
Un nuovo governo autoproclamatosi tale controllerà gran parte del Darfur e le zone conquistate dai paramilitari, in contrapposizione con l’esecutivo dell’esercito, con sede a Port Sudan.
Alla testa del Consiglio Presidenziale, composto da 15 membri, il leader delle Forze di supporto rapido Hemeti.
Il suo vice è il capo dell’SPLM-N, Abdelaziz al Hilu, mentre come primo ministro è stato scelto un civile, Mohamed Hassan al-Taishi. Nominati anche i governatori delle otto regioni in cui il paese dovrebbe essere diviso.
Prosegue, pertanto, in Sudan la costruzione delle istituzioni di governo della coalizione guidata dalle Forze di supporto rapido (RSF) che si è formata a Nairobi lo scorso febbraio. Della coalizione – che si definisce come Alleanza fondante del Sudan, Tasees in breve, fanno parte una ventina di movimenti di opposizione armata, partiti politici e forze della società civile. Tra i più noti e rilevanti, l’SPLM-N, ala di Abdelaziz al Hilu, che controlla i Monti Nuba e parte dello stato del Nilo Blu, e fazioni di due delle maggiori e più vecchie forze politiche sudanesi, l’Umma Party, che ha le sue radici in Darfur, e il Democratic Unionist Party, originario invece del Sudan orientale.
Sabato scorso, 26 luglio, a Nyala, capitale del Darfur meridionale, è stato presentato il Consiglio Presidenziale – sul modello del Consiglio Supremo di Port Sudan, guidato dall’esercito nazionale (SAF) – formato da 15 membri.
Presidente della coalizione è Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemeti, comandante delle RSF; vicepresidente è Abdel Aziz al Hilu. La designazione dei due capi militari ai vertici del Consiglio Presidenziale è significativa dei rapporti di forza all’interno della coalizione. Primo ministro è stato nominato Mohamed Hassan al – Taishi membro del Consiglio Sovrano insediatosi dopo il rovesciamento del regime guidato dall’ex presidente Omar al-Bashir.
Del Consiglio Presidenziale fanno parte anche 8 governatori in rappresentanza delle regioni, largamente autonome, in cui il Sudan dovrebbe essere diviso, secondo la Costituzione provvisoria concordata dai membri dell’alleanza. In uno dei suoi punti qualificanti la carta dichiara infatti che il Sudan sarà “uno stato secolare, democratico, decentralizzato” e prosegue chiarendo che sarà “basato su libertà, eguaglianza e giustizia, senza pregiudizi verso nessuna identità culturale, etnica, religiosa o regionale”. Impegni che sono stati ribaditi sabato, durante la cerimonia di presentazione del Consiglio Presidenziale.
Preoccupazione per una divisione del paese è stata espressa dall’ONU, dall’Unione Africana e dagli Stati Uniti. Non sono mancati i sostenitori.
Il Sudan versa in una situazione umanitaria sempre più drammatica. Non mancano epidemie dovute alla mancanza d’acqua potabile e alle condizioni igieniche precarie, nei campi profughi, ma non solo. Il colera sta mietendo numerose vittime in diverse regioni del Paese, mentre la distruzione di infrastrutture basilari, come la rete per la produzione e la distribuzione dell’elettricità, impedisce alla popolazione di difendersi da un’andata di caldo straordinaria.
La presenza di forze ucraine in Sudan, in particolare di forze speciali, è stata riportata da diverse fonti a partire dal 2023, nell’ambito del conflitto civile sudanese tra le Forze Armate Sudanese (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF).
I russi supportano le milizie che hanno dato vita al nuovo Stato, mentre le forze ucraine, secondo quanto emerso, starebbero operando contro le milizie RSF, ritenute vicine al gruppo paramilitare russo Wagner (ora Africa Corps), sostenendo così indirettamente il governo sudanese guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan.
A partire da settembre 2023, la CNN ha riportato che i servizi speciali ucraini avrebbero condotto attacchi con droni kamikaze e operazioni di terra contro le RSF nella zona di Khartoum. Questi attacchi utilizzano droni commerciali (come i modelli FPV della cinese DJI, modificati con esplosivi), simili a quelli impiegati in Ucraina, e tattiche insolite per il contesto africano. Video analizzati da media come CNN, Kyiv Post e Bellingcat confermano operazioni con cecchini e droni in aree come Omdurman e le montagne di Al-Markhiyat.
L’intervento ucraino sembra mirare a contrastare l’influenza russa in Africa. Secondo fonti ucraine, queste operazioni servono a drenare risorse russe e minare l’immagine di Mosca nel continente. Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence militare ucraina (GUR), ha dichiarato che l’Ucraina colpisce i “criminali di guerra russi” ovunque si trovino.
La collaborazione tra Kiev e Khartoum è stata rafforzata dopo un incontro tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e al-Burhan a Shannon, Irlanda, nel settembre 2023. Zelensky ha ringraziato il Sudan per il sostegno alla sovranità ucraina, mentre al-Burhan avrebbe richiesto assistenza per contrastare le RSF. L’Ucraina fornisce supporto diretto alle SAF, incluso addestramento militare, e in cambio riceve supporto logistico e, secondo alcune fonti, armi.
Il Kyiv Post e LCI hanno riportato che un centinaio di incursori dell’unità Timur dell’intelligence ucraina opera in Sudan dall’agosto 2023. Fonti sudanesi di alto livello hanno negato operazioni ucraine dirette, ma le prove video e le dichiarazioni indirette di Budanov suggeriscono un coinvolgimento attivo.
RSF controllano aree chiave, come le miniere d’oro, e sono sostenute da Africa corps e, secondo alcune fonti, dagli Emirati Arabi Uniti. Le SAF, invece, ricevono supporto da Egitto, Iran e, in misura minore, Arabia Saudita e Turchia. La presenza ucraina si inserisce pertanto in un conflitto con forti implicazioni internazionali, aggravando la crisi umanitaria che ha causato oltre 12 milioni di sfollati e migliaia di morti.
Domanda finale. Se gli ucraini non hanno uomini e mezzi per contrastare la Russia in Donbass, che ci fanno in Sudan? Paghiamo anche la guerra in Africa?





