
Ursula von der Leyen è la maschera tragicomica di un’Unione Europea che solo nei sogni del nostro capo dello Stato ha un futuro.
L’asse franco tedesco, basato sulla preminenza militare di Parigi, che ha 290 testate atomiche, e sulla potenza economica tedesca, è allo sfascio, perché la Germania, per salvare le sue industrie e l’occupazione, deve riarmarsi e convertire le fabbriche di auto in fabbriche di carri armati. La Francia è in crisi sistemica, grazie alla politica folle di Emmanuel Macron, che ha sostenuto anche tutte le follie politiche di questi anni della Commissione di Bruxelles.

Nel suo discorso di ieri, la presidente della Commissione del nulla ancora una volta ci ha raccontato la grande bugia del riarmo europeo per difendere l’Europa libera e indipendente.
Ovviamente la tedesca alla guida dell’UE ha parlato di riarmo, ben sapendo che il riarmo non fa paura alla Russia, ma sta creando fibrillazioni interne all’Europa.
Non a caso, la possibilità che la Germania si riarmi e che dica ai quattro venti che vuole essere la terza potenza militare del pianeta ha già prodotto lo sfascio dell’asse franco tedesco e la ripresa di rapporti tra Francia e Gran Bretagna.
Come scrive Matteo Mariotti, analista geopolitico ((Domino 8/2025), “la possibilità che Berlino diventi potenza militare non è accettabile. Per questo la Francia ha riallacciato i rapporti con l’altra potenza europea detentrice dell’arma atomica, il Regno Unito. Londra, la cui capacità si lega alla dipendenza geopolitica da Washington, vede anch’essa con una certa preoccupazione lo sviluppo militare tedesco. Non a caso, il 10 luglio Eliseo e Downing Street hanno firmato la Northwood Declaration, ossia il primo accordo di deterrenza nucleare tra le due potenze europee”.
Segno evidente, questo, che il recinto dell’UE non conta nulla. La Gran Bretagna è uscita dall’Unione, ma firma accordi di deterrenza con la Francia. I “Volonterosi”, al netto del loro flop, escono dal recinto UE. La Nato esce dal recinto UE. Il recinto è vuoto.
Ursula, nuda alla meta, parla alla luna, come la sua Alta rappresentante Kaja Kallas, che si inventa il film della guerra con la Russia.
“L’Europa – ha detto ieri la baronessa teutonica – è in lotta. Una lotta per un continente unito e in pace. Per un’Europa libera e indipendente. Una lotta per i nostri valori e le nostre democrazie. Una lotta per la nostra libertà e la nostra capacità di determinare il nostro destino. Non illudiamoci: questa è una lotta per il nostro futuro”. “L’economia di guerra di Putin – ha aggiunto la presidente della Commissione UE – non si fermerà, anche se la guerra dovesse finire. Ciò significa che l’Europa deve essere pronta ad assumersi la responsabilità della propria sicurezza. Naturalmente, la Nato sarà sempre essenziale. Ma solo una posizione di difesa europea forte e credibile sarà in grado di garantire la nostra sicurezza”.
“E non c’è dubbio – ha detto ancora Ursula von der Leyen -, il fianco orientale dell’Europa garantisce la sicurezza di tutta l’Europa. Dal Mar Baltico al Mar Nero. Ecco perché dobbiamo investire nel sostenerlo attraverso un sistema di sorveglianza del fianco orientale. Ciò significa dotare l’Europa di capacità strategiche indipendenti. Dobbiamo investire nella sorveglianza spaziale in tempo reale, affinché nessun movimento di forze passi inosservato. Dobbiamo ascoltare l’appello dei nostri amici baltici e costruire un muro di droni. Non si tratta di un’ambizione astratta. È il fondamento di una difesa credibile”.
Rimane il fatto, come osserva acutamente Pietro Figuera, analista geopolitico ed esperto di storia russa (Domino 8/2025) che “il riarmo europeo, in sé, non è percepito come una minaccia allarmante” dalla Russia, in quanto “è difficile prenderlo troppo sul serio”.
Il riarmo deve fare i conti con una crescente opposizione delle popolazioni che vedono tagliato il welfare e non ne vogliono sapere di entrare in guerra con chicchessia. L’Unione Europe, senza armi nucleari è comunque un nano militare. Le 290 testa francesi sono briciole a fronte delle 4380 testate russe, delle quali 1710 schierate. L’Ue è in arretrato tecnologico nei sistemi d’arma più avanzati, manca di un qualsiasi coordinamento di produzione che consenta un procurement militare europeo autonomo. Non a caso compriamo armi dagli Usa e Ursula si è impegnata a comprarne una valanga. Non esiste un comando unico militare che non sia la Nato.
Tutto questo, scrive Pietro Figuera, “rafforza a Mosca l’idea che i soli interlocutori con cui confrontarsi, nel bene e nel male, siano oltre oceano. E può tradursi persino nell’opportunità di accordarsi con Washington alle spalle del continente”.
