
di Vito Sibilio
Dall’altro capo dell’universo familiare degli Orlandi c’era la zia Anna, sorella del padre. Donna bella e nubile, a posteriori non ebbe altra colpa che quella di essere avvenente e libera, cosa del tutto incomprensibile nella città stato dei preti. La donna ebbe, praticamente fino alla sparizione della nipote, una relazione con un uomo, conosciuto a Roma e del quale non è mai stato possibile determinare l’identità, perché le diede un nome falso, come lei ebbe ad accorgersi in seguito. Questo uomo sembra che uscisse con lei, accompagnata spesso da Emanuela, sin dall’estate precedente. Scomparsa la ragazza, scomparve anche l’uomo. Collegando questa frequentazione ad un’altra che la donna avrebbe avuto in Torano con un uomo sposato, un certo Giuliani, che alla fine avrebbe lasciato la moglie per vivere con lei, si è pensato di collegare la vita disinibita della zia con la scomparsa della nipote, quasi a titolo di vendetta di una moglie abbandonata o tradita. Questa ipotesi, che avrebbe credibilità se il rapimento della Orlandi non si fosse immediatamente saldato ad una storia di ricatti, comunicati terroristici e trattative internazionali, è stata stranamente suggerita al noto giornalista Pino Nicotri da quell’avvocato Gennaro Egidio che, come dicemmo, era vicino al SISDE. Il buon legale voleva insabbiare e cercava un volenteroso cronista che condividesse i suoi spunti investigativi? Può darsi. Di certo una delle tattiche della STASI, dell’STB e del KGB è sempre stato infilare una donna o un uomo nel letto di chi si voleva circuire per trarne informazioni. Inoltre, nel Caso Moro, persino la figlia Maria Fida o il devoto Nicola Rana potrebbero essere stati ingannati per ottenere informazioni preziose sulla vita privata dello statista, onde gestirla durante la detenzione. La presenza di un uomo accanto ad Anna Orlandi, che conobbe tante cose sue e della nipote e che sparì non appena Emanuela scomparve a sua volta, è un chiaro indizio di come una rete efficientissima di informatori abbia supportato i rapitori, carpendo all’ignara congiunta preziose e apparentemente innocue informazioni. Quando la ragazza fu presa, le notizie su di lei vennero distillate da un nucleo addetto alle pubbliche relazioni che però le otteneva non solo dall’ostaggio, ma anche, se non soltanto, da un distinto manipolo di informatori. In tal maniera, se dai telefonisti si fosse risaliti agli informatori stessi, l’ostaggio sarebbe rimasto irraggiungibile. Una gestione compartimentata che ricorda quella di Moro e del suo Memoriale. Il ruolo della zia Anna finisce qua.
Vanno sottolineate però alcune cose degne di essere approfondite. La donna lasciò definitivamente Roma per Torano il giorno del sequestro della nipote e ad accompagnarla fu proprio il cognato Mario Meneguzzi. Forse che, dopo, si rese conto del fatto di essere stata involontariamente complice e per questo si tenne lontana dalla città, dove pure aveva cresciuto tutti i nipoti, compresa la scomparsa? Inoltre lei non fu mai interrogata nell’ambito delle inchieste, se non molto tardi e assai poco. Tutto questo salvaguardò lei e la famiglia, forse anche in senso fisico, ma recise l’unico, tenue filo che legava sin dall’inizio la sequestrata ai suoi carcerieri in modo visibile anche dall’esterno. Una pista che forse nessuno volle percorrere, per timore del luogo dove poteva condurre. Fu una scelta condivisa, tacitamente, tra famiglia e inquirenti? E Meneguzzi seppe del fatto che la cognata era stata irretita per carpirle informazioni sulla nipote? Tutte domande che non avranno mai risposta, visto che anche Anna Orlandi è defunta. Una cosa però è incontrovertibile: il giorno in cui Emanuela Orlandi scomparve, a casa sua non c’era nessuno, in quanto la zia era a Torano e i genitori a Fiumicino. Fu un caso che a casa rimanesse la sorella Federica e che rispose alla telefonata della sorella, che diversamente sarebbe stata inutile. Ma quella telefonata era importante, perché la ragazza, involontariamente, si faceva portatrice di messaggi in codice, che avrebbero assunto un significato nelle indagini successive. Non dimentichiamoci che Emanuela Orlandi, prima della sua ultima lezione di musica, fu vistosamente abbordata da un sedicente agente della Avon che le propose un lavoro di volantinaggio eccessivamente retribuito. La ragazza, com’era logico, rispose che non poteva accettare senza il consenso dei genitori e in effetti telefonò, ma dopo la lezione. Ora, se la proposta era un codice, che la malcapitata vittima doveva veicolare suo malgrado, chi l’abbordò sapeva per certo che a Casa Orlandi c’era qualcuno che avrebbe raccolto il messaggio, ma anche che non era un adulto, in grado di dissuadere definitivamente la ragazza dal fare una scelta che l’avrebbe indotta a scomparire la sera stessa, ossia quella di incontrarlo di nuovo dopo la lezione. Diversamente, non si sarebbe affidato ad una risposta casuale per impossessarsi dell’ostaggio. Evidentemente, l’Uomo della Avon aveva qualcuno che sorvegliava a vista quello che accadeva in Via di Porta Angelica e lo informava con mezzi sofisticati. Magari dalla sede dell’Osservatore Romano, come Eugen Brammerz, il giornalista benedettino agente della STASI. O dalla Caserma delle Guardie Svizzere, come Alois Estermann, il capitano agli ordini del medesimo servizio segreto comunista. Alla luce di questo, la domanda che si fa più pressante è: perché proprio quel giorno tutti gli adulti di Casa Orlandi decisero di andare fuori Roma, compresi quelli che, a distanza di decenni, appaiono in una luce più ambigua?
Ma le inframmettenze dei servizi italiani e stranieri non si fermarono qua, in Casa Orlandi. Il 30 luglio 1984, in visita spontanea all’avvocato Gennaro Egidio, il colonnello Yona Andronov, ufficiale del KGB sotto la copertura della direzione della prestigiosa rivista sovietica Literaturnaja Gazeta, riprese in grande stile la tesi della connessione tra il Sequestro Orlandi e lo scandalo IOR-Ambrosiano, che già era affiorata l’anno prima dalle colonne dell’Osservatore Romano, grazie ad Eugen Brammerz. Andronov insinuò che il padre della ragazza, Ercole, venisse ricattato per non svelare quello che sapeva dei trasferimenti di denaro a Solidarnośç. Cosa potesse sapere di questo un modesto usciere del Vaticano qual era l’Orlandi, Andronov ovviamente non lo disse. Era una fine opera di disinformazione ancora in atto e da cui, come da un granellino piantato in terra fertile, è nata una pianta mostruosamente grande che continua a far sbocciare frutti velenosi, apparentemente diversi ma tutti uguali. Gli inverosimili dubbi inculcati in Egidio mostrano quello che era un ulteriore scopo del rapimento della ragazza, quello di tenere vivo il discredito sulla Chiesa per le sue presunte fosche manovre finanziarie (a danno del blocco sovietico) e dissuaderla dal ripeterle. In questa versione primigenia della falsa pista Orlandi -IOR, persino il nome del povero padre di Emanuela veniva messo nel tritacarne. Ne sarebbe uscito, per essere sostituito, a turno, da quello di Marcinkus, di Casaroli, di Pippo Calò, dei membri della Banda della Magliana. Ma il timore di essere trascinati in un meccanismo mostruoso dev’essere ancora presente nella mente dei figli di Ercole, Pietro in testa. (continua)





