
Povera Italia ridotta a fashion show, ad armocromisti che fanno politica, a litanie sul salario minimo, a caldo che caldo! e a che pioggia, governo ladro!
Ma la grande inaspettata novità è l’inaugurazione della “Vogue diplomacy”. Tra charme, scarpe coi tacchi lunghi e pendagli alle orecchie, con le manine intrecciate a quelle degli interlocutori si crea l’illusione di contare qualcosa, di fare politica estera e di sicurezza. Chissà, forse è la nuova scuola della diplomazia…
Chi scrive è da quarant’anni sul campo e qualche dubbio se lo pone, sempre sperando per il meglio e che la “Vogue diplomacy” porti dei risultati concreti a casa.
Nell’attesa, presentiamo tre casi di prova: Ucraina, Mediterraneo/Niger, e Balcani.
Buona lettura monocromatica.
CHE SUCCEDE IN UCRAINA?
La controffensiva ucraina è la più grande chimera dell’estate 2023. Per ora si sta verificando un’ignominosa disfatta sul terreno. Lo dimostrano i nervosismi di Kiev che lancia droni su territorio della Federazione russa, in chiara violazione delle linee rosse imposte dagli americani. Il presidente Zelensky continua nella sua miserevole disfatta militare annunciando che “la Crimea sarà ripresa”.
Mentre la “Vogue diplomacy” è in attesa di contropartite americane dopo aver messo sul tavolo il famoso Memorandum con la Cina, l’Italia non riesce ad esprimere, nemmeno sotto voce, qualcosa che riguardi la tutela del nostro interesse nazionale.
Esempio lampante è l’ipocrita pantomima sulle esportazioni dei cereali ucraini “per i paesi più poveri”. Per fortuna pinocchio era solo un burattino inventato dalla genialità di Collodi, altrimenti il naso del duo Crosetto-Meloni bucherebbe tutti gli schermi delle tv.
La famosa esportazione “umanitaria” dei cereali ucraini è arrivata solo per qualche percento nei “paesi poveri”. Quasi due terzi arriva in Europa e Asia, e l’Italia è uno dei principali importatori (come è sempre stato). La decisione russa di ritirarsi dall’accordo negoziato dai turchi più che i paesi poveri (a cui sta pensando la Russia) colpisce gli europei, Italia in testa.
Che dice il governo italiano? Esiste una strategia alternativa di approvvigionamento dei cereali? Nulla! Aspettiamo la contropartita di Biden. Auguri!
CHE SUCCEDE NEI BALCANI?
Dopo anni di comando italiano della forza multinazionale della NATO in Kosovo (KFOR) l’Italia sarà sostituita dalla Turchia. Certo una rotazione è fatto normale, ma il comando turco è un segnale che Roma farebbe bene a non sottovalutare. Stili e modalità diverse, ma soprattutto la Turchia non ha mai fatto mistero di aver un suo piano strategico anche per i Balcani, tra cui la grande Albania. Qualcosa che l’Italia aveva ma che poi ha diluito in un efficace intervento informativo e di stabilizzazione ma non in un piano strategico (si sa, i militari italiani sono buoni e distribuiscono caramelle, così fanno carriera). Una volta l’Italia aveva una sua nazionale visione strategica politica e militare per i Balcani. Oggi si accontenta di svolgere bene i compiti assegnatele dai comandi sovranazionali della NATO e dell’UE. Se, come dice il governo attuale (e tutti i precedenti) i Balcani sono “una priorità” dell’interesse nazionale italiano si dovrebbe vedere un piano strategico e un’iniziativa che non possono essere i bacetti sulle punte della Meloni a Tirana. Nulla di tutto ciò si vede sul terreno e non si trova neppure nelle “stanze dei bottoni” a Roma, al ministero degli esteri o allo stato maggiore della difesa. Resistono soltanto alcune antiche filiere pro serbe, ormai semi automatiche, dei servizi, ma nulla di più. La priorità italiana nei Balcani si legge al seguito delle priorità degli altri.
