
A cura di Agenzia Nova
Netanyahu: “L’obiettivo dell’occupazione non è prolungare la guerra a Gaza ma sconfiggere Hamas”
Secondo il premier israeliano, l’opposizione palestinese al sionismo “precede la nascita dello Stato ebraico ed è proseguita dopo” Gerusalemme
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato di voler “porre fine alla guerra” e non prolungarla, respingendo le ipotesi di compromessi con Hamas. “Altre proposte avrebbero allungato il conflitto: forse avremmo ottenuto un rilascio a gocce di ostaggi, ma Hamas non ha mostrato alcuna volontà di farlo”, ha detto in conferenza stampa. Secondo Netanyahu, un passo indietro di Israele permetterebbe a Hamas di “riarmarsi, riorganizzarsi e attuare le minacce di ripetere il massacro del 7 ottobre e distruggere lo Stato di Israele”. Il premier ha aggiunto che prolungare il conflitto significherebbe “condannare molti alla fame”, sottolineando: “Non voglio che accada, il mio obiettivo è porre fine alla guerra”.
Netanyahu ha difeso la proposta dell’operazione militare per occupare Gaza City, approvata dal gabinetto di sicurezza e criticata in Israele e all’estero, affermando che Hamas rifiuta di deporre le armi e “ha ancora migliaia di terroristi armati nella Striscia”.
Netanyahu ha poi ribadito che “Israele non ha altra scelta che completare il lavoro e sconfiggere Hamas”. Il premier ha illustrato cinque principi per porre fine al conflitto: disarmo di Hamas, restituzione di tutti gli ostaggi vivi e morti, smilitarizzazione dell’intera Striscia di Gaza, mantenimento del controllo di sicurezza israeliano sull’enclave e creazione di un’amministrazione civile alternativa, né legata a Hamas né all’Autorità palestinese. Secondo Netanyahu, Hamas avrebbe “assoggettato la propria popolazione”, e parte dei residenti avrebbero chiesto a Israele e alla comunità internazionale di essere liberati dal suo controllo.
Il primo ministro israeliano ha difeso l’operato delle forze armate nella guerra contro Hamas, respingendo le critiche di chi, pur riconoscendo il diritto di Israele a difendersi, contesta le modalità dell’intervento militare. Secondo Netanyahu, l’azione militare risponde all’attacco del 7 ottobre 2023 di Hamas nel sud di Israele, il “più grave contro gli ebrei dalla Shoah” e viene condotta “con giudizio”. “Cosa farebbero se, proprio accanto a Melbourne o a Sydney, ci fossero stati attacchi così orribili? Credo che farebbero almeno quanto stiamo facendo noi, forse non con la stessa efficienza e precisione”, ha detto il premier rispondendo a una domanda in conferenza stampa, aggiungendo che le Idf ha già perso “un numero significativo di soldati” nelle operazioni militari.
Netanyahu respinge le accuse di blocco e fame forzata
Il primo ministro israeliano ha negato che il blocco di undici settimane imposto su Gaza facesse parte di una “politica di fame” o di “genocidio”, replicando alle accuse mosse da organizzazioni umanitarie e media internazionali secondo cui le restrizioni israeliane avrebbero aggravato la crisi alimentare nella Striscia. Secondo Netanyahu, il blocco e il trasferimento degli aiuti verso punti di distribuzione gestiti dalla Global Humanitarian Foundation (Ghf) miravano a impedire il saccheggio da parte di Hamas, fenomeno che – ha sostenuto – “tutti hanno potuto vedere” e che avrebbe colpito anche il programma Ghf. “Non abbiamo una politica di fame, così come non abbiamo una politica di genocidio”, ha dichiarato il premier durante una conferenza stampa con i media internazionali, affermando che Israele ha già consentito l’ingresso di “centinaia di camion” e che l’aumento dell’offerta ha fatto calare i prezzi del cibo sul mercato locale.
Netanyahu ha aggiunto di voler ampliare il numero dei siti di distribuzione per evitare assembramenti e incidenti, sostenendo che in alcuni casi Hamas avrebbe aperto il fuoco nelle aree di consegna per provocare la reazione delle forze israeliane, che “spesso si sono trattenute dal rispondere anche a rischio della propria vita”. Organizzazioni umanitarie e agenzie delle Nazioni Unite accusano da mesi Israele di ostacolare l’ingresso degli aiuti a Gaza e di aggravare la carenza di cibo e medicine, denunciando anche vittime tra i civili in attesa di assistenza. Israele respinge queste accuse, affermando che Hamas utilizza i convogli e i punti di distribuzione per fini militari e per esercitare pressione internazionale.
Il primo ministro accusa i leader Ue
Poi il premier israeliano ha commentato la decisione del cancelliere tedesco Friedrich Merz di interrompere la fornitura a Israele di armi che possano essere impiegate a Gaza, affermando di “rispettarlo come amico di Israele” ma di ritenere che abbia “ceduto alla pressione di falsi reportage televisivi e di gruppi interni”.
Netanyahu ha accusato alcuni leader europei di riconoscere in privato la posizione israeliana, ma di non voler affrontare l’opinione pubblica dei propri Paesi. “Questo è un problema loro, non nostro”, ha detto, paragonando Hamas a “neo-nazisti” e ricordando che un predecessore di Merz, in visita nei primi giorni del conflitto, gli avrebbe detto: “Sono esattamente come i nazisti”. Secondo il premier, fermare l’operazione significherebbe “lasciare l’equivalente dell’esercito nazista nella Berlino di allora”, cosa che Israele non intende fare. “Spero che il cancelliere Merz cambi politica – ha concluso – e so che la cambierà quando vinceremo”.
Netanyahu: “No allo Stato palestinese”
Netanyahu ha affermato che l’opinione pubblica israeliana è oggi fortemente contraria alla creazione di uno Stato palestinese, posizione che – a suo dire – si è consolidata dopo l’inizio della guerra a Gaza. “Uno Stato palestinese è qualcosa a cui oggi l’opinione pubblica israeliana si oppone con forza. Prima della guerra, era circa un terzo favorevole e due terzi contrari nella popolazione complessiva; probabilmente 60-40 o anche di più tra la popolazione ebraica. Ma ora la situazione è cambiata in modo più drammatico”, ha dichiarato Netanyahu in una conferenza stampa con i giornalisti stranieri. Il premier ha ricordato che “qualche mese fa abbiamo avuto un voto alla Knesset sulla possibilità di uno Stato palestinese e il risultato è stato 99 a 9”, sottolineando che si trattava di “uno spettro politico molto ampio”. “Oggi la maggior parte del pubblico ebraico è contraria a uno Stato palestinese per la semplice ragione che sa che non porterà la pace, ma la guerra”, ha aggiunto. Netanyahu ha poi criticato “Paesi europei e Australia” per essere – a suo giudizio – caduti “in questa trappola” accettando l’idea che la statualità palestinese sia la soluzione al conflitto. “Comprare questa menzogna è deludente e, penso, vergognoso”, ha proseguito. “Ma non cambierà la nostra posizione. Non commetteremo un suicidio nazionale per ottenere un buon editoriale per due minuti. Non lo faremo”.
Netanyahu ha escluso la possibilità di uno Stato palestinese pienamente sovrano nelle condizioni attuali, sostenendo che un simile passo non porterebbe alla pace ma a un nuovo conflitto. “L’assunto prevalente è che il nostro problema con i palestinesi sia l’assenza di uno Stato palestinese. E che, se lo avessero, smetterebbero di tentare di distruggere lo Stato ebraico. Ma ai palestinesi lo Stato è stato offerto molte volte, compresa la risoluzione di partizione, e l’hanno rifiutato. I miei predecessori offrirono la statualità, con un consenso larghissimo: l’hanno rifiutata”, ha detto Netanyahu in una conferenza stampa con un gruppo ristretto di giornalisti stranieri, aggiungendo: “I palestinesi non sono impegnati a creare uno Stato, ma a distruggerne uno”.
Secondo Netanyahu, l’opposizione palestinese al sionismo “precede la nascita dello Stato ebraico ed è proseguita dopo”. “Quando avevano la Giudea e Samaria, la Cisgiordania, e Gaza a loro disposizione, non dissero ‘cominciamo, creiamo uno Stato lì’. Non lo dissero. Perché il loro obiettivo è la distruzione di uno Stato”, ha affermato. “Sfida l’immaginazione – o la comprensione – come persone intelligenti nel mondo, compresi diplomatici esperti, leader di governo e giornalisti rispettati, cadano in questa assurdità”. Netanyahu ha descritto il movimento nazionale palestinese come “diviso tra due forze: l’Autorità nazionale palestinese in Giudea e Samaria (Cisgiordania) e Hamas a Gaza”. “Hamas a Gaza aveva uno Stato de facto. Aveva uno Stato e lo ha usato per lanciare una guerra di terrore contro Israele, perché la loro dottrina è la distruzione di Israele con azione militare diretta e terrorismo. È ciò che hanno fatto in uno Stato terrorista e che faranno di nuovo se non li distruggiamo”, ha sostenuto.
Quanto all’Autorità palestinese, il premier ha dichiarato: “Dicono no. Prima Israele dev’essere ridotto a confini indifendibili: cacciateli con la Corte penale internazionale, con l’Onu, con risoluzioni del Consiglio di sicurezza; spingeteli a confini indifendibili e poi assestate il colpo, perché Israele è troppo forte nella sua attuale configurazione”. “Non hanno differenze sull’obiettivo. Per questo i bambini palestinesi in Giudea e Samaria, cioè sotto l’Anp, e i bambini palestinesi sotto Hamas sono istruiti con esattamente gli stessi libri di testo; per questo l’Anp intitola piazze a massacratori di ebrei; per questo esiste il ‘pay for slay’: più ebrei uccidi, più vieni pagato, o viene pagata la tua famiglia”, ha aggiunto.
“La vera ragione per cui questo conflitto persiste non è l’assenza di uno Stato palestinese, ma il persistente rifiuto palestinese di riconoscere uno Stato ebraico entro qualsiasi confine”, ha affermato Netanyahu. “Se dai loro uno Stato palestinese quando non hanno abbandonato l’obiettivo di distruggere lo Stato ebraico, tutto ciò che fai è avvicinare la prossima guerra. Hamas aveva uno Stato: hai solo avvicinato la guerra. E se fai lo stesso in Giudea e Samaria, proprio sopra Tel Aviv, avvolgendo Gerusalemme – alcuni dicono tagliando Gerusalemme in due – accadrà soltanto questo: i radicali la riprenderanno, l’Iran la prenderà, e inizieranno una guerra da confini migliorati. Questo non accadrà”.
Sul “giorno dopo”, ovvero lo scenario post-conflitto, Netanyahu ha ribadito: “Penso che la soluzione sia che i palestinesi abbiano tutti i poteri per governare se stessi nei luoghi in cui vivono e nessuno dei poteri per minacciare Israele. Devono ovviamente riformare l’intero sistema educativo, riformare la loro visione storica e dire: va bene, accettiamo che Israele sia qui per restare – non come fatto fisico o geografico, ma come fatto di equità storica. Se vogliono vivere accanto a noi, devono smettere di cercare la nostra distruzione”. Il premier ha poi concluso: “Dare loro uno Stato indipendente con tutti i crismi significa invitare una guerra futura – una guerra certa”.
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