
Accordo sui dazi fatto tra Trump e Ursula von der Leyen. Accordo bocciato dalla segretaria del Pd, che non si ricorda che il suo partito è uno dei massimi sostenitori della baronessa tedesca e della sua Commissione.
Il gioco delle tre carte politico è diventato una specializzazione del Pd, i cui rappresentanti parlano a vanvera, dimenticandosi dove sono, cosa fanno, chi sostengono.
“Quello raggiunto dall’UE con Trump – ha commentato Elly Shlein – non è un buon accordo come sostiene il governo Meloni. Ha i tratti di una resa alle imposizioni americane, dovuta al fatto che il governo italiano insieme ad altri governi nazionalisti totalmente subalterni a Trump, hanno spinto per una linea morbida e accondiscendente che ha minato l’unità europea e indebolito la posizione negoziale dell’UE”.
Schlein aggiunge: “Giorgia Meloni farebbe bene a iniziare già da adesso a preoccuparsi di come porre rimedio agli effetti economici della sua subalternità ideologica. E L’Unione Europea ora capisca che se non rimette in campo investimenti comuni europei per un grande piano industriale, sociale e ambientale europeo rischiamo di essere travolti”.
Perché invece di fare affermazioni assurde, la segretaria del Pd non ne fa una che abbia un minimo di senso, dichiarando che toglie la fiducia a Ursula von der Leyen e alla sua Commissione che, stando alle sue esternazioni, si è arresa a Trump?
La domanda di fondo è: chi è parte della maggioranza che ha eletto Ursula von der Leyen? Chi la sostiene?
I Socialisti & Democratici sono i più accesi sostenitori della baronessa tedesca e della sua Commissione e il Pd è il partito che più conta tra i Socialisti & Democratici.
Per un ragionamento logico e conseguente, il Pd e i suoi cespugli verbosi, quanto politicamente inesistenti, dovrebbero dire a chiare lettere che la von der Leyen va mandata a casa e, altrettanto conseguentemente, la dovrebbero mandare a casa. A casa lei e il suo programma folle green, che ha causato il disastro europeo, del quale il Pd è correo.
Invece no. Pd e cespugli esternano, fanno il prendingiro politico, se la prendono con i sovranisti (manca solo un accenno a Putin ed è fatta), ma non fanno quello che dovrebbero fare: sfiduciare la von der Leyen, che si è fatta umiliare nel golf scozzese di Trump, fino a farsi dire, con una metafora non troppo difficile da capire, che la sua politica green rovina il paesaggio e fa il gioco della Cina.
L’accordo sui dazi tra Stati Uniti e Unione Europea è stato, infatti, interpretato da molti come una vittoria per Donald Trump e un risultato deludente per l’Unione. Il Financial Times ha scritto che l’Unione «si è arresa».
Politico, nella sua cronaca dell’evento è impietoso. “C’era – scrive Politico – qualcosa di profondamente ironico nel fatto che i massimi vertici dell’UE dovessero volare in Gran Bretagna per siglare il più grande accordo del blocco dai tempi della Brexit, ma questo è ciò che Donald Trump voleva ed è ciò che ha ottenuto”.
Per riuscire ad avere l’accordo, scrive Politico, von der Leyen ha dovuto “aspettare che il presidente americano avesse trascorso gran parte della giornata a passeggiare sui green e poi, di fronte alla stampa riunita in fretta e furia, a inveire contro gli orrori dei mulini a vento”.
“Il golf era bellissimo”, ha detto Trump ai giornalisti. “Anche se ne sono il proprietario, è probabilmente il miglior campo del mondo. E guardo l’orizzonte e vedo nove mulini a vento alla fine della diciottesima buca. Mi chiedo: non è un peccato?”
Per mulini a vento leggi pale eoliche. Un chiaro riferimento alla politica green che la von der Leyen ha dovuto ingoiare.
“Ci stanno uccidendo”, ha detto ai giornalisti a Turnberry. “Stanno uccidendo la bellezza dei nostri paesaggi, delle nostre valli… Sono prodotti in Cina, quasi tutti. Quando tra otto anni iniziano ad arrugginire e marcire, non si può più spegnerli. Non si può seppellirli.”
Trump ha affermato che l’UE accetterà di acquistare 750 miliardi di dollari di energia e di investire 600 miliardi di dollari in più del previsto negli Stati Uniti.