Nonostante le “pacche sulle spalle” ricevute dalla Meloni a Vilnius e a Washington, sono gli americani che sono tornati nei Balcani (in chiave anti russa) e si muovono in totale autonomia. Esempio recentissimo è l’imposizione di sanzioni del Tesoro americano al capo dell’Agenzia per la Sicurezza e l’Informazione serba (BIA) Aleksandar Vulin accusandolo di coinvolgimento nella “criminalità organizzata transnazionale e in operazioni illegali di stupefacenti” e di aver mantenuto “una relazione reciprocamente vantaggiosa con il trafficante d’armi serbo Slobodan Tesic, che ha aiutato a trasportare armi attraverso i confini della Serbia”. Silenzio dell’UE e dell’Italia, mentre l’ambasciatore americano “rassicura” che le sanzioni si applicano soltanto a Vulin e alla sua famiglia ma non alla Serbia, con la quale gli USA vogliono avere sempre migliori rapporti. Eh vabbè! Sarebbe come dire di credere in Dio ma sanzionare il papa.
Che Vulin sia stato da sempre un ampio e generoso sostenitore dei Serbi in Kosovo (lo dico anche per esperienza diretta) è cosa nota da almeno due decenni. Quel che non si dice è che le mafie pan-jugoslave composte da serbi, albanesi e bosgnacchi (ma anche da croati), sono sopravvissute alla defunta federazione jugoslava dopo la deflagrazione del 1991. Queste mafie che inizialmente lavoravano in subappalto a livello locale per vari governi e per varie organizzazioni criminali transnazionali, da almeno un ventennio si sono rese più autonome. Da subappaltatori, esse sono diventate attori che trattano direttamente con le organizzazioni del crimine internazionale, dall’Italia alla Russia, all’Ucraina, alla Cina, e all’Africa e all’America. La loro forza è la debolezza degli stati balcanici, per cui offrono un servizio che potremmo definire “le vie balcaniche del crimine organizzato”, spostando droga, armi, persone e materiali. Queste mafie balcaniche sono diventate ricche e investono all’estero (Italia, Austria, Germania, Belgio, Turchia, Albania, ecc…) oltre ad avere talmente potere finanziario da essersi “comprate” i governi degli eterei stati balcanici (tutti!). Da qui il grande pericolo di squilibrare gli equilibri (scusate il bisticcio) che queste mafie hanno tessuto nei Balcani. Ma agli americani questo problema non tange perché sono ben lontani geograficamente.
Il relatore per il Kosovo al Parlamento europeo, l’eurodeputato tedesco Viola von Cramon-Taubadel del Partito Verde (cioè, falchi neocon americani), ha accolto con entusiasmo le sanzioni americane a Vulin. «Coloro i quali consentono l’invio illegale di armi promuovono Putin e il nazionalismo. Vulin è diventato sinonimo di corruzione, azioni di una marionetta russa e traffico di stupefacenti» ha aggiunto auspicando che la UE assuma iniziative analoghe a quelle di Washington.
L’Italia del duo Crosetto-Meloni aspetta Washington. Ma per fare che? E perché? La decisione sanzionatoria americana potrebbe far esplodere la calma apparente, da poco riconquistata dopo le violenze di un mese fa, e l’Italia sarebbe in prima linea anche sul fronte della criminalità organizzata. Qual è la strategia italiana per i Balcani? Ah saperlo…
CHE SUCCEDE IN NIGER?
In Niger si sta compiendo l’ultimo atto di un fallimento annunciato: il fallimento della strategia francese in Africa, la fine di FranceAfrique e delle velleità “geopolitiche” della Commissione europea di Ursula von der Leyen.
Un declino strategico e di influenza della Francia in Africa iniziato già negli anni ’90 e aggravatosi dopo l’11 settembre 2001 e l’inizio della “guerra al terrore” voluta dagli americani (e mai finita). La Francia decise di giocare le sue carte con una sovraesposizione delle sue forze militari proiettate o stanziate nelle ex colonie africane. Una militarizzazione francese di una parte dell’Africa che culminò nel 2014 con l’invio di 4500 truppe francesi da combattimento in Mali, dando inizio ad un’operazione militare francese (Barkhane) rivolta ai 5 paesi del Sahel – Mauritania, Mali, Burkina Faso, Chad, e Niger – senza limiti di tempo. Una vera e propria occupazione militare ammantata da lotta al terrorismo, democraticizzazione, diritti umani e via dicendo. Fin dall’inizio, Parigi ha perseguito una politica di internazionalizzazione dell’intervento, rivendicando allo stesso tempo la collaborazione internazionale e la leadership francese. Ciò è servito sia a condividere l’onere sia a legittimare l’intervento francese, che è stato visibile nella mobilitazione delle Nazioni Unite (MINUSMA), dell’UE (EUTM, EUCAP Sahel) e di numerosi partner bilaterali europei, tra cui la Germania e l’Italia.