Non a caso la teutonica baronessa von der Leyen, dopo aver recitato la litania della pace giusta, ha detto: “Le immagini dall’Alaska non sono state facili da digerire. Ma, solo pochi giorni dopo, i leader europei sono venuti a Washington per sostenere il presidente Zelensky e ottenere impegni concreti. Da allora sono stati compiuti progressi concreti”.
Von der Leyen ha ricordato gli impegni della Coalizione dei volenterosi, senza nemmeno rendersi conto che la Coalizione dei volonterosi è la messa in mora di un qualsiasi ipotetico esercito europeo.
La baronessa, che si è umiliata al resort di Donald Trump in Scozia, nemmeno fosse l’invitata ad un’apericena, anziché la rappresentante dell’Unione Europea che trattava con il presidente degli Stati Uniti, è ormai una maschera tragica.
Ad un certo punto del suo discorso all’Unione, la von der Leyen è entrata direttamente nel delirio.
Su materie come l’acciaio e altri metalli, il rischio – ha detto la baronessa teutonica – è di essere “in balia dei prezzi, dei volumi e della qualità che altri sono disposti e in grado di fornire. La sovraccapacità globale sta comprimendo i margini e lasciando pochi incentivi a pagare un premio per la pulizia. Ciò rende più difficile per l’industria siderurgica europea investire nella decarbonizzazione. Per questo motivo la Commissione proporrà un nuovo strumento commerciale a lungo termine che sostituisca le misure di salvaguardia sull’acciaio, ora in scadenza”.
L’acciaio, anche quello per fare i carri armati tedeschi, viene dall’alto forno e non c’è decarbonizzazione che tenga. Parole al vento, equilibrismi da circo equestre non servono a nascondere che anni di politica green hanno disastrato l’apparato produttivo europeo.
Poi, come se lei arrivasse da Marte, la baronessa teutonica ci ha sciorinato la predica dell’ovvietà: “Il Fmi stima che le barriere interne al mercato unico equivalgano a un dazio del 45% sulle merci. E a un dazio del 110% sui servizi. Pensate solo a ciò che ci stiamo perdendo. E, come sottolineato dalla relazione Letta, il mercato unico rimane incompleto, soprattutto in tre settori: finanza, energia e telecomunicazioni. Abbiamo bisogno di scadenze politiche chiare. Per questo presenteremo una Roadmap per il mercato unico fino al 2028. Su capitali, servizi, energia, telecomunicazioni, il 28° regime e la quinta libertà per la conoscenza e l’innovazione. Solo ciò che viene misurato viene realizzato”.
Le barriere interne, non solo quelle citate, sono il frutto di anni di burocrazia asfittica, di inondazioni di norme idiote green sfornate da Bruxelles e delle quali lei, la baronessa teutonica, è la massima responsabile.
Infine il fervorino moralistico, la proposta di una follia geopolitica tipica di chi ha perso la testa e un’ammissione importante, una confessione: la maggioranza non c’è.
“Ciò che sta accadendo a Gaza è inaccettabile. Ma la situazione è bloccata senza una maggioranza. Dobbiamo superare questa situazione. Non possiamo permetterci di rimanere paralizzati. Per questo proporremo di sospende il nostro sostegno bilaterale a Israele, di interrompere tutti i pagamenti in questi settori, senza compromettere il nostro lavoro con la società civile israeliana o con Yad Vashem. Proporremo sanzioni contro i ministri estremisti e contro i coloni violenti. Proporremo anche una sospensione parziale dell’Accordo di Associazione sulle questioni commerciali”. Così Ursula von der Leyen nel suo Stato dell’Unione. “Naturalmente, l’Europa per Gaza deve fare di più. Molti Stati membri hanno già proceduto da soli. Sono consapevole che sarà difficile trovare la maggioranza. E so che qualsiasi azione sarà eccessiva per alcuni. Troppo poco per altri. Ma dobbiamo tutti assumerci le nostre responsabilità: Parlamento, Consiglio e Commissione”.
Dopo una lunga tiritera sulle devastazioni di Gaza, la teutonica baronessa arriva al dunque: “Il mese prossimo istituiremo un Gruppo di Donatori Palestinesi, che includerà uno strumento dedicato alla ricostruzione di Gaza. Si tratterà di un’iniziativa internazionale con partner regionali, che si baserà sullo slancio della Conferenza di New York organizzata da Francia e Arabia Saudita”.
Letto in trasparenza: anche noi vogliamo essere della partita del business della ricostruzione di Gaza.
Discorso dannoso, quello della presidente della Commissione europea, perché fa capire le debolezze estreme di un’Unione Europea che non conta nulla. Talmente nulla che, come scrive Pietro Figuera, per Mosca, “l’Europa comunitaria è un facile bersaglio ideologico, non un temuto nemico. Tanto da far avanzare, e non solo provocatoriamente, persino l’idea che l’Ucraina possa entrare nella sua compagine col silenzio assenso di Mosca”.
