. In effetti, per lungo tempo la corrente di Andreotti era stata essenzialmente una corrente del Lazio, con qualche ramificazione in altre regioni e, dal 1969, con una sorta di appendice complementare in Sicilia attraverso la enigmatica e discussa figura di Salvo Lima che – giova ricordarlo – era migrato alla corte del divo Giulio dopo essere stato a lungo in quella di altri notabili della Democrazia Cristiana, compreso Fanfani. Cirino Pomicino era un politico partenopeo, nemico giurato dell’altro grande signore dello scudo crociato nel Golfo di Napoli, ossia Antonio Gava.
Pur essendo entrambi centristi, la loro collocazione all’interno del partito non poteva coincidere nella stessa corrente. Certo, non potevano abitare le stesse dimore di un De Mita, di un Moro o di un Fanfani, ma non potevano neppure stare nella stessa “casa” correntizia. Gava era il signore del “Grande Centro” e Pomicino divenne, a suo modo, un sodale di Andreotti.
Entrando nella corrente Primavera, Pomicino vi portò il suo modo particolare di fare politica, che era molto congeniale a quello che aveva il suo leader eponimo. Egli infatti aveva raccolto attorno a sé un vasto consenso e lo gestiva personalmente, un po’ come facevano tutti gli antichi notabili della politica della storia d’Italia.
Perciò era, in un certo qual senso, detentore di una dote elettorale che portava al suo nuovo mentore, dal quale in cambio riceveva degli incarichi proporzionati alla sua importanza. In tal modo veniva valorizzata una concezione leggera, non burocratica, della politica e del consenso, più radicato nel territorio che ideologico.
Andreotti non aveva mai voluto una corrente strutturata, una corrente pesante: gli serviva, come ha detto Massimo Franco, una sorta di “pied à terre” per essere indipendente da qualsiasi condizionamento di altri leader del partito, che non lo avevano mai tanto amato e che, se avessero potuto, avrebbero interrotto la sua pur fortunatissima carriera politica pluridecennale come deputato e come ministro.
Perciò egli, in un certo qual senso, federava notabili locali all’interno della sua corrente nazionale, coprendoli col suo prestigio. L’aveva fatto con Evangelisti, che era stato il suo scudiero in Ciociaria, lo aveva fatto con Lima, come abbiamo detto prima, e lo fece con Pomicino, il quale portò il peso di Andreotti anche nella Campania che da sempre apparteneva appunto a Gava.
Con lui, approdarono ai lidi andreottiani anche i voti di Enzo Scotti, mentre erano già nella Primavera o vi arrivarono il bresciano Prandini, il milanese Baruffi, il romagnolo Cristofori, il toscano Bisagno, il piemontese Lega. Molti di loro furono attratti dal magnete del potere enorme che Andreotti andò assumendo negli anni ottanta e nei primi anni novanta.
Pomicino, a torto o a ragione, non fu molto stimato come politico e di certo non si può considerare un personaggio di prima grandezza nella storia della Prima Repubblica. Come tutti quelli che si trovarono a svolgere un’attività pubblica al crepuscolo di quella stagione politica, egli affrontò, come abbiamo detto, processi e condanne, ma, ancor di più, ebbe assoluzioni.
Su di lui ricordo il tranciante giudizio di Indro Montanelli, il quale nella sua Storia d’Italia commentò che la sua nomina a Ministro del Bilancio corrispondeva a quella di una persona che sapeva far quadrare molto bene i conti, purché fosse i suoi. Probabilmente era un giudizio troppo ingeneroso, ma rispettava quello che era il sentire comune nei confronti di questo politico.
Una volta abbandonata la politica attiva – sebbene ogni tanto cedesse alla tentazione di riciclarsi in qualche partito di centro (Democrazia Europea, Udeur, DCA, UDC, L’Italia è Popolare), diversamente allocato tra destra e sinistra, per cui fu eurodeputato dal 2004 al 2006 – Pomicino, come ho detto, si manifestò nella sua indole più autentica e più valida come analista e commentatore.
