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IL MIO DOLORE PER IL 7 OTTOBRE E PER GAZA

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Una riflessione rispettosa, meditata e personale.
Ho cercato di arricchirla, svilupparla e dilungarmi con la massima sensibilità, data la delicatezza del tema e la mia volontà di riflettere in modo sincero e rispettoso, in particolare nei confronti di Gaza, del popolo palestinese e di Liliana Segre.
Una Riflessione su parole troppo pesanti da pronunciare, eppure troppo gravi da ignorare.
Mi trovo, in questi giorni, con il cuore irrequieto di domande senza risposta, nel rileggere una frase pronunciata da Liliana Segre sopravvissuta all’orrore di Auschwitz, testimone vivente dell’abisso della disumanità che risuona in me con una forza e una lacerazione che non riesco a contenere.
“La parola genocidio è troppo carica di odio e viene usata per vendetta. Quando si affama una popolazione il rischio di arrivare all’indicibile esiste. Vederlo fare da Israele è straziante, purtroppo che l’uso di quel termine sia compiaciuto. L’insistenza a imporlo a tutti, in primis agli ebrei, è morbosa.”
Queste parole, così pesanti e al tempo stesso così cariche di dolore e consapevolezza,mi obbligano a fermarmi.
A riflettere. A pesare ogni sillaba.
E a chiedermi:  qual è il posto della parola “genocidio” nella tragedia che si consuma oggi sotto i nostri occhi a Gaza?
Come si può nominare l’indicibile, senza cadere nella trappola del risentimento o dell’odio?
Liliana Segre ci avverte: la parola “genocidio” non può essere maneggiata con leggerezza, né con rabbia, né con spirito accusatorio.
Perché all’interno di quella parola c’è un’esperienza che è costata sei milioni di vite, e che ha lasciato una cicatrice incancellabile nella carne dell’umanità.
Lo capisco. Lo rispetto. E lo porto nel cuore.
È una memoria sacra,e nessuna sofferenza presente può o deve mai diventare un’arma contro chi quella memoria che la porta ogni giorno, sulla pelle e nell’anima.
Ma, allo stesso tempo, non posso e non riesco a ignorare l’immensità della sofferenza che si sta abbattendo sul popolo palestinese.
Non posso chiudere gli occhi davanti a immagini di bambini straziati, di madri disperate, di corpi sotto le macerie, di ospedali distrutti, di fame usata come strategia, di intere famiglie cancellate.
E mi chiedo: cosa dobbiamo dire di tutto questo?
Come possiamo chiamarlo? Quale linguaggio ci resta, se ogni parola viene giudicata troppo “estrema” o troppo “ideologica”?
E, soprattutto, qual è il confine tra la cautela nel dire e il silenzio che diventa complice?
Quando Segre parla di “rischio di arrivare all’indicibile”, io tremo.
Perché lei sa cos’è l’indicibile. Lei lo ha visto. Lo ha vissuto.
Se anche solo lo intravede in ciò che sta accadendo oggi, come possiamo noi girarci dall’altra parte? Mi addolora profondamente la sua osservazione sull’uso “compiaciuto” del termine genocidio,e sull’insistenza quasi morbosa nel volerlo imporre.
Ha ragione: c’è una responsabilità nel linguaggio.
C’è un’etica del ricordare. C’è una linea che non va mai superata,neppure nella giustissima indignazione. Ma, col tempo stesso,chiedo: come possiamo accettare che oltre 30.000 persone molte delle quali bambini — siano morte in pochi mesi, senza che questo trovi parole capaci di nominarlo? Di denunciarlo?
Non voglio usare parole per vendetta. Non voglio usarle per odio. E non voglio usarle contro nessuno.
Voglio usarle per chi non ha più voce. Per chi è morto in silenzio. Per chi muore nel disinteresse. Per chi è ridotto a sopravvivere sotto le bombe, sotto l’embargo, sotto il peso di un destino che sembra già scritto.
Il mio sguardo su Gaza non è un’accusa contro Israele in quanto Stato, né tantomeno contro il popolo ebraico.
È uno sguardo che chiede giustizia, non vendetta.
Che chiede umanità, non bilanciamento politico.
Che chiede di fermarsi, di vedere, di ascoltare.
Prima di giudicare le parole,  bisognerebbe forse ascoltare i corpi.
I corpi massacrati, affamati, dimenticati.
Liliana Segre è una coscienza morale, e ci invita alla prudenza.
Ma, forse, anche lei sa come noi tutti che la prudenza non può mai diventare indifferenza.
Che l’orrore ha mille volti, e che non c’è una graduatoria del dolore.
E che, se davvero vogliamo custodire il significato della parola “mai più”, dobbiamo essere capaci di pronunciarla ogni volta che il buio torna a calare. Anche quando è difficile.
Anche quando fa male.

Autore

  • Redazione

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