
Qualche decennio prima della drammatica fine del catarismo, in Europa prese ad affiorare una letteratura incentrata sulla ricerca del Sacro Graal, il cui simbolo ha occupato un posto molto importante nell’immaginario dell’uomo medievale. I molti che si sono occupati dell’argomento, ne danno forme diverse: per alcuni, una coppa, per altri, un piatto poco profondo, per altri ancora una gemma, una pietra, un libro o una scala. Quasi tutti, però, concordano che si tratta di un oggetto misterioso dal profondo significato, il cui possesso regala l’immortalità.
Certo, parlando di immortalità, i più potrebbero sorridere però, a pensarci bene, tutte le religioni ne parlano, come pure la stessa scienza moderna attraverso studi e ricerche. Non è forse il sogno di ogni biologo ottenere, attraverso la manipolazione del DNA e altri metodi, il rinnovamento delle cellule per un tempo indefinito? Anni fa, il celebre virologo Montagnier ripeteva continuamente che aveva un sogno nel cassetto: scoprire un vaccino contro la morte, l’immortalità.
Comunque, coloro i quali si cimentarono nella sopracitata produzione letteraria, stranamente consonante, come “programmata”, non furono anonimi cantori, bensì letterati di robusto respiro, attivi in campo internazionale, dotati di notevoli mezzi d’espressione, peraltro rivolta verso un vasto pubblico d’élite. Parlo in particolar modo del francese Chretien de Troyes e del tedesco Wolfram von Eschenbach, entrambi fortemente inseriti e apprezzati presso corti feudali. Del primo, rilevo particolarmente “Le Roman de Perceval ou le conte du Graal”, mentre del secondo, è considerevole “Il Parzival”. In ogni caso, sia contestualmente che successivamente, emersero altre opere consimili e/o affini da altri scrittori.
Tali opere hanno l’aspetto di una saga romanzesca, forse derivata da racconti a più mani, sul cui sfondo si situa un’immaginaria Inghilterra post romana; narrazioni epiche che ebbero grande successo e diffusione anche nella Francia meridionale dove già in epoca ellenistica i culti druidici si erano fusi con i riti orientali della Belit Astarte, portativi dai mercanti fenici e dove lo stesso cristianesimo era arrivato prima che a Roma ed in forma del tutto differente rispetto a quella che finì per imporsi in altre parti dell’Impero. Un paese, infine, in cui la Diaspora ebraica era altrettanto presente e culturalmente viva che nella contigua Spagna islamica, un territorio che all’epoca del prodursi del così detto “Ciclo Brettone” veniva spazzato dal vento del catarismo, e che costituiva il fulcro geografico dove venivano a convergere le correnti culturali e di costume eversive nei confronti della ideologia dominante.
Nei romanzi del Graal (o se vogliamo, arturiani), attesa la loro derivazione da ceppi celtici e pre-celtici transitata per mani “cristiane”, prima di approdare alle versioni definitive, si notano parti rimaneggiate da precedenti estensori poco illuminati o troppo superficiali. Ma, in un simile labirinto narrativo, intricata foresta di eventi e personaggi uguali eppure diversi, è possibile cogliere una storia di fondo, unitaria, semplice, logica nel suo svolgersi ed altamente significativa nel suo proporsi allegorico.
In una Britannia, vagamente situata nella storia, il trono è vuoto ed i baroni del regno sono in discordia; nessuno di loro può vantare una legittimità nella successione, in quanto tutti hanno fallito la Prova loro richiesta: in uno squadrato, candido, Macigno, è infilata una prodigiosa Spada, materializzazione di un fulmine, che è simbolo e condizione del potere regio: nessuno, per quanti sforzi faccia, riesce ad estrarla. Ci prova il giovane Arthur, figlio del defunto Uther Pendragon, il quale impugna la magica Spada riuscendo, senza sforzo alcuno, ad estrarla; avendo così superato l’ardua prova, viene acclamato ed incoronato Re dei Celti.
La capacità di estrarre (in greco antico, spaghein, da cui spagiria, ossia Arte Alchemica) l’Arma magica dalla Pietra, era stata trasmessa al giovane dal suo tutore Merlino, personificazione evidente della Tradizione esoterica. Questa Spada altamente simbolica, riceve nel mito arturiano il nome di Excalibur e che corrisponde nel cosiddetto Quaternario Magico al Tetragramma I.E.V.E. יהוה dove la vau ו simboleggia, nel Nome Divino, il Ruah di Genesi, il Soffio o Respiro di Elhoim, ossia il Flusso universale mediante il quale, “in origine”, ogni cosa venne fatta: un Flusso che vivifica quello che è inerte (l’Adam Qadmon, impastato col fango) e che forma e trasforma tutte le particolari Manifestazioni della Sostanza Unica.
A tale Spada, viene attribuito il nome Excalibur, contrazione del termine latino “Ex Calice Ibitur”, ossia “quel che è sorto dal calice”; ed è appunto questo calice, dal quale sorge la Spada, che nella successiva parte dell’epos assume il nome di Graal. Il nome di tale mistico oggetto, deriva da una contrazione di “aggarbale”, oggi, “agreable”, ossia grato, piacevole, dilettoso, gioioso. Nei testi, esso viene descritto come una Pietra, ma si accenna al fatto che esso è al contempo un Libro (Gradalis) ed anche una Scala (Gradualis); principalmente, però, è una Coppa anche se ricavata da una prodigiosa Pietra, il grande Smeraldo che ornava la fronte di Lucifero.
Dopo la sua ascesa al trono, Arthur sposa l’amata Ginevra ed organizza la sua corte in Camelot, riunendo intorno a sé i migliori cavalieri del regno, insieme ai quali formerà il Cerchio dei Dodici che siedono intorno ad una Tavola di forma rotonda (la Rota, simbolo dell’Opera), al centro della quale un giorno appare miracolosamente un Sacro Calice, chiamato Graal, che poi altrettanto prodigiosamente scompare.
Ma quando Arthur si macchierà della colpa di usare Excalibur per uno scopo profano e, travolto dall’orgoglio, vibrerà con esso il “cattivo colpo”, gli verrà imposto da Merlino di gettare la Spada nelle acque di un profondo lago, dalle cui acque una mano la risolleverà e la riporterà a lui quando sarà stato ritrovato il Graal. Ginevra, allora, entra in convento, ossia “prende il velo” come è velata la Papessa della Seconda Lama (torna ad essere Pietra Nera, opaca), e nel Regno sorgono lotte intestine che portano miseria e disperazione.
Con la scomparsa del Calice, cessa l’armonia poichè sin quando il carisma dell’Excalibur si era mantenuto, il popolo era vissuto in pace, il Regno prosperava ed il cerchio dei Dodici si era mantenuto unito; ma, scagliato in acqua il simbolo della regalità, ogni cosa è posta in crisi e quel che era stato unito torna a dividersi: per sanare quello che si è lacerato occorre ritrovare “quel ch’è stato perduto”, ossia il Sacro Calice apparso sulla Tavola Rotonda diffondendo attorno il suo “profumo” e la sua “luce”.
Tutti i Cavalieri partono in cerca del Calice scomparso, ma da una tale Ricerca (Queste du Graal) nessuno di essi riuscirà vittorioso, ed i corvi beccheranno i loro occhi. Il senso di questo fallimento, appare chiaro se si considera il simbolismo ermetico del Corvo, che nel linguaggio alchemico designa la Morte e Putrefazione della Materia sulfurea (la Nigredo); gli occhi rappresentano, ovviamente, la capacità di Visione, per cui l’immagine degli occhi beccati dai corvi messaggia l’idea che una tale Morte non sarà foriera di Rinascita, ma al contrario impedirà ai Cercatori la Visione.
La Ricerca è fallita poiché i Cavalieri hanno seguito una Via di Terra, ossia quella che in alchimia è definita Via Secca, in contrapposizione alla Via Umida (a bagnomaria); la Via Secca, infatti, espone al pericolo chi la percorre, come avverte la sedicesima Lama del Tarot in forma di Torre Cadente spezzata dalla folgore solare.
Solo un “puro di cuore”, un ragazzo arrivato da poco a Corte, avrà il privilegio di condurre a termine l’Impresa: egli è Parceval, (parce-valent, semi-saggio, come Longino parce-voyent, semi-veggente) il quale, invece di seguire una Via di Terra come gli altri Cercatori, sceglie una Via di Mare imbarcandosi su di una Nave (Iside Pelaghia) che lo conduce all’estremo occidente dell’Oceano, là dove il sole tramonta (s’avaloit) ed inizia la Notte, immagine della Grande Opera.
Se la Cerca del Graal è una bella avventura cavalleresca, a livello morale è il recit della liberazione del cavaliere dalla sua prigione fisica per attingere a una realtà spirituale superiore. Ecco perché il mito del Graal, come dice giustamente Franco Cardini “ci sorprende per la sua ricchezza continua; ecco perché, fonte inesauribile di ricchezza, il Graal resta anche fonte inesauribile di motivi di riflessione, fonte, se vogliamo, di infinite attualizzazioni e di infinite interpretazioni che possono anche (diciamo possono) essere tutte legittime.
Come i cavalieri medievali ben sapevano, la cerca del Graal è inesauribile: essa non è mai finita perché non può finire. Il Graal resta ineffabile e insondabile: solo chi comprende questo può sperare di riuscire a possederlo, a farsene signore”.