La morte di Pomicino è quindi la chiusura anagrafica di un’epoca, un’epoca sulla quale forse bisognerebbe riflettere un pochino di più, soffermandoci su alcuni aspetti: la maturità e quindi anche la senilità dell’andreottismo, il compimento di un progetto politico della Democrazia Cristiana attraverso il pentapartito, la relazione con il riformismo di sinistra depurata dalla tentazione di flirtare con il comunismo, i rapporti strutturati con la Chiesa e la polivalenza delle strutture politiche imperniate su Giulio Andreotti.
Vediamo proprio l’andreottismo nella sua parabola, che giunge a compimento negli anni di Pomicino, ma anche ad esaurimento. La corrente Primavera, come ho detto, fu voluta da Andreotti per evitare di essere fagocitato da altre formazioni interne alla DC, sin da quando De Gasperi era vivo e con maggior determinazione dopo la sua morte.
Questa corrente si oppose al centro-sinistra, sostenendo la candidatura al Quirinale di Gronchi che però poi aprì all’alleanza della DC col PSI, venendo votato anche dalle sinistre. Questa corrente sostenne Moro nel progetto di apertura al Partito Comunista, sostenne De Mita alla segreteria e contribuì a farlo cadere, alleandosi con i Dorotei e facendo sì che nella DC per la prima volta dopo tanto tempo ci fosse una maggioranza fatta soltanto di moderati senza le sinistre interne.
E però le posizioni prese dalla corrente non impedirono mai agli andreottiani e al loro capo di essere, come uomini di governo, presenti in quegli esecutivi le cui maggioranze non erano state da loro condivise.
E così negli anni dei governi di centro-sinistra, Andreotti fu Ministro del Tesoro, Ministro delle Finanze e Ministro della Difesa. Per non parlare poi del fatto che nei governi con i comunisti, il Presidente del Consiglio fosse Andreotti, proprio per bilanciare a destra questa eccessiva apertura, che l’elettorato moderato in effetti non capiva.
L’andreottismo quindi era sinonimo di abilità manovriera e capacità di mediazione funzionale all’esercizio del governo, pragmatico fino al cinismo, legato agli interessi concreti dell’elettorato fino al clientelismo, ma non necessariamente degenerato nell’una né nell’altra forma. Cò rappresenta tutta la parabola politica del Divo Giulio.
E quando la corrente fu al suo apice con la fase del pentapartito, Cirino Pomicino espresse al meglio la vocazione della Primavera di avere al suo interno persone che avevano un proprio pacchetto di voti e non volevano essere infeudati a nessun altro.
In quanto poi al progetto politico della Democrazia Cristiana, c’è da chiedersi se essa, che nacque come partito centrista, abbia tradito la sua vocazione passando per le fasi del Centrosinistra e del Compromesso Storico. Di sicuro c’è stata discontinuità tra la prima e le due fasi successive e forse anche tra la seconda e la terza, visto che lo scopo ultimo della politica della DC doveva essere l’isolamento e non l’inglobamento del PCI nella sfera del potere.
Di certo, quando il Pentapartito nacque come formula atta a isolare definitivamente il Partito Comunista, esso si configurò come un compimento di quel Centrismo che De Gasperi aveva inaugurato e che poi era stato archiviato, perché il PSI che entrò in coalizione con la DC e con i suoi tradizionali alleati di centro era un PSI che finalmente si era liberato della dicotomia tra massimalismo e riformismo che esso si portava dentro dalle origini, grazie a Craxi che si sentiva vicino più a Proudhon che a Marx.
Era un PSI che non era stato convertito dalla DC, ma che si era trasformato di suo, per cui il Pentapartito fu il punto di arrivo del progetto di De Gasperi e forse anche di quello di Sturzo. E se è vero che non fu stato inventato da Andreotti, è vero che però proprio con lui il Pentapartito arrivò al suo massimo fulgore, perché l’alleanza del Divo Giulio con Forlani all’interno della DC e con Craxi all’esterno fece sì che per la prima volta dopo decenni l’Italia avesse una maggioranza che fosse tutta moderata anche se, all’occorrenza, riformista.
Da questo punto di vista, l’aver avuto come interlocutore di sinistra uno come Craxi piuttosto che uno come Nenni o come Berlinguer fu per la Democrazia Cristiana e per Giulio Andreotti un successo non da poco. Andreotti stimava Berlinguer anche se non si pronunciava eccessivamente su di lui, mentre non aveva nessuna considerazione di Nenni.