I risultati di quest’intervento decennale sono ormai ben noti. Per la Francia, il Mali è diventato un fiasco di politica estera ed è stata cacciata dopo i golpe militari 2021-22. Le truppe francesi sono state evacuate dal Mali rimpatriandone circa un terzo mentre i restanti effettivi (piuttosto demoralizzati e arrabbiati con Parigi) sono stati “sistemati” in Niger (circa 3000 unità). L’obiettivo politico dell’operazione Barkhane è rimasto vago fino alla fine, rafforzando l’impressione di un pregiudizio militare senza scopo strategico e con pochi fondi (rimasti di fatto gli stessi stanziati nel 2013). A metà 2022 la Francia ha ritirato unilateralmente tutte le sue truppe dal Mali abbandonando al loro destino circa un migliaio di truppe da combattimento tedesche stanziate nel Nord, a Gao, dove tutt’ora sono bloccate (un’evacuazione terrestre è impraticabile e quella aerea non è concessa dalla giunta militare maliana che nel frattempo ha integrato elementi della russa Wagner)[1]. I francesi, come gli americani, si sono sempre distinti in solidarietà con i paesi che li seguono nelle loro avventure militari! Inoltre la Francia macroniana vive un’intensa confusione di principi e propositi trascinando dietro di se l’incapace Unione europea e il suo (inutile) Servizio esterno (SEAE). Giustamente il prestigioso centro studi tedesco filogovernativo (SWP) scrive che la Francia applica decisioni contraddittorie trascinandosi dietro una schizofrenica UE: “Un esempio importante è il sostegno alla presa di potere incostituzionale in Chad da parte di Mahamat Déby (2021). In netto contrasto, Parigi ha intrapreso un percorso di confronto politico con il governo militare di Bamako (Mali). Le molte contraddizioni prevalenti nell’approccio dell’Europa alle crisi sono diventate evidenti, quando l’UE ha imposto sanzioni contro il Mali, mentre la Francia non ha visto alcun problema nel continuare la lotta congiunta contro il terrorismo con lo stesso governo (del Chad)”[2].
Con una Francia che manda le sue truppe allo sbaraglio in improbabili missioni estere, non ci si può sorprendere se 20 generali francesi nel 2021 hanno firmato un appello pubblicato sui giornali chiedendo di difendere il patriottismo «Pour un retour de l’honneur de nos gouvernants»[3]. Un avvertimento che Macron farebbe bene a prendere in seria considerazione visti i recenti scontri violenti nelle periferie francesi e il colpo di stato in itinere in Niger.
Oggi, la Francia a corto d’influenza si è rivolta proprio all’amico presidente Déby, nonché fornitore di uranio alle centrali francesi, per “mediare” in Niger. La giunta non ha commentato le richieste presentate da Déby, ma ha promesso di difendere il Niger da qualsiasi “aggressione” da parte delle potenze regionali o occidentali. Ha accusato l’ex potenza coloniale francese di pianificare un intervento militare. La giunta ha anche annunciato che sospenderà l’esportazione di uranio e oro in Francia con effetto immediato. Il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio[4].
Ancor più incredibile è che nel marzo 2022 The Economist Intelligence Unit pubblicava un rapporto nel quale si legge: Come parte del ritiro delle truppe francesi dal Mali e loro destinazione in Niger, “prevediamo che il ridispiegamento delle forze aumenterà l’instabilità sociale e politica in Niger, a causa della crescente ostilità pubblica alla presenza di truppe straniere sul terreno, mentre indebolirà le capacità di sicurezza del governo del Mali e peggiorerà la situazione della sicurezza nella più ampia regione del Sahel. L’entità dell’ostilità pubblica al dispiegamento di truppe francesi è stata rivelata a novembre (2021), quando un convoglio militare francese che si stava dirigendo verso il Mali dal Niger è stato bloccato a Téra, nella regione di Tillabéri, da manifestanti arrabbiati. Due manifestanti sono stati uccisi e molti altri feriti durante lo scontro. L’evento evidenzia il crescente sentimento anti-francese in Niger, con diversi gruppi della società civile e di opposizione che esprimono la loro opposizione alla decisione del governo di ospitare più forze straniere. Ci aspettiamo che il dispiegamento francese indebolisca la posizione de presidente Bazoum e aumenti il rischio di un colpo di stato militare durante il nostro periodo di previsione 2022-23”[5]. Infatti, nei giorni scorsi così è avvenuto! Ma né l’intelligence francese, né quelle tedesca, italiana o americana si sono accorti di nulla. La colpa è dei russi, dicono. Ma per favore!
Macron, con la solita UE/SEAE al guinzaglio, ha rilanciato annunciando – udite, udite – “reazioni immediate e intrattabili” contro la giunta militare in Niger[6]. Gli Stati Uniti, unici militarmente in grado di intervenire militarmente, si nascondono dietro le vacue minacce e ultimatum dell’organizzazione regionale dell’Africa Occidentale (ECOWAS)[7] ma finora non hanno espresso alcuna disponibilità ad un intervento in Africa. Lo sconforto per l’incapacità francese ed europea nel Sahel era già stato scritto in modo inequivocabile in un’analisi dell’Harvard International Review del 30 gennaio scorso in cui a chiare lettere si dice che “su entrambe le sponde del Mediterraneo, c’è una contingenza piuttosto forte che sostiene barriere più forti tra i continenti, anche se le ragioni sono diverse (…) Gli africani hanno chiaramente spiegato che non vogliono una continua “ingerenza” della Francia nelle sue ex colonie, sia nelle aree urbane che rurali (…) L’antiterrorismo nello stile dell’operazione Barkhane non è efficace (…) La lotta al terrorismo nel Sahel non può essere di esclusiva competenza delle nazioni dell’Africa occidentale, quando la situazione ha ramificazioni molto maggiori”.
L’Italia che ha 350 militari in Niger non si esprime, aspettando “una mano” da Biden. Buona fortuna! Eppure, non sarebbe difficile capire che gli americani stanno dicendo agli europei che sono degli incapaci e gli africani rimarcano che gli europei sono inaffidabili! Dopo la disastrosa partecipazione militare italiana in Libia contro il proprio alleato Gheddafi (2011) si spera che il duo Crosetto-Meloni eviti di seguire la Francia in un attacco militare in Niger che per la Francia è essenziale per riprendere controllo sulle risorse di uranio necessarie per il 10-30% del fabbisogno delle centrali francesi, ma per l’Italia sarebbe la fine prima dell’inizio del fantomatico “piano Mattei”. Il duo Crosetto-Meloni con l’onore a stelle e strisce farebbero bene a rileggere le dichiarazioni del 2014 dell’allora ministro degli esteri del Niger e attuale presidente deposto dai militari: “Noi valutiamo la guerra libica una minaccia per il nostro Paese e per la regione che si prolungherà negli anni a venire…. Avevamo messo in guardia l’Occidente dal distruggere lo Stato libico… Avevamo detto all’Occidente di non perdere di vista la realtà …”[8]
[1] https://www.dw.com/en/niger-a-german-foreign-policy-miscalculation/a-66376394
[2] https://www.swp-berlin.org/en/publication/mta-spotlight-13-the-failure-of-french-sahel-policy
[3] https://www.valeursactuelles.com/politique/pour-un-retour-de-lhonneur-de-nos-gouvernants-20-generaux-appellent-macron-a-defendre-le-patriotisme
[4] https://www.bbc.com/news/world-africa-66358951
[5] https://country.eiu.com/article.aspx?articleid=1161952899&Country=Niger&topic=Politics&subtopic=Forecast&subsubtopic=Political+stability
[6] https://www.politico.eu/article/france-emmanuel-macron-warn-attack-embassy-niger/
[7] https://ecowas.int/final-communique-fifty-first-extraordinary-summit-of-the-ecowas-authority-of-heads-of-state-and-government-on-the-political-situation-in-niger/
[8] https://www.analisidifesa.it/2023/07/golpe-in-niger-il-sahel-ci-presenta-il-conto-per-la-guerra-alla-libia-del-2011/





