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IRAN, POTERE AI PASDARAN PER MANTENERE LA GUIDA AGLI AYATOLLAH

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L’osservatore attento degli sviluppi strategici nel Levante si trova oggi dinanzi a uno scenario che rifugge le categorie tradizionali della guerra breve e decisiva. Lo scontro fra Israele e Iran, lungi dall’essere la replica aggiornata di un duello nazionale, si presenta come una manifestazione paradigmatica della logica del logoramento permanente e dell’instabilità funzionale propria dell’attuale sistema multipolare. Nessuno, tra gli attori regionali e globali, persegue realmente la vittoria militare intesa come annientamento dell’avversario; tutti, però, lavorano per condizionare il tempo, prolungare l’incertezza, esaurire la volontà, mettere alla prova l’architettura istituzionale e logistica del nemico, e—attraverso il logoramento—indirizzare la forma e la direzione dell’ordine internazionale.

L’Iran, da questo punto di vista, ha interiorizzato e portato a maturazione la dottrina della negazione e della resistenza stratificata. La struttura militare e politica iraniana non si presta a una rapida decapitazione, né a una conquista del territorio che possa tradursi in una resa. La divisione organica fra esercito regolare e struttura dei Guardiani della Rivoluzione, la duplicazione sistemica delle catene di comando e l’esistenza di centri di potere provinciali e ridondanti, in grado di operare anche nel vuoto istituzionale di Teheran, trasformano ogni piano di attacco frontale in una guerra di posizione senza uscita. La capacità di mobilitare risorse umane—oltre seicentomila effettivi regolari, e fino a un milione di riservisti in settantadue ore—viene moltiplicata da una produzione industriale che privilegia droni, missili e capacità di guerra asimmetrica, dove il rapporto costo/efficacia è sempre sbilanciato a favore della difesa attiva. Gli assetti distribuiti, il principio della “difesa a mosaico”, la possibilità di alimentare simultaneamente conflitti proxy in più teatri esterni, e una sofisticata arte della resistenza urbana, impediscono l’acquisizione di un centro di gravità strategico da parte dell’avversario. Ogni provincia è pronta a combattere come enclave autonoma, ogni catena logistica è duplicata, ogni struttura militare è concepita per il logoramento di lungo periodo e la trasformazione di ogni avanzata nemica in una successione di imboscate e di assedi. La resilienza fisica si somma a una resilienza cognitiva, che ha saputo saldare, in una sintesi funzionale, la componente religiosa e quella tecnocratica, l’ispirazione ideologica degli apparati religiosi e la fredda competenza militare e industriale dei Pasdaran.

Nello sviluppo recente, si assiste al pianificato slittamento di potere interno che—pur senza marginalizzare l’autorità religiosa—affida sempre di più la gestione concreta della crisi e della sopravvivenza del regime agli apparati dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran).

Questa scelta strategica, utile anche per impedire un rovesciamento del potere degli Ayatollah, riflette una lunga tradizione storica secondo cui, in ogni sistema “religiosamente ispirato”, il carisma della guida spirituale sopravvive e dà senso solo nella misura in cui esiste un corpo di soldati e tecnocrati capaci di garantire l’esistenza materiale dello Stato e della comunità. È una dinamica che si osserva sin dall’Egira, dove la funzione spirituale non si è mai tradotta in dominio diretto degli apparati, ma piuttosto nell’ispirazione e nella legittimazione di chi, laicamente, combatteva, amministrava e negoziava la sopravvivenza collettiva. Nel sistema iraniano contemporaneo, questa dialettica si esprime attraverso l’istituzionalizzazione della funzione militare come “assicurazione” del regime: un potere di fatto che, in caso di crisi, si sostituisce al potere di diritto, assicurando la tenuta dello Stato contro tentativi di rovesciamento rivolti ad una sola persona, impedendo nel contempo la dispersione delle leve di comando (cosa invece accaduta in Libia, ad esempio). Il rischio di colpi di stato interni è quindi mitigato da una attuale pluralità di catene di comando, mentre la deterrenza esterna si basa sulla capacità di rendere qualsiasi operazione militare straniera non solo sanguinosa e costosa, ma soprattutto indecidibile e potenzialmente interminabile.