Invece, il rapporto con Craxi fu più sincero e fattivo perché i due appunto tentavano di compensarsi e tutto sommato parlavano lo stesso linguaggio, quello del moderatismo come capacità di riforma alternata a capacità di conservazione. E inoltre la Democrazia Cristiana aveva all’interno della maggioranza politica una controparte di sinistra che non minacciava la sopravvivenza della democrazia in Italia.
Ma quale fu, in tutte queste decadi, il sistema di potere che Andreotti rappresentò e di cui fu il terminale, e nel quale si inserì a un certo punto anche la vicenda umana e politica di Cirino Pomicino?
Andreotti è stato lo snodo negoziale di interessi molto differenti. È stato l’uomo della borghesia, del sano ceto medio che lui ha sempre difeso dalle intemerate delle sinistre e di chi le ammirava. Ma è stato anche l’uomo che ha offerto una casa democratica a coloro che, pur essendo a destra, non se la sentivano di rimanere ghettizzati nel Movimento Sociale Italiano.
È stato l’uomo a cui hanno guardato i cattolici impegnati dell’associazionismo e che non avevano subito le sirene della sinistra: l’Azione Cattolica di Luigi Gedda negli anni cinquanta e nei primi anni sessanta, Comunione e Liberazione e il Movimento Popolare di Vittorio Sbardella degli anni Ottanta.
È stato l’uomo del Vaticano, di cui ha rappresentato direttamente interessi concreti in politica estera e in politica interna, curandone gli affari più riservati e seguendone anche alcuni economici e nel quale aveva referenti come Agostino Casaroli o Fiorenzo Angelini.
È stato l’uomo che ha tentato di creare una “finanza bianca” attorno a punti di coagulo, come Michele Sindona o Roberto Calvi, che però purtroppo non sono stati sufficientemente forti. E quindi è stato anche l’uomo che si è opposto al capitalismo delle grandi famiglie, egemonizzato dalla Mediobanca.
È stato il politico a cui hanno guardato quelle frange della società italiana, non cattoliche ma conservatrici, come certa massoneria, che non volevano scendere a compromessi con le sinistre.
E poi è stato anche, soprattutto al grado più alto, l’ultimo terminale del voto siciliano, che comprendeva anche una buona fetta di voto mafioso. Era successo con Giovanni Giolitti, con Vittorio Emanuele Orlando, con Bernardo Mattarella, con Amintore Fanfani e adesso toccava a lui. Però con Andreotti il flirt di Lima fu più lungo. Questo ha fatto sì che poi il Divo Giulio andasse sotto inchiesta. Ma in realtà il problema era tutto politico, non giudiziario.
In un Paese come l’Italia, Cosa Nostra svolge un ruolo rilevante anche nella politica. E però la politica non poteva continuamente essere condizionata dal rapporto con la mafia e fu proprio Andreotti che, presa consapevolezza della trasformazione di quell’organizzazione da struttura agraria e locale in multinazionale del crimine, tagliò il filo che la legava alle istituzioni.
E Andreotti lo fece con le leggi speciali che fecero i suoi governi, in cui c’era anche Pomicino, le leggi antimafia, che poi gli costarono la carriera perché la mafia gli ammazzò Salvo Lima alla vigilia delle elezioni alla Presidenza della Repubblica e gli mandò contro, per conto degli USA, dei pentiti pilotati.
Come si vede, era una Italia che gestiva diversamente quella che è rimasta la sua natura complessa e contraddittoria. Una Italia che forse non era migliore, ma che aveva una maggiore comprensione di se stessa, la cui lezione non doveva essere archiviata tanto facilmente e che forse può essere oggetto di una più onesta e sincera meditazione con la scomparsa di uno dei suoi ultimi protagonisti.
I suoi lasciti positivi sono il pluralismo correntizio, la dialettica partitica, l’importanza del consenso elettorale, i rapporti coi corpi sociali intermedi e collaterali, la visione leggera della struttura partitica. Quelli negativi sono abbastanza evidenti per poter essere rigettati senza privarci ulteriormente dei primi.