Anzi, tutto sommato, un’Ucraina che fosse prossima davvero ad entrare nell’Unione Europea farebbe esplodere le contraddizioni che ora sono sepolte sotto un mucchio di chiacchiere. Un favore a Mosca non da poco.
Pensiamo solo alla Pac, la politica agricola comune.
La suddivisione dei fondi PAC tra gli Stati membri dipende da diversi fattori, come la superficie agricola, il numero di beneficiari, le esigenze specifiche e il cofinanziamento nazionale.
Per il periodo 2021-2027, il bilancio totale della PAC ammonta a circa 387 miliardi di euro, di cui 270 miliardi per il 2023-2027, destinati a circa 7 milioni di beneficiari. Il 40% di questi fondi è destinato a progetti legati alla lotta ai cambiamenti climatici.
La Francia è storicamente il maggiore beneficiario, riceve una quota significativa per la sua vasta superficie agricola e il forte settore agroalimentare. Nel 2014-2020, ha ricevuto circa il 17% del bilancio PAC.
Seguono per importo Germania, Spagna, Polonia, con quote rilevanti per i pagamenti diretti e lo sviluppo rurale, adattati alle loro esigenze agricole (es. cereali, zootecnia, aree rurali estese).
I fondi si distinguono in pagamenti diretti (FEAGA), che rappresentano circa il 70% del bilancio PAC e sono distribuiti in base alla superficie agricola eleggibile e agli eco-schemi (25% minimo dei pagamenti diretti per misure ambientali). Gli Stati membri decidono come allocare questi fondi, con flessibilità per sostenere piccole aziende o giovani agricoltori. Ci sono poi i fondi per lo sviluppo rurale (FEASR), cofinanziati dagli Stati membri, che sostengono programmi specifici (es. modernizzazione, diversificazione, biologico).
Paesi con agricoltura intensiva (es. Francia, Italia) ricevono più fondi FEAGA, mentre quelli con aree rurali svantaggiate (es. Romania, Bulgaria) puntano sul FEASR.
L’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea avrebbe un impatto significativo sulla Politica Agricola Comune (PAC), dato il peso del settore agricolo ucraino, caratterizzato da 41 milioni di ettari di superficie agricola utilizzabile (SAU), pari a circa il 20% della SAU totale dell’UE a 27 Stati membri (157 milioni di ettari).
Con l’aggiunta dei 41 milioni di ettari ucraini, la SAU dell’UE raggiungerebbe circa 198 milioni di ettari. Mantenendo invariato il bilancio PAC, il sostegno medio per ettaro si ridurrebbe da circa 343,52 €/ha a 272,34 €/ha, con una perdita di circa 71 €/ha per gli agricoltori attuali. Per evitare questa riduzione e mantenere lo stesso livello di supporto per ettaro, il bilancio PAC dovrebbe aumentare di circa 96,5-100 miliardi di euro per il periodo settennale, una cifra insostenibile senza una revisione del quadro finanziario pluriennale dell’UE o un aumento delle contribuzioni degli Stati membri.
Paesi con un’agricoltura rilevante subirebbero una riduzione significativa dei fondi.
L’Ucraina, inoltre, nota come “granaio d’Europa” per il suo fertile suolo černozëm, è un gigante agricolo, in gran parte in mano alle multinazionali, con una produzione significativa di grano (circa il 30% della produzione globale con l’UE), mais, orzo e olio di girasole. La sua integrazione nel mercato unico europeo, con la libera circolazione delle merci, intensificherebbe la concorrenza. I grandi conglomerati ucraini, come Kernel (148 milioni di euro/anno di potenziali sussidi), Ukrlandfarming (125 milioni) e MHP (97,8 milioni), dominano il settore agricolo ucraino, con oltre 2,8 milioni di ettari controllati da sole 10 aziende. Questi colossi, grazie a costi di produzione più bassi e vasti terreni, potrebbero penalizzare i piccoli agricoltori europei, già in difficoltà per redditi inferiori del 40% rispetto ai settori non agricoli.
L’eliminazione dei dazi sui prodotti ucraini, già in atto dal 2022 per sostenere l’Ucraina durante il conflitto, ha portato a un aumento del 130% in valore delle importazioni agricole, causando tensioni tra gli agricoltori europei (per esempio proteste in Polonia e Romania per il grano a basso costo). Un’integrazione permanente amplificherebbe questo fenomeno, rischiando di destabilizzare i mercati agricoli europei.
Che ne dice la teutonica baronessa? Tutto sommato a Mosca uno scenario di destabilizzazione del mercato agricolo europeo farebbe piacere, non solo per questioni economiche, ma per vedere esplodere quell’unità fittizia, tanto conclamata quanto inesistente, tra i Paesi del Vecchio Continente.
Ursula è nuda alla meta. Da qualsiasi parte la si giri l’Unione Europea, così com’è piace solo a chi si attarda su scenari ideologici ormai obsoleti.





