
di Giuseppe De Carli
La Federazione Relazioni Pubbliche Italiana nasce nel 1970 come punto di riferimento in Italia per professioniste e professionisti delle Relazioni Pubbliche e della Comunicazione. I soci operano come liberi professionisti, dirigenti, funzionari, dipendenti e collaboratori di aziende, enti pubblici, Enti del Terzo Settore, docenti universitari. È socio fondatore di Global Alliance for Public Relations and Communication Management e membro di Euprera (European Public Relations Education & Research Association). In tale contesto è stato comunicato in questi giorni la nascita di FERPILab, il centro studi italiano sulle Relazioni Pubbliche nel mondo.
Una Federazione dall’ampia visione, anche internazionale, in grado dunque di esprimere in maniera autorevole le sue prese di posizione.
L’obiettivo è sempre stato quello di costruire e diffondere quotidianamentde la cultura d’impresa, sociale ed istituzionale. E non a caso il 55% dei soci è rappresentato da donne, che ogni giorno si impegnano per combattere violenza e discriminazione di genere.
È del giugno scorso la forte presa di posizione sui comportamenti sessisti e discriminatori nei confronti delle donne, sfociati anche in episodi di abusi di natura sessuale all’interno dell’industria della comunicazione. Di fondamentale importanza – ribadisce il FERPI – che l’alto ruolo a cui sono chiamati i professionisti della comunicazione parta innanzitutto dalla diffusione di una cultura inclusiva, mettendo al bando ogni atteggiamento discriminatorio e sessista.
In questi giorni è stata inoltre costituita la Commissione speciale “Relazioni di genere” che fa seguito alla dura presa di posizione della Federazione con l’obiettivo di individuare azioni concrete a contrasto di violenza, molestie e discriminazioni.
Con la Vicepresidente Daniela Poggio, posta a capo anche della Commissione, abbiamo affrontato questo tema così delicato, analizzando le azioni in corso da parte di FERPI.
Il mondo globalizzato sta tentando di appiattire le diversità, di qualsiasi genere esse siano. Anche la comunicazione sta subendo dei cambiamenti epocali, ma proprio nella diversità sta il meglio della creatività e dell’unicità. In questo le donne sanno di avere “una marcia in più”, spesso tuttavia mortificata da un universo maschile che tende a schiacciarle. Qual è il suo punto di vista?
La globalizzazione, figlia delle grandi scoperte scientifiche e dell’ottimismo espansivo iniziato alla fine del XX secolo, ci ha separato dalla Terra. Questa è una falla di cui stiamo osservando e pagando le conseguenze. Le donne sono arrivate a questo snodo della storia con un bagaglio in più, avvezze cioè – loro malgrado – a vivere in un mondo disegnato da uomini per uomini. Lo spiega bene Caroline Criado Perez nel libro “Invisibili”, in cui dimostra – dati alla mano – come la metà della popolazione mondiale, quella femminile, viene sistematicamente ignorata: dagli smartphone, sviluppati in base alla misura delle mani degli uomini, alla temperatura media degli uffici, tarata sul metabolismo maschile, per arrivare alla ricerca medica, che per moltissimo tempo non ha considerato le differenze di genere, fino alla concezione del trasporto pubblico, che non concepisce il movimento se non per andare al lavoro. Le donne, quando diventano consapevoli di questo pregiudizio latente, se non fatale, riescono a sintonizzarsi di più e meglio sul valore della diversità sia di genere, sia riferita all’ecosistema in cui viviamo e possono dare un contributo al progresso con grande empatia. Tornando al tema della globalizzazione, non stupisce che si sia parlato infatti anche di eco-femminismo.
La presa di posizione ferma e decisa di FERPI conferma la vostra volontà non solo di non tacere, ma di denunciare apertamente una ferita che da troppo tempo attende di essere rimarginata. In tal senso la prevenzione e la “guardia alta” possono dare un contributo decisivo ad estirpare questa piaga?
La violenza di genere accomuna tutte le donne del mondo, è persistente non soltanto rispetto alle epoche storiche, ma anche rispetto a culture e a geografie diverse; ed è, come sancito dall’Assemblea generale dell’ONU nel 1993, “una manifestazione delle relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne”. Si tratta di un concetto ribadito anche dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, detta anche Convenzione di Istanbul (2011). Come ricorda la giudice Paola Di Nicola, nel suo bellissimo libro “La mia parola contro la sua”, nessuna donna si sognerebbe di mettere la mano sul ginocchio di un uomo durante una riunione. Riconoscere la radice culturale della violenza e adoperarsi insieme, uomini e donne, per cambiarla, è un primo importantissimo passo. In FERPI è stato facile, perché tra le nostre socie ci sono attiviste, che sanno cos’è la violenza. Avere un alfabeto comune è utile e ha un valore pedagogico per tutta la comunità.
Da parte vostra state prendendo anche una serie di decisioni che possono apparire drastiche, ma che invece si possono trasformare in un deterrente formidabile: deferimenti dei professionisti che si rendano colpevoli di azioni o gesti discriminatori e sessisti, fino all’espulsione, assistenza alle donne che hanno subito abusi, sostegno legale anche ai testimoni attraverso linee guida precise in tema di whisteblowing (denuncia di irregolarità), percorsi formativi specifici contro la violenza di genere. La strada che intendete percorrere è ben delineata.
In Italia, nonostante si possano annoverare iniziative degne di nota, una vera e propria reazione – paragonabile al #metoo – nei confronti della violenza di genere non c’è ancora stata. In generale, si tende a minimizzare o a dire che non si deve generalizzare. Un argomento che spesso sento utilizzare è l’assenza di denunce. Ma chi si occupa di violenza di genere lo sa bene. Le donne non denunciano le molestie, tantomeno le violenze. Non solo, non ne parlano nemmeno all’interno della loro cerchia di amicizie. Secoli e secoli di storia, ci hanno fatto credere che in fondo, se succede, la colpa è anche un po’ la nostra e alla violenza si accompagna la solitudine. Poi, quando una donna denuncia una violenza, spesso la denuncia viene archiviata e l’autore assolto. Qui andrebbe aperto un capitolo a parte, ma ha ancora a che fare con la cultura in cui siamo cresciuti tutti e tutte. Noi percorreremo entrambe le strade: azione e formazione. Ben vengano survey di clima, whistleblowing e codici etici, nella piena consapevolezza che ad essi vanno affiancati percorsi di conoscenza del fenomeno della violenza. Altrimenti non se ne esce e avremo di nuovo leggi applicate male.
Sempre più, partendo dal mondo del lavoro, si è presa coscienza che questi temi non possono più essere rimossi, minimizzati, taciuti. E FERPI sta a dimostrare che di fronte ad una determinazione così spiccata la breccia nel muro di omertà, di cattive pratiche, di retrogradi atteggiamenti di supposta superiorità maschile, può davvero allargarsi fino a far sgretolare il muro secolare di pregiudizi. Non serve altro che lavorare, donne e uomini, fianco a fianco, insieme, per un futuro dove le cronache non ci raccontino una verità ora davvero divenuta insostenibile ed intollerabile.
(foto famigliavvocato.it)





