
Quest’anno, gli scienziati ci hanno informato che le lacrime di San Lorenzo, la pioggia di stelle cadenti, saranno visibili con un ritardo di almeno un paio di giorni rispetto alla tradizione. Un ritardo casuale, forse, che si incrocia con la polvere di stelle che andrà in scena in Alaska il 15 agosto, a Ferragosto.
Dopo 158 anni dalla svendita dello Zar di Russia agli Stati Uniti, nel 1867, dell’Alaska, i presidenti dei due paesi, Trump e Putin, si incontreranno in un bilaterale “strategico” che mediaticamente è presentato per “la pace” nella guerra russo-ucraina iniziata nel febbraio 2022. Come vedremo, altri sono i motivi dell’urgenza che ha spinto i due presidenti a volersi incontrare.
La vulgata vuole che lo Zar, allora, volesse disfarsi di un costo che pesava sulle finanze statali dopo l’umiliante sconfitta subita in Crimea nel 1856 (guerra antirussa alla quale partecipò anche il Regno del Piemonte). In realtà, il motivo dell’urgenza dello Zar era strategico: impedire l’espandersi dell’odiata Inghilterra nelle regioni dell’artico. Gli Stati Uniti non erano, allora, tanto convinti dell’affare di acquistare un’inutile distesa “di ghiaccio”. Comunque, gli americani lo portarono a termine in nome della riunificazione continentale – già allora si parlò di “aggiungere” il Canada alla federazione statunitense – ma anche in nome dell’antica amicizia con la Russia che aveva aiutato nella guerra di indipendenza americana dall’odiato re Giorgio d’Inghilterra mettendo in atto un blocco navale artico che impedì agli inglesi di “riportare l’ordine” nelle colonie del nuovo mondo. La presenza inglese sul territorio continentale americano era, ed è, questione esistenziale per Washington. Se poi la presenza britannica si manifestasse anche nell’artico, la questione diventa di sicurezza nazionale (la questione Groenlandia è stata ed è centrale per Washington).
Nel 2025, nuovamente la Crimea sarà la causa dei colloqui russo-americani, con la Russia che questa volta l’ha sottratta alla sovranità ucraina (2014). Certo si parlerà di Crimea e di come mettere in sicurezza l’unico sbocco navale russo nei mari caldi – Mar Nero e Mediterraneo Orientale – e quindi di come gestire l’Ucraina, ma anche di come gestire gli stretti. Per l’Ucraina, la posizione russa è nota ed è stata costantemente ribadita, quella americana è, oggi, “transazionale”. L’equilibrio si potrà trovare fornendo sufficienti garanzie all’Ucraina in cambio di concrete rassicurazioni alla Russia (lo “scambio” prospettato da Trump). Invece, la questione degli stretti è ben più complessa. Si tratta dell’antico problema del transito di navi da guerra straniere attraverso gli “Stretti” (Dardanelli, Mar di Marmara e Bosforo), attraverso cui si accede al Mar Nero e della loro permanenza al suo interno. La questione è antica poiché prende origine proprio dalla conclusione della guerra di Crimea (1856) che impose la neutralizzazione del Mar Nero, che era un chiaro vantaggio per l’Inghilterra. Quell’assetto fu successivamente modificato, dopo la conclusione “americana” della Prima Guerra Mondiale, con i Trattati di Sèvres (1920) e Lausanne (1923) che ristabilirono la libertà di navigazione. La nuova Turchia repubblicana non abbandonò la visione imperiale (ottomana), ed oggi con Erdogan ancor meno di allora, arrivando a concludere la Convenzione di Montreux (1936) che è uno strumento dedicato anzitutto agli interessi di sicurezza della Turchia e degli altri Stati rivieraschi del Mar Nero e poi, in subordine, alla libertà di navigazione negli Stretti. Infatti, la libertà di navigazione di qualsiasi bandiera è soggetta a “previa autorizzazione” della Turchia. Unna rivincita della Sublime Porta! Vale la pena ricordare che l’Italia è firmataria sia dei due Trattati sia della Convenzione e che potrebbe giocare un ruolo significativo sulla questione “libertà di navigazione” rivendicata dalla Russia ma tradizionalmente molto cara all’alleato statunitense che nel ’36 rifiutò di firmare la Convenzione. Non è difficile capire che quest’impianto giuridico è oggi per lo meno problematico alla luce dello sconvolgimento degli assetti geopolitici sul fianco orientale della Nato (Ucraina, Moldova e Georgia), in Medio Oriente (Siria, Libano, Israele) e nel Caucaso (Armenia, Azerbaijan). Ancor meno sostenibile risulterebbe se i progettati corridoi commerciali -transcaucasico, della seta, del cotone – dovessero diventare effettivi. C’è urgenza di una nuova architettura che garantisca i diversi interessi che insistono su quegli spazi. Su quegli spazi insistono gli interessi due superpotenze nucleari (Usa e Russia), di una potenza nucleare non dichiarata (Israele), di una potenza nucleare in fieri (Iran), e di una grande paese e potenza militare (Turchia), oltre a interessi di vari paesi Nato (Italia, Grecia), dell’Inghilterra (basi a Cipro), e della Cina.
Torniamo in Alaska, cioè nell’artico. Agli Stati Uniti è chiarissimo che la Russia è il principale interlocutore per tutti gli “affari” artici. Affari che è bene consolidare bilateralmente, escludendo sia l’ormai marginale Inghilterra ma soprattutto tenendo fuori la rampante Cina. Va notato che l’urgenza di quest’incontro russo-americano per discutere degli “affari” artici, e non solo, è dettata dal “tranquillo” calendario politico diplomatico cinese: riunione della SCO a fine agosto, e celebrazioni per l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale (tra settembre e novembre). Incontri asiatici ai quali, spera Trump, si vorrebbe un Putin meno sottomesso alle grinfie del dragone. Dai comunicati dei servizi stampa dei due presidenti non si apprende molto sulla concretezza degli “affari” ma si percepisce che la rapida accettazione russa ai colloqui in Alaska e l’altrettanto rapido invito russo a Trump per un secondo round su territorio russo non possono essere basati sul nulla. Se i colloqui fossero semplice gesticolazione diplomatica, la situazione reale sarebbe gravissima, pericolosa e imprevedibile.
L’analogia con le stelle cadenti del nostro titolo sta nel fatto che sia gli Stati Uniti sia la Russia tentano un abbraccio in un momento declinante della loro rispettiva potenza. L’esclusione degli europei dagli “affari” russo-americani richiama quei sogni di gloria immortalati in polvere di stelle.