L’Iran rappresenta un crocevia insostituibile nell’architettura del multipolarismo eurasiatico, non per una questione astratta di status regionale, ma per una convergenza oggettiva di interessi energetici, infrastrutturali e politici che legano Mosca, Pechino e Nuova Delhi a Teheran in una trama di dipendenze difficilmente replicabili altrove. Dal punto di vista della Russia, l’Iran è diventato il principale partner strategico per la proiezione verso il Golfo, nonché la piattaforma necessaria per la realizzazione del Corridoio di Trasporto Nord-Sud (International North-South Transport Corridor, INSTC), che collega San Pietroburgo a Mumbai attraverso il Caspio e il territorio iraniano. Nel 2023 il volume di merci transitate lungo l’INSTC ha superato i 17 milioni di tonnellate (+22% rispetto al 2022), mentre il segmento iraniano ha visto investimenti russi superiori a 1,6 miliardi di dollari per il completamento delle tratte ferroviarie Rasht–Astara e Qazvin–Rasht. L’obiettivo russo, nel quadro delle sanzioni occidentali e della necessità di aggirare i colli di bottiglia del Bosforo, è accelerare la messa a regime di una dorsale logistica alternativa che garantisca continuità commerciale anche in caso di blocco degli snodi marittimi tradizionali. La direttrice Volga–Caspio–Bandar Abbas–Arabian Sea non è solo una linea su una mappa, ma una scelta sistemica di sopravvivenza per l’economia russa post-2022.

Per la Cina, l’Iran è il terminale indispensabile per almeno due grandi strategie convergenti. Da un lato, il Paese è parte integrante del China–Central Asia–West Asia Economic Corridor, segmento chiave della Belt and Road Initiative (BRI): attraverso i porti di Bandar Abbas e Chabahar, Pechino accede al mercato mediorientale e, via ferrovia, può collegare i flussi sino-kazaki alle rotte marittime dirette verso l’Europa e l’Africa Orientale. La Cina, nel periodo 2022–2024, ha investito circa 11 miliardi di dollari in progetti energetici, ferroviari e portuali in Iran (fonte: MOFCOM, 2024), e gli scambi bilaterali nel 2023 hanno raggiunto i 14,8 miliardi di dollari, con il petrolio iraniano che, nonostante le sanzioni, copre circa il 9% delle importazioni cinesi di greggio, pari a oltre 32 milioni di tonnellate annue. La presenza di aziende cinesi nella modernizzazione delle raffinerie di Abadan e Persian Gulf Star, nonché nell’elettrificazione della linea Teheran–Mashhad, testimonia la volontà di stabilizzare il Paese come pilastro del sistema logistico sud-eurasiatico. La Cina non è interessata solo all’energia, ma alla “ridondanza strategica”: l’Iran garantisce accesso terrestre e marittimo in caso di escalation sul Mar Cinese Meridionale o nel Pacifico, proteggendo la vulnerabilità delle “string of pearls” attraverso un cuscinetto geopolitico terrestre.

Anche per l’India, la funzione dell’Iran è duplice e crescente. Da un lato, Nuova Delhi è da anni impegnata nello sviluppo del porto di Chabahar, unica infrastruttura internazionale che consenta al subcontinente di bypassare il Pakistan nella proiezione verso l’Afghanistan, l’Asia centrale e, indirettamente, la Russia. Nel 2024 il traffico merci su Chabahar ha superato i 4,5 milioni di tonnellate (+18% sull’anno precedente), e l’accordo firmato tra India Ports Global e la Ports and Maritime Organization of Iran ha esteso di altri dieci anni la gestione indiana del terminal Shahid Beheshti, con investimenti previsti per ulteriori 375 milioni di dollari nel quadriennio 2025–2029. L’Iran è inoltre il secondo fornitore asiatico di gas naturale liquefatto (GNL) per l’India dopo il Qatar, con un flusso di oltre 7 miliardi di metri cubi nel 2023, il che consente a Nuova Delhi di mantenere una diversificazione critica delle fonti rispetto alla vulnerabilità del Golfo e alle tensioni con Islamabad.

