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PIANO MATTEI? O PIANO MACRON? NEL SAHEL I CONTI SI FANNO CON LA RUSSIA

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Fare i conti senza l’oste è una brutta abitudine che, a quanto pare, sta emergendo nel Bel Paese.

L’espressione “fare i conti senza l’oste” significa prendere una decisione o fare dei piani senza aver preso in considerazione la realtà di chi controlla la situazione.

Nella fattispecie a fare i conti è l’Italia, con il suo Piano Mattei, che riguarda il continente africano in primo luogo e l’oste è la Russia, che nel continente africano si è insediata, soprattutto nei luoghi dai quali è stata cacciata in malo modo la Francia di Emmanuel Macron, l’astro dei francofili italioti, sempre aspiranti al vassallaggio dell’Eliseo.

Inasprire i rapporti con Mosca, già tesi per la questione ucraina, è davvero esercizio dannoso, controproducente, contrario agli interessi italiani. Forse più vicino agli interessi francesi, ormai sfumati.

In Africa, negli stessi luoghi passati in gran parte di mano dalla Francia alla Russia, l’Italia è presente con le sue missioni, che interessano l’interesse strategico nel “Mediterraneo Allargato” e nella stabilizzazione del continente africano, con priorità alla sicurezza energetica, alla lotta al terrorismo e al controllo dei flussi migratori.

Le operazioni si concentrano su missioni bilaterali, multilaterali (UE, NATO, ONU) e di cooperazione, con un focus su Nord Africa, Sahel, Corno d’Africa e Golfo di Guinea.

Oltre a presenze minime, direi quasi simboliche, in Libia e Tunisia, una storica presenza è quella dell’Egitto, dove MFO (Multinational Force and Observers) vede impegnati circa 75 militari che operano a Sharm el-Sheikh per garantire la libertà di navigazione nel Golfo di Aqaba e negli Stretti di Tiran, con tre pattugliatori della Marina Militare. Tuttavia, la parte più significativa e interessante riguarda il Sahel.

In Niger, l’Italia è presente con la missione bilaterale di supporto (MISIN) e impegna fino a 500 militari, con 23 mezzi terrestri e 5 aerei, per addestramento delle forze locali, contrasto al terrorismo e protezione degli interessi energetici italiani (l’Italia è tra i principali importatori di energia nigeriana). La missione EUMPM Niger (UE) è terminata nel 2024, ma la cooperazione bilaterale continua.

In Burkina Faso opera la missione bilaterale avviata nel 2023 per addestramento delle forze armate locali, con focus su forze speciali, contrasto agli ordigni improvvisati e controllo dei flussi migratori. Le attività si svolgono sia in Italia, sia in loco, in coordinamento con la missione in Niger.

In Mali, con EUTM Mali, un nucleo di istruttori italiani addestra le forze maliane contro gruppi terroristici. Operativa dal 2013, la missione è con presenza ridotta nel 2025.

In Ciad e Repubblica Centrafricana l’Italia è presente in forma limitata con missioni EUFOR e MINURCAT (ONU) per stabilizzazione e formazione, con pochi militari impegnati.

Nell’ultimo decennio, nel Sahel si è assistito a un vero e proprio sconvolgimento geopolitico.

Sahel

Storicamente area facente parte dell’impero francese, cacciata la Francia, l’area ha visto entrare in scena la Federazione Russa, la Repubblica Popolare Cinese, la Turchia e le petromonarchie del Golfo.

Come scrive IARI (Istituto Analisi Relazioni Internazionali) “la Federazione Russa, in particolare, ha adottato un approccio altamente sofisticato, risultato idoneo a raggiungere diversi obiettivi e a garantirsi una maggiore rilevanza nell’intera area. Mosca ha saputo capitalizzare, intercettando il diffuso malcontento delle popolazioni autoctone, l’inefficacia esibita dalle potenze occidentali, Francia e Stati Uniti su tutti, nelle loro varie operazioni antiterrorismo e di controinsorgenza nella regione saheliana per presentarsi quale valido socio securitario alternativo all’Occidente e per inserirsi nella mischia saheliana”.

Accanto alla presenza securitaria, la Russia ha attivato quella propagandistica e quella economico finanziaria.

Il Cremlino ha utilizzato in un primo momento il Gruppo Wagner e ora opera Africa Corps, posta sotto il controllo dell’intelligence militare GRU.

In Mali, Niger e Burkina Faso, in particolare, dal 2020 al 2023 giunte militari hanno assunto il potere attraverso colpi di stato, hanno reciso i legami diplomatici e militari con la Francia e con gli Stati Uniti e, al contempo, li hanno stretti con la Federazione Russa.

