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Iran, USA, Israele e il diritto internazionale

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L’Iran da anni non lo rispetta

L’intervento militare congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha aperto un dibattito molto acceso in Europa e in gran parte dell’Occidente.

L’accusa principale è quella che l’intervento violi il diritto internazionale. È un’obiezione seria, perché il diritto internazionale è una conquista fondamentale della civiltà politica occidentale: un sistema di regole pensato per limitare l’uso arbitrario della forza tra Stati.

Il problema è che queste regole funzionano solo quando tutti gli attori accettano di rispettarle. Quando uno Stato agisce sistematicamente al di fuori di esse, la distanza tra la teoria e la realtà diventa enorme.

Il regime iraniano è da decenni uno dei casi più evidenti. Non si tratta semplicemente di un sistema autoritario, ma di una teocrazia rivoluzionaria che ha fatto dell’ostilità verso Israele e verso l’Occidente uno dei pilastri della propria identità politica. Dalla rivoluzione del 1979, Teheran ha sostenuto e finanziato una rete di organizzazioni terroristiche nella regione.

A questo si aggiunge il sostegno militare e politico che l’Iran ha garantito per anni al regime di Bashar al-Assad in Siria. Durante la guerra civile siriana, Teheran ha finanziato, armato e sostenuto militarmente il governo di Damasco, contribuendo alla sopravvivenza di un regime responsabile di crimini gravissimi contro la propria popolazione: bombardamenti indiscriminati su aree civili, assedi di città, torture sistematiche e l’uso documentato di armi chimiche.

Allo stesso tempo l’Iran ha costruito e sostenuto Hezbollah in Libano, trasformandolo in una potente milizia armata che ha contribuito alla permanente destabilizzazione politica e militare del paese. A Gaza, invece, il sostegno iraniano a Hamas ha rafforzato un’organizzazione che rifiuta l’esistenza stessa di Israele e che ha contribuito in modo decisivo a rendere nella pratica impossibile qualsiasi soluzione politica della questione palestinese.

Anche questo fa parte del quadro complessivo della strategia regionale iraniana e spiega perché Teheran non sia da decenni semplicemente un attore problematico, ma il principale fattore di destabilizzazione del Medio Oriente.

La questione nucleare è il nodo centrale. L’Iran è firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare, che consente l’uso civile dell’energia atomica ma vieta lo sviluppo di armi nucleari.

Tuttavia l’arricchimento dell’uranio a livelli molto superiori a quelli necessari per scopi civili da parte del regime ha reso palese ciò che si sospettava da sempre, che l’obiettivo reale fosse la bomba atomica.

Quando un Paese con enormi riserve di petrolio e gas insiste per decenni su un programma nucleare, nonostante le pesantissime sanzioni, l’obiettivo è palese.

Per decenni si è tentata la via diplomatica: negoziati, sanzioni, accordi. L’intesa del 2015 rappresentava un tentativo di almeno congelare per alcuni anni il programma nucleare iraniano. Donald Trump decise poi di ritirare gli Stati Uniti da quell’accordo, giudicandolo insufficiente.

Purtroppo, da quando e tornato alla presidenza, ha indebolito enormemente la credibilità americana quando oggi Washington invoca il rispetto delle regole internazionali. È ben difficile per l’amministrazione Trump accusare altri Stati di violare sistematicamente il diritto internazionale quando essa stessa mostra un atteggiamento apertamente ostile verso le istituzioni multilaterali.

Allo stesso modo, anche il governo di Benjamin Netanyahu ha più volte violato il diritto internazionale nelle sue operazioni militari e nella gestione dei territori palestinesi.

Queste incoerenze esistono e vanno riconosciute. Tuttavia non cancellano un fatto fondamentale: ogni Stato ha il diritto di difendere la sicurezza della propria popolazione.
Israele è un Paese estremamente piccolo, con una storia segnata da guerre fin dalla sua nascita nel 1948.

In tutte queste guerre ha sempre vinto, ma se ne avesse persa anche solo una non esisterebbe più. Per questo l’idea che un regime che proclama apertamente la distruzione di Israele possa dotarsi di armi nucleari è percepita come una minaccia esistenziale. Dopo secoli di persecuzioni culminati nell’Olocausto, lo Stato di Israele è nato proprio per garantire la sopravvivenza del popolo ebraico.

Naturalmente, le operazioni militari possono produrre tragedie terribili. Quando un bombardamento colpisce un obiettivo civile, come nel caso recente della scuola femminile iraniana distrutta, ci troviamo di fronte a una catastrofe umana che deve essere riconosciuta e investigata.

Ma esiste una differenza tra tragedie causate da errori o negligenze e la repressione deliberata e sistematica di un regime contro la propria popolazione.

Negli ultimi anni il governo iraniano ha represso con estrema violenza le proteste interne, con decine di migliaia di morti e ondate di arresti seguiti da torture e stupri.

L’indignazione per gli errori militari occidentali è legittima, ma spesso convive con una sorprendente indulgenza verso regimi che praticano la violenza in modo sistematico.
C’è poi un’altra dimensione, raramente discussa con sufficiente onestà: quella europea.

Molti governi europei si trovano in imbarazzo e sentono di non poter criticare l’intervento militare, in quanto dipendono in modo quasi totale dagli Stati Uniti per la propria sicurezza.

Senza il supporto americano, l’Ucraina non potrebbe continuare a difendersi dall’aggressione russa, e molti paesi europei non sarebbero in grado di garantire neppure la propria difesa.

In questo contesto è nella pratica impossibile criticare o opporsi davvero alle sue decisioni. I singoli Paesi europei, semplicemente, non hanno il peso politico e militare per farlo.

Ed è proprio qui che emerge il vero problema strategico del continente. Finché l’Europa resterà un insieme di Stati nazionali divisi, continuerà a dipendere dagli Stati Uniti per la sicurezza e quindi avrà margini molto limitati per una politica estera autonoma.

Criticare i leader europei per la loro prudenza verso Washington è ipocrita: non sono nelle condizioni di fare diversamente. La responsabilità è principalmente di quegli elettori europei che sostengono i partiti sovranisti, un modello di Stati nazionali ormai anacronistico.

L’Europa avrebbe ampiamente le risorse economiche, tecnologiche e demografiche per difendersi da sola e avere una voce autonoma e forte nel mondo. Ma questo richiederebbe un salto politico: la trasformazione dell’Unione Europea in una vera federazione, una Repubblica federale europea.

Solo un soggetto politico unitario avrebbe il peso necessario per influenzare gli equilibri globali. Finché questo non accadrà, l’Europa continuerà spesso a trovarsi nella posizione di dover fare buon viso a cattivo gioco.

Autore

  • Mark Pisoni

    Mark L. Pisoni Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

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