A livello di infrastrutture strategiche, il territorio iraniano funge da “ponte” materiale tra i bacini energetici del Caspio, del Golfo e dell’Oceano Indiano. Le pipelines del Neka–Teheran e del South Pars–Assaluyeh garantiscono trasferimento di gas e greggio da nord a sud, mentre la ferrovia Transiraniana (2.000 km da Bandar Torkaman a Bandar Imam Khomeini) collega i flussi transcontinentali. Lo stesso Corridoio di Trasporto Est-Ovest, sostenuto dalla Shanghai Cooperation Organisation (SCO), punta a unire la Cina all’Europa via Tashkent, Ashgabat e Tabriz, riducendo la dipendenza dalle vie instabili ucraine e caucasiche.

Non meno rilevante è la funzione dell’Iran come piattaforma di compensazione finanziaria, specie dopo l’ingresso formale nel gruppo BRICS avvenuto nel 2024. La Banca Centrale iraniana ha siglato intese con Pechino e Mosca per la compensazione delle transazioni in yuan e rubli, riducendo l’uso del dollaro USA e incrementando la capacità di resistenza alle sanzioni occidentali. Nel secondo semestre 2024 oltre il 37% degli scambi sino-iraniani è stato regolato in valuta locale o in stablecoin digitali, con un effetto sistemico sulla tenuta del sistema di pagamenti alternativo a SWIFT.

Sul piano geopolitico, l’Iran agisce come “pivot di vulnerabilità” e ridondanza, catalizzando investimenti in sicurezza energetica, logistica e finanziaria. Qualsiasi attacco o destabilizzazione delle infrastrutture iraniane produce ricadute immediate sui costi di trasporto via terra e via mare fra Russia, Cina, India ed Europa. Nel maggio 2024, la chiusura per quarantotto ore del terminal di Bandar Abbas in seguito a un attacco sabotatore ha causato un rialzo del 5,7% dei costi di spedizione su tutte le rotte Caspio–Oceano Indiano (dati UNCTAD 2024) e un temporaneo incremento dei premi assicurativi sulle petroliere in transito nello Stretto di Hormuz. Una perdita sistemica della funzione iraniana nel sistema eurasiatico costringerebbe Russia e Cina a rafforzare corridoi secondari (Transcaspico, via Kazakistan e Georgia) più vulnerabili a interruzioni, più costosi e meno scalabili.

Nel disegno multipolare, quindi, l’Iran non è solo un partner: è il “modulo obbligato” senza cui la convergenza degli interessi russo-cinesi e indiani rischia di rompersi, e l’ordine eurasiatico di frammentarsi in sottosistemi più fragili, costosi e instabili. La funzione di snodo energetico, logistico, infrastrutturale e finanziario, unita a una capacità di resilienza interna non replicabile da nessun altro attore della regione, fa dell’Iran una leva strutturale del multipolarismo reale. La sua destabilizzazione produrrebbe effetti a catena non solo sul prezzo dell’energia o sulle tempistiche di trasporto, ma sulla stessa credibilità delle alternative al sistema occidentale di scambi e regole.

Gli attacchi mirati alle infrastrutture commerciali e strategiche, che si sono moltiplicati negli ultimi giorni, rappresentano quindi la prosecuzione di questa logica di contrasto: si tratta di operazioni che non mirano a distruggere la capacità di combattere dell’Iran, quanto a logorare la capacità di far funzionare le dottrine avverse, attraverso il danneggiamento economico e strategico dei grandi avversari. Ogni bomba su una ferrovia, su un porto, su una raffineria, produce effetti che vanno ben oltre la semplice interruzione dei flussi materiali; mette in discussione la continuità infrastrutturale eurasiatica, obbligando Cina e Russia attori a riflettere sul costo di una partecipazione indefinita alla ricostruzione e alla protezione delle reti logistiche persiane.

Tali azioni obbligano l’avversario a riposizionare i propri vettori di influenza attraverso altri luoghi geografici ed economici (mercati).

In tale contesto, il confronto israelo-iraniano si distingue dal conflitto tra India e Pakistan osservato sul fronte himalayano poche’ questo era un proxy per la misurazione e la validazione di sistemi d’arma, software, dottrine d’impiego, e capacità di adattamento delle potenze sponsor. L’abbattimento di droni, il successo o il fallimento dei sistemi di difesa antiaerea, la sopravvivenza di reti di comando decentralizzate, sono tutte metