Home Politica estera ISRAELE, GAZA E HAMAS, UN MOMENTO CRUCIALE

ISRAELE, GAZA E HAMAS, UN MOMENTO CRUCIALE

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Indignazione, lucidità e preoccupazione per un vicolo cieco che diventa voragine

La decisione del Gabinetto di Sicurezza di muoversi verso il controllo militare di Gaza City, la reazione compatta e perentoria di capitali occidentali, le proteste di piazza a Tel Aviv e l’allarme per l’implosione umanitaria genera una miscela di rabbia morale, urgenza pratico-politica e una sensazione potente di “punto di non ritorno”.

Non è solo la critica di osservatori esterni, è il paese stesso, pezzo dopo pezzo, che mostra crepe profonde.

La vicenda sul piano dei fatti (i punti che pesano di più): il Gabinetto di Sicurezza israeliano ha approvato la proposta di Netanyahu per prendere il controllo di Gaza City (decisione assunta l’8 agosto).

Questa scelta ha trasformato la manovra in una escalation che amplia l’obiettivo militare dall’eliminazione di strutture di Hamas all’assunzione di responsabilità effettiva sul territorio.

La reazione internazionale è stata rapida e dura: un gruppo di Paesi (tra cui Italia, Australia, Germania, Nuova Zelanda e Regno Unito) ha pubblicato una dichiarazione congiunta che respinge “con forza” il piano, sostenendo che aggraverebbe la catastrofica situazione umanitaria, metterebbe in pericolo gli ostaggi e rischierebbe il massiccio spostamento di civili e che alcuni elementi del piano possono costituire violazioni del diritto internazionale umanitario.

L’ONU ha convocato riunioni d’urgenza: il Consiglio di Sicurezza è stato chiamato a discutere immediatamente la questione, segno che la preoccupazione è ormai ufficiale e collettiva.

A questo si somma un coro di condanne da circa 20 paesi arabi e musulmani (Egitto, Arabia Saudita, Turchia compresi) che hanno definito il piano una “pericolosa escalation” e una evidente violazione del diritto internazionale. Questo non è più solo un problema Israele-Gaza: è un sobbalzo nella diplomazia regionale.

E in casa?

La spaccatura è visibile: decine di migliaia di persone (alcune stime oltre 60–100.000 partecipanti alle principali piazze) sono scese in strada a Tel Aviv molte famiglie degli ostaggi in prima fila chiedendo un immediato cessate il fuoco e un accordo per riportare a casa i prigionieri, accusando il governo di anteporre calcoli politici alla vita degli ostaggi e alla sicurezza nazionale. Non va taciuto un elemento tecnico ma cruciale: ci sono riserve esplicite all’interno delle forze armate.

L’alto comando (e riferimenti all’interno dell’IDF) ha segnalato i rischi operativi e umanitari di un’occupazione urbana totale, in particolare per la sicurezza degli ostaggi e per la capacità dello Stato di adempiere agli obblighi di occupante.

Infine, sul fronte umanitario e logistico: le nuove regole di registrazione imposte a ONG internazionali e la minaccia di de-registrazione mettono a rischio la capacità stessa di fornire aiuti, mentre l’accesso è già drammaticamente limitato. Organizzazioni ONU e ONG hanno lanciato allarmi: senza cambiamenti pratici molte operazioni di soccorso verranno sospese.

Che cosa sta succedendo veramente (lettura politica e psicologia del potere)

Politicamente, Netanyahu è intrappolato tra due bisogni contrapposti: rispondere alla pressione interna (coalizione di destra/ultra-destra che chiede mano ferma e annessione/controllo) e gestire il collasso della sua legittimazione sia a livello internazionale sia in vaste porzioni dell’opinione pubblica israeliana. La decisione di provare a “prendere il controllo” di Gaza può essere letta come un tentativo di ricomporre consenso a destra e dimostrare risolutezza.

Ma l’equilibrio è fragilissimo: maggiore escalation → maggiore isolamento internazionale → misure concrete (già viste: la Germania ha sospeso le autorizzazioni all’esportazione di materiale bellico che potrebbe essere usato nella Striscia). Questo è un primo esempio di “conseguenza concreta” dello scontro diplomatico.

Le famiglie degli ostaggi e l’opinione pubblica israeliana rappresentano un fattore decisivo: nessun leader può ignorare la richiesta emotiva e politica di riportare le persone a casa.

Se la strategia militare è percepita come ostile a quell’obiettivo, il consenso interno si sgretola rapidamente (e questo è in corso).

Di seguito si ipotizzano scenari plausibili ma ovviamente non certezze.

Scenario A

Doppio rilancio militare (probabilità: bassa-media, ~25–35%)

Netanyahu decide di proseguire parziale o totale occupazione urbana per compiacere i partner di coalizione e mostrarsi risoluto.

Le conseguenze probabili potrebbero essere un aumento massiccio dello sforzo bellico, con maggiori vittime civili e rischio di famiglie di ostaggi coinvolte, unitamente a una condanna internazionale più forte e sanzioni mirate (es. ulteriori sospensioni di forniture militari da parte di paesi europei).

Reazioni regionali, con il rischio di scontri a nord (Hezbollah) e aumento delle tensioni con Iran e suoi alleati, come pure possibile allargamento del conflitto a più fronti.

L’effetto politico interno può temporaneamente accontentare l’ala più dura, ma accelerare la perdita di legittimità nazionale e spingere verso crisi di governo.

Scenario B

Accordo negoziato scambio ostaggi / cessate il fuoco (probabilità: media-alta, ~35–45%)

Diplomazia intensa (Usa/Qatar/Egitto) trova una formula per un cessate il fuoco temporaneo e un rilascio graduale degli ostaggi, offrendo a Netanyahu una “via d’uscita” politica. I segnali: l’invio dell’inviato Usa Witkoff a colloquiare con il Qatar.

Conseguenze probabili: riduzione dell’isolamento internazionale immediato; alcune richieste europee (cessate il fuoco, più aiuti) possono essere soddisfatte; spazio per negoziati politici più ampi.

Reazione negativa dai settori di estrema destra che vedrebbero il compromesso come tradimento; rischio di scissioni nella coalizione o minacce di ritiro di ministeri (pressione di Smotrich/Ben-Gvir già nota).

Scenario C

Retromarcia parziale su misure contro le ONG / aperture umanitarie (probabilità: media, ~30%)

Per arginare la condanna internazionale e impedire la paralisi degli aiuti, il governo modifica o sospende alcune misure restrittive sulle ONG e facilita corridoi umanitari.

Conseguenze:

Migliore immagine internazionale a breve; permette di drenare pressione diplomatica ed evitare nuove sanzioni economiche da parte dell’UE. Tuttavia, non risolve il nodo politico-militare della presenza in Gaza.

Scenario D

Crisi politica interna e possibile caduta del governo (probabilità: bassa-media, ~15–25%)

Il combinato di proteste di massa, famiglie di ostaggi, fratture in coesione ministeriale e azioni europee (es. sospensioni di armamenti, ritiro di appoggi diplomatici) porta a una crisi di governo: voto anticipato o rimpasto drastico. Conseguenze:

Instabilità politica in Israele, con possibili nuove elezioni o governo di unità nazionale. Ma le elezioni in una situazione di guerra possono produrre risultati imprevedibili.

Probabili risposte internazionali e regionali

Europa: già vista la sospensione tedesca delle autorizzazioni alle esportazioni militari; possibile intensificazione di misure diplomatiche (convocazione ambasciatori, restrizioni mirate, revisione di accordi commerciali/di cooperazione).

L’UE può usare leve economiche e politiche, ma l’unità del blocco è sempre difficile.

Stati Uniti: al momento appaiono impegnati nella mediazione (inviato Witkoff), quindi concentrazione su un accordo ostaggi cessate il fuoco; compito complicato se Washington rimane divisa internamente. Se la diplomazia riesce, può arginare l’escalation.

Paesi arabi / Regione: condanne forti (Egitto, Arabia Saudita, Turchia) e il rischio concreto che la tensione alimenti azioni proxy (Hezbollah) o diplomatiche (sospensione di cooperazioni, richiami di ambasciatori).

La fragilità delle frontiere settentrionali resta il pericolo più immediato.

Nazioni umanitarie/ONG:

continueranno la pressione per l’accesso e chiederanno il ritiro di norme che mettono a rischio la loro operatività; la chiusura della finestra umanitaria rischia di trasformarsi in catastrofe biologica/sociale — elemento che aumenterebbe ulteriormente la pressione internazionale.

Cosa conviene fare (agenda pratica che farebbe un’opposizione seria o la comunità internazionale responsabile)

Spingere con priorità assoluta su un piano negoziato ostaggi e cessate il fuoco (Qatar + Usa + Egitto possono essere i broker efficaci).

Il rilascio degli ostaggi è il fattore che più muove l’opinione pubblica israeliana.

Coordinare misure diplomatiche calibrate: usare leve (es. restrizioni export militare mirate, revisioni di accordi) come deterrente senza isolare completamente la popolazione israeliana. La Germania ha mostrato la strada: misure concrete possono cambiare costi politici interni.

Salvataggio umanitario immediato: pressione affinché Israele riveda le norme di registrazione alle ONG e garantisca corridoi sicuri. Le agenzie ONU e le ONG sono chiare: la loro de-registrazione porterebbe a un collasso degli aiuti.

Per l’opposizione israeliana: costruire una proposta pubblica credibile che colleghi sicurezza nazionale reale alla soluzione politica (due Stati o altro quadro negoziato), offrendo garanzie per la sicurezza israeliana e per la dignità dei civili palestinesi — altrimenti lo spazio politico rimane dominato da logiche militari e di breve periodo.

Autore

  • Redazione

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