Home Cultura IL TEMPIO DI GERUSALEMME TRA MITO E STORIA

IL TEMPIO DI GERUSALEMME TRA MITO E STORIA

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Era appena iniziato il primo millennio avanti l’era nostra, quando il re Salomone decise di costruire alle porte di Gerusalemme il più maestoso dei templi che fosse mai stato dedicato all’eterno ed alla fratellanza degli uomini; scelse come architetto Hiram Abif, ‟il figlio della vedova”, di Tiro, citta dell’odierno Libano.

Il lavoro più importante del Tempio, fra i molti affidati a Hiram, fu quello di erigere due colonne nel porticato, simboli del Tempio stesso: “Fece le due colonne di bronzo e fuse due capitelli di bronzo per metterli in cima alle colonne… Egli rizzò le colonne nel portico del Tempio, rizzò la colonna a man destra e la chiamò Jakim, poi rizzò la colonna a man sinistra e la chiamò Boaz. In cima alle colonne c’era un lavoro fatto a forma di bulbo di giglio”. ( 1 Re, VII, 15-22).

Il suo compito era imponente in quanto doveva sovrintendere a novantamila operai, di cui ottomila muratori. Mastro Hiram non avrebbe mai potuto conoscerli tutti, e quindi pensò di dividerli in tre categorie: Apprendisti, Compagni e Maestri, secondo il loro grado di conoscenza del mestiere. Per distinguerli stabilì per ogni gruppo, una parola segreta e un segno di riconoscimento che avrebbero dovuto incidere in ogni loro lavoro. In tal modo si procedeva bene, con ordine e rapidità, sicché la colossale costruzione era quasi entrata al suo termine.

Ma le tre categorie erano compensate in modo decrescente a partire dai Maestri; questa disparità provocò invidia fra i compagni. Infatti, tre di loro vollero conoscere la parola segreta che contraddistingueva i Maestri, sebbene non ne potessero esserne degni perché non avevano superato le prove di iniziazione. Tesero, allora, una imboscata a Hiram nel cantiere: durante la pausa per mangiare, lo aggredirono chiedendogli la parola segreta, e siccome Hiram non cedeva cominciarono a colpirlo con i loro attrezzi, finché lo uccisero.

La leggenda a questo punto narra che il primo attentatore colpì Hiram alla gola con un righello di ferro, il secondo al cuore con una squadra e il terzo sulla fronte con un mazzuolo. Hiram cadde morto mentre tentava di fuggire dalla porta d’Oriente.

Naturalmente, il racconto della morte di Hiram è denso di simbolismi e costituisce la più vasta allegoria della Massoneria moderna. Infatti, la successione delle ferite non è casuale: la gola è il centro della formazione della parola, il cuore possiede il mondo degli affetti e la fronte rappresenta il pensiero. I tre cattivi compagni, quindi, non raffigurano soltanto le forze esterne che si oppongono all’iniziazione, ma anche le tre grandi tentazioni che ogni sapiente deve superare: l’adagiarsi nella retorica delle parole, il cedere alle passioni e l’inaridirsi nella sola speculazione mentale.

Ma vi è anche un insegnamento morale: gli strumenti sacri, gli attrezzi del Tempio che servono per creare, per animare la materia, possono altresì diventare strumenti di morte in cattive mani.

Re Salomone ordinò che il corpo di Hiram fosse sepolto nel Tempio stesso con un gran funerale cui parteciparono i Maestri che per dimostrare la loro innocenza portarono i guanti e grembiule di pelle bianca. Sulla tomba piantarono una acacia e si scambiarono la parola segreta che Hiram aveva loro dato; la Parola Segreta è il vero nome del Maestro assassinato, Jacquiram, ossia Giacomo l’Ariete: Ram, in lingua celtica, significa Ariete e la Parola Perduta è connessa al simbolismo dell’Ariete. Da quel momento migliaia di pellegrini arrivarono per rendergli omaggio.

I massoni offrono una versione modificata della leggenda; secondo loro dal giorno della morte di Hiram, i muratori si sparsero per il mondo ricercando la parola perduta del Gran Maestro per poter continuare il suo compito. Quella parola è il segreto massonico smarrito, che ognuno deve trovare per mezzo dell’ascesi iniziatica: solo allora Hiram Abif potrà rivivere per finire la sua opera: il Tempio della fratellanza fra gli uomini. Fin qui il racconto biblico, ma cerchiamo di esaminare l’argomento per evidenziare se esso ha una base storica.

Ebbene, dire che nelle vicende di tutti i popoli esistono momenti cruciali dopo cui niente è più come prima, costituisce argomento che sfiora l’ovvio; ma se questo concetto così ovvio viene riferito alla elaborazione storiografica posta in essere dai popoli antichi, alla visione degli accadimenti che essi ci hanno tramandato, ci accorgiamo senz’altro che questi punti di svolta segnano non solo un mutamento nelle vicende umane, ma anche una trasformazione dell’impianto narrativo di quelle elaborazioni letterarie che pretendono trasmettere la memoria degli accadimenti stessi.

In tali frangenti, la scienza storica o, se si vuole, la storia come scienza, albeggia in una tipologia cronachistica ancora in parte legata ai moduli favolistici del passato, ma sostanzialmente proiettata verso la rispondenza tra quanto narrato e quanto effettivamente accaduto, verso la storiografia scientifica. Lo storiografo “moderno” narra, cioè, fantasiosi accadimenti di epoche lontane come pretese vicende storiche al fine di giustificare gli eventi e le situazioni a lui contemporanei o di poco anteriori ai suoi tempi, di cui si occupa con un metodo già divenuto critico e realistico.

Questa strategia storiografica, comune a molte elaborazioni antiche, raggiunge il massimo dell’espressione letteraria nei testi biblici, ed ovviamente in modo specifico nei libri “storici” del cosiddetto Antico Testamento. Infatti, la gran parte degli elaborati che si riferiscono ai tempi anteriori alla riforma di Giosia, ossia prima di Cronache II, 34 e s.s., sono da considerarsi affabulazioni pseudostoriche, immaginate da tardi redattori sulla scorta di vecchi riferimenti tradizionali, mitografie aventi uno scenario in accadimenti ed in situazioni del passato, il cui scopo era quello di spiegare e coonestare la situazione attuale.   

Di quanto sopra enunciato, del famoso, enorme Tempio salomonico, non ci è pervenuta nemmeno una pietra, con dispiacere degli archeologi israeliani ed anglosassoni che credevano si potesse dimostrare come anche in questo “la Bibbia aveva ragione”. Il grandioso e ricchissimo Tempio “iniziato da Davide e completato da Salomone” si rivela essere una favola consolatoria al pari della monarchia unitaria, per il semplice fatto che si dice in Cronache 36/19, che Nabuccodonosor saccheggiò il tempio (ossia il tesoro regio), il che è credibile, ma anche che i “Caldei incendiarono la casa di Dio”; la quale, tuttavia, dovendo esser stata costruita con solide ed enormi pietre, non doveva aver subito gravi danni dal fuoco.

Tali leggende raccontate, mitografie letterarie e consolatorie, costituiscono la risposta dell’intellighentia giudaica al tracollo del regno e del sistema socioeconomico di Gerusalemme, elaborata dopo l’invasione di Nabuccodonosor e l’esilio in Babilonia. L’operazione storiografica di rileggere un passato oralmente e vagamente tramandato attraverso un’operazione scritturale elaborata con precisione, fatta allo scopo di formulare e mettere in atto strategie di rafforzamento identitario e di progettualità politica di ripresa nazionale, condotta usando la sovrastruttura religiosa monoteistica posta in essere da Giosia un secolo prima, costituisce un’impresa politica – culturale di enorme portata, che continuerà per secoli dopo il Pesak (il ritorno) seguito all’Editto di Ciro.

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  • Redazione

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