L’Europa sostituirebbe il gas russo con l’acquisto di energia dagli Stati Uniti, per un valore di 250 miliardi di dollari all’anno per il resto del mandato di Trump, ha aggiunto.
Trump ha anche affermato che acciaio e alluminio continueranno a essere soggetti a dazi del 50%.
Come spiega l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) ai dazi del 15% si deve aggiungere la svalutazione del dollaro, che ha perso il 13% rispetto all’euro dall’insediamento di Trump, rendendo i prodotti europei ulteriormente costosi per i consumatori americani. Per un esportatore italiano, sommando dazio e cambio sfavorevole l’onere totale arriva così a un 21%. Un 21% che potrebbe essere inferiore se i dazi al 15% assorbissero quelli precedenti.
Per capire dove si va a parare è necessario conoscere a fondo le clausole dell’accordo.
Secondo Ispi il dazio medio applicato dagli Stati Uniti alle merci europee, che prima di aprile superava solo di poco l’1%, è oggi più che decuplicato. Questo permetterà a Trump di aumentare significativamente le entrate fiscali statunitensi, che potrebbero passare da 7 a 91 miliardi di dollari l’anno solo grazie al dazio europeo. Questa proiezione presume però che l’export europeo resti invariato. Secondo i principali modelli macroeconomici, un dazio medio del 15% causerebbe invece una contrazione delle esportazioni europee verso gli USA del 25-30%, riducendo le entrate doganali a circa 66 miliardi l’anno. Resta comunque un aumento considerevole: quasi 9 volte i livelli pre-Trump 2.
I commenti italiani delle opposizioni sono come al solito da coretto del varietà, dal momento che nessuno di lor signori dice che la von der Leyen, con i suoi mulini a vento, deve andarsene e liberare il campo.
Elly Schlein già prima delle notizie sull’intesa parlava senza mezzi termini di “fallimentare accondiscendenza” nei confronti dell’amministrazione americana. Di “Caporetto” per von der Leyen e Meloni parla il leader M5s Giuseppe Conte, mentre Carlo Calenda definisce “demenziale” il ragionamento della presidente della Commissione e l’intesa una “capitolazione” dell’Europa e Nicola Fratoianni prevede ora un “disastro sociale”.
Giorgia Meloni ha commentato in prima battuta: “Evitato lo scontro frontale. Ok al 15% ma l’Ue aiuti”. E ha parlato di un accordo “sostenibile”, anche se ancora da studiare nei “dettagli”.
Successivamente Giorgia Meloni ha firmato una nota congiunta con i suoi vicepremier, Antonio Tajani e Matteo Salvini, di accoglimento dell’intesa, anche perché se il governo ribadisce di essere “pronto” ad attivare “misure di sostegno a livello nazionale”, anche Bruxelles dovrà fare la sua parte “per quei settori che dovessero risentire particolarmente delle misure tariffarie statunitensi”.
La cosa fondamentale, per i partiti di Governo, era mettere la parola fine all’incertezza.
Per valutare a fondo la portata dell’accordo bisogna vedere bene “le tabelle”, spiegano dal governo, e voce per voce come sarà applicato quel 15% che certo non era l’obiettivo iniziale di Roma, che ancora spera nella formula “zero per zero” per alcuni settori strategici, come l’agrifood. C’è da capire, in sostanza, come verrà applicata la nuova tariffa del 15%, se aggiuntiva o flat (che assorbe, cioè i dazi esistenti), per valutarne l’impatto reale categoria per categoria. E poi ci sono le “esenzioni” su cui un po’ tutti i Paesi europei contano. L’Italia, con Spagna e Francia, preme ad esempio perché siano salvaguardati i prodotti agricoli e le loro derivazioni (come i formaggi a pasta dura e il vino). Ma la chiusura dell’accordo in sé dovrebbe far ripartire l’export che aveva subito una battuta di arresto, dopo la corsa agli stoccaggi iniziali, in attesa di vedere l’esito della trattativa. L’accordo, secondo le forze che sostengono il Governo italiano, “scongiura” una “guerra commerciale” tra Usa e Ue, uno “scontro frontale” tra le due sponde dell’Atlantico che non avrebbe giovato a nessuno, e, anzi, avrebbe avuto effetti “imprevedibili”.





