
di Giorgio Cattaneo
Dimostranti nelle strade della capitale Niamey (sventolando bandiere russe) e assedio all’ambasciata francese. Dopo il Mali e il Burkina Faso, l’Occidente perde anche il controllo sul Niger, dalle cui miniere di uranio dipende il nucleare di Parigi. A esasperare gli africani i jihadisti di Boko Haram, a lungo liberi di seminare il panico nonostante la massiccia presenza militare occidentale (da cui la richiesta di assistenza alla Russia, tramite le milizie della Wagner). Nel vuoto i recenti appelli dei leader africani, in allarme per l’armamento pesante dei terroristi, dotati di artiglierie che dovevano essere destinate all’Ucraina.
Il Niger – porta del Sahel – era considerato l’ultimo grande avamposto euro-atlantista nell’Africa sub-sahariana, sulla rotta del Mediterraneo. Nel paese sono ancora presenti 1.500 soldati francesi, 1.100 americani, 300 italiani e un centinaio di tedeschi. La nuova giunta militare, guidata da Abdourahamane Tchiani, ha destituito il presidente filo-occidentale Mohamed Bazoum. Nel cuore strategico del continente nero, le quotazioni della Francia e degli Usa sono in caduta libera: il riposizionamento geopolitico investe l’intera Africa, su cui pesa anche il poderoso investimento economico della Cina.
La stampa europea piange la perdita del Niger dopo quella del Burkina Faso, senza mai ricordare che proprio in un golpe occidentale (orchestrato da Parigi e Washington) fu assassinato il leader burkinabé Thomas Sankara, simbolo dell’indipendentismo panafricano. Da allora, il Sahel tornò per decenni sotto il tallone dell’Occidente. Da qualche anno invece la situazione sta tornando a capovolgersi: l’aspirazione africana alla sovranità è oggi apertamente sostenuta da Mosca, impegnata nella sua sfida globale contro l’imperialismo atlantico.