Niger, Mali e Burkina Faso, nel 2023 hanno sottoscritto la Carta Liptako-Gourma, istituendo fra di loro un meccanismo di difesa collettiva e una coalizione militare.

 Nel gennaio del 2024 i tre Stati del Sahel hanno congiuntamente abbandonato la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, ECOWAS, e nel luglio del 2024 i leader militari si sono riuniti a Niamey per il primo vertice dell’Alleanza del Sahel.

La Federazione Russa ha sostituito la Francia nell’area dei tre Stati e il 3 aprile del 2025 si è tenuto a Mosca il primo vertice del formato Russia-Alleanza del Sahel. Durante l’incontro il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha ribadito il pieno sostegno di Mosca alla nuova coalizione.

Non tutto è rose e fiori nemmeno per la Russia, in quanto la presenza dei Tuareg e degli jiadisti destabilizza quest’area da tempo, ma comunque la Federazione Russa ha saputo proporsi quale valida alternativa securitaria.

Il Niger è uno dei maggiori produttori mondiali di uranio e la Russia, attraverso la sua agenzia statale per l’energia nucleare Rosatom, ha avviato collaborazioni con diversi paesi africani, tra cui, appunto, Burkina Faso, Mali e Niger, per lo sviluppo di infrastrutture nucleari per scopi civili, principalmente per la costruzione di centrali nucleari.

 Nell’ottobre 2023, il governo del Burkina Faso ha firmato un memorandum d’intesa con Rosatom per la costruzione di una centrale nucleare. Questo accordo è stato formalizzato durante la Russian Energy Week a Mosca. L’obiettivo è soddisfare il fabbisogno energetico della popolazione, dato che solo il 21-23% dei burkinabè ha accesso all’elettricità.

Nel marzo 2024, è stata firmata una roadmap per la cooperazione nucleare, seguita da ulteriori memorandum nel giugno 2024 per formazione, sviluppo infrastrutturale e sensibilizzazione pubblica. Nel giugno 2025, è stato siglato il documento amministrativo finale per l’accordo intergovernativo. Rosatom fornirà supporto per la costruzione della centrale, la gestione del ciclo del combustibile nucleare e la formazione del personale.

Sempre nell’ottobre 2023, Rosatom ha firmato un memorandum con il Mali per la cooperazione nell’uso pacifico dell’energia nucleare, che include la possibilità di costruire infrastrutture nucleari, come centrali o reattori di ricerca. Tuttavia, a differenza del Burkina Faso, non è stata specificata la costruzione immediata di una centrale nucleare.

A luglio 2025, la Russia ha firmato un memorandum d’intesa con il governo militare del Niger per la costruzione di centrali nucleari e la revisione dell’infrastruttura energetica del Paese. L’accordo, siglato a Niamey, si concentra sulla produzione di energia elettrica, medicina nucleare e formazione della forza lavoro.

Il progetto mira a fornire energia ai circa 25 milioni di cittadini del Niger, molti dei quali non hanno accesso affidabile all’elettricità. Include anche lo sviluppo di sistemi di distribuzione e competenze locali, con un approccio descritto come “infrastruttura completa”.

I tre membri dell’Alleanza del Sahel, pertanto, sono sempre più legati alla Russia.

I rapporti tra Russia e Mauritania si sono sviluppati a partire dagli anni ’60, con l’instaurazione delle relazioni diplomatiche il 12 luglio 1964 tra l’Unione Sovietica e la Mauritania. Nel corso del tempo, questi rapporti si sono evoluti, toccando ambiti politici, economici, militari e culturali, con un’intensificazione negli ultimi anni.

Dopo un periodo di dialogo meno intenso nel post-Guerra Fredda, le relazioni sono state rinvigorite negli ultimi anni.

Un momento chiave è stato la visita del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov in Mauritania il 7 febbraio 2023, la prima di questo livello. Durante l’incontro con il presidente Mohamed Ould Ghazouani e il ministro degli Esteri Mohamed Salem Ould Merzoug, sono stati discussi temi di cooperazione bilaterale, in particolare nel settore energetico (idrocarburi), alimentare (forniture di cibo) e agricolo (fertilizzanti). La visita ha sottolineato l’interesse della Mauritania per una partnership economica più stretta con la Russia.

Nel giugno 2021, Russia e Mauritania hanno firmato un accordo militare, aprendo la strada a una maggiore collaborazione in materia di sicurezza. La Russia ha offerto forniture di armi, anche pesanti, come già fatto con il Mali, per rafforzare la sua influenza nella regione del Sahel.

La Mauritania, comunque, adotta una politica estera multivettoriale, mantenendo stretti legami con la NATO, la Francia e gli Stati Uniti, ma anche aprendosi alla Russia per diversificare le sue opzioni strategiche. Veniamo ai rapporti della Russia con il Ciad.

Nel novembre 2024, il Ciad ha ufficialmente richiesto la cessazione degli accordi di difesa con la Francia, portando al ritiro di circa 1.000 militari francesi dal Paese.

In questo contesto, la Russia è emersa come un attore chiave, con il Ciad che ha iniziato a intensificare i contatti diplomatici e militari con Mosca.

I rapporti con la Russia si concentrano principalmente sulla sicurezza al confine con la Repubblica Centrafricana. Non ci sono evidenze di una presenza diretta di forze russe in Ciad, ma il dialogo si è intensificato, con Mosca che si propone come alternativa alle potenze occidentali per la cooperazione militare.

Nonostante il riavvicinamento alla Russia, il Ciad mantiene un approccio multilaterale, preservando i canali di dialogo con l’Unione Europea e altri partner occidentali. Ad esempio, il Ciad continua a partecipare al programma di disarmo, smobilitazione e reinserimento (DDR) nel Lago Ciad e alla forza multinazionale contro Boko Haram, insieme a Nigeria, Niger, Benin e Camerun. Inoltre, il Ciad ha rafforzato i legami economici con gli Emirati Arabi Uniti per finanziare il suo esercito, suggerendo una strategia di diversificazione delle alleanze. In sintesi, i rapporti tra Russia e Ciad sono in fase di rafforzamento, con un focus su cooperazione militare e sicurezza, ma il Ciad mantiene una politica di equilibrio tra Mosca, l’Occidente e altri partner come gli Emirati Arabi Uniti.

Riguardo alla Nigeria i rapporti con la Russia si sono sviluppati in modo significativo negli ultimi anni, con un focus su cooperazione militare, economica ed energetica, pur rimanendo di portata limitata rispetto ad altri partner internazionali della Nigeria, come Stati Uniti, Regno Unito e Cina.

Nel 2021, Russia e Nigeria hanno firmato un accordo di cooperazione tecnico-militare che stabilisce un quadro giuridico per la fornitura di attrezzature militari, servizi post-vendita, formazione del personale e trasferimento di tecnologia. La Nigeria utilizza già alcuni caccia ed elicotteri russi, ma l’intesa del 2021 ha segnato un approfondimento delle relazioni, anche in risposta alla sospensione di una vendita di armamenti da parte degli Stati Uniti per preoccupazioni sui diritti umani.

La Russia si è posizionata come principale fornitore di armi in Africa, con una quota di mercato del 40%, e la Nigeria rappresenta un partner strategico in questo contesto.

Inoltre, è stata documentata in Nigeria la presenza del gruppo Wagner (ora African Corps) per attività di addestramento e contrasto al terrorismo.

Sempre in Nigeria la Russia ha cercato di consolidare la sua presenza economica  soprattutto nel settore energetico. La compagnia russa Lukoil partecipa al progetto Deepwater Tano/Cape Three Points nel Golfo di Guinea, mentre Rosatom ha siglato accordi per supportare il programma nucleare nigeriano, inclusa la fornitura di reattori e la costruzione di una centrale nucleare. Questi progetti si inseriscono in un contesto in cui la Nigeria, secondo produttore africano di petrolio dopo l’Angola, cerca di diversificare le sue fonti di investimento per il settore energetico, che rappresenta il 95% delle sue esportazioni.

Gli scambi commerciali tra i due Paesi sono cresciuti, con la Russia che si è affermata come un partner rilevante per l’ECOWAS, di cui la Nigeria è membro egemone. La Russia è anche il secondo fornitore di fertilizzanti per la regione (12% del mercato), essenziali per l’agricoltura nigeriana.

Arriviamo, finalmente al Sudan, dove le Forze di Supporto Rapido (RSF), gruppo paramilitare sudanese guidato dal generale Mohamed Hamdan Dagalo (Hemedti), hanno annunciato il 27 luglio 2025 la formazione di un governo parallelo denominato “Governo di Pace e Unità” nelle aree sotto il loro controllo, principalmente nel Darfur e in parti del Kordofan.

SUDAN CARTINA DIVISIONE TERRITORIO

Questo esecutivo, non riconosciuto internazionalmente, è guidato da un Consiglio presidenziale di 15 membri, con Hemedti come presidente e Abdelaziz al-Hilu, leader del movimento SPLM-N, come vicepresidente. Mohamed Hassan al-Ta’ayshi, ex membro del Consiglio Sovrano di Transizione, è stato nominato primo ministro. La mossa, annunciata a Nyala (Darfur meridionale), è stata supportata dalla Sudan Founding Alliance, una coalizione di gruppi ribelli e civili, e mira a consolidare il controllo delle RSF in opposizione al governo ufficiale di transizione, riconosciuto a livello internazionale, con sede a Port Sudan e guidato da Abdel Fattah al-Burhan.

Questa proclamazione esaspera il conflitto civile iniziato il 15 aprile 2023 tra le RSF e le Forze Armate Sudanesi (SAF), aggravando la crisi umanitaria che ha causato oltre 7,7 milioni di sfollati interni, 4 milioni di rifugiati e 17 milioni di persone in grave insicurezza alimentare.

Le milizie RSF, ecco il punto che ci riguarda, sono ritenute vicine al gruppo paramilitare russo Wagner (ora Africa Corps), quindi sotto l’influenza della Russia.

I rapporti tra le Forze di Supporto Rapido (RSF) in Sudan e la Russia sono complessi e radicati in interessi economici, militari e geopolitici, con particolare attenzione al controllo delle risorse naturali e alla penetrazione strategica russa in Africa.

Le RSF hanno instaurato stretti legami con il Gruppo Wagner durante il regime di Omar al-Bashir. Wagner ha fornito supporto militare alle RSF, addestrando i loro combattenti e garantendo la sicurezza delle miniere d’oro in Darfur, in particolare nella regione di Jebel Amir. Questi rapporti hanno permesso alla Russia di accedere all’oro sudanese, utilizzato per finanziare operazioni, incluso il sostegno allo sforzo bellico in Ucraina, aggirando le sanzioni occidentali.

L’oro sudanese è una componente chiave dei rapporti tra RSF e Russia. Le RSF controllano gran parte dell’estrazione e della commercializzazione dell’oro in Darfur, spesso attraverso società di facciata come Al Junaid, gestita dal fratello del leader delle RSF. La Russia, tramite Wagner, ha partecipato direttamente all’estrazione e al commercio dell’oro, con transazioni spesso intermediate dagli Emirati Arabi Uniti.

È documentato che Wagner ha fornito armi avanzate alle RSF, inclusi missili terra-aria, per rafforzare la loro posizione nel conflitto civile sudanese iniziato nell’aprile 2023 contro le Forze Armate Sudanesi (SAF). Dopo la morte di Yevgeny Prigozhin, leader di Wagner, il supporto russo alle RSF è stato gestito dall’Africa Corps.

Il leader di RSF, ora presidente del nuovo Stato autoproclamatosi, ha mostrato apertura verso la costruzione di una base navale russa sul Mar Rosso, un progetto discusso già ai tempi di al-Bashir e sostenuto dalle RSF per rafforzare i legami con Mosca. Questo progetto è strategicamente importante per la Russia, che cerca una presenza militare nel Corno d’Africa per controllare le rotte commerciali e contrastare l’influenza occidentale.

Le RSF sono sostenute anche dagli Emirati Arabi Uniti, mentre le SAF, ossia le milizie governative regolari, ricevono supporto da Egitto, Iran e, in parte, Ucraina.

E’ chiaro che qualsiasi intervento italiano nell’area del Sahel dovrà tenere conto della presenza della Russia.

Il Sahel è un crocevia per i flussi migratori verso l’Europa e, pertanto, la Russia ha una possibile notevole influenza sui flussi stessi.

Per quanto riguarda il Piano Mattei, ad esempio, si concentra su questa regione per affrontare sfide come instabilità politica, terrorismo, crisi umanitarie e flussi migratori, che hanno un impatto diretto sull’Italia e sull’Europa, con progetti concreti.

Il Piano supporta iniziative di cooperazione in materia di sicurezza, come lo scambio di intelligence e il contrasto al terrorismo, in risposta alle minacce di gruppi come JNIM e l’Islamic State Sahel Province.

Il Piano Mattei cerca di posizionare l’Italia come un attore chiave nel Sahel, integrandosi con iniziative europee come il Global Gateway dell’UE, che offre maggiori risorse finanziarie e tecniche. Tuttavia, per avere successo, il Piano deve affrontare le criticità strutturali, rafforzare la rete diplomatica e coinvolgere attivamente i partner africani, rispondendo alle loro priorità di sviluppo.

Difficile sviluppare iniziative nel Sahel senza fare i conti con l’oste, ma se l’oste lo insulti gratuitamente, usando toni che nulla hanno a che fare con la diplomazia e che tendono a posizionare l’Italia sulla scia delle linee neocon e Dem Usa o, peggio, della Francia di Emmanuel Macron, allora si rischia il fallimento.

cARTA SAHEL CON BOLLO E DIDA

L’oste russo, con il quale fare i conti, come mostra la cartina, è un interlocutore fondamentale per il Piano Mattei. Forse è ora di capire che l’Italia sta agendo su due linee divergenti: l’una è mil Piano Mattei e l’altra è il piano Macron.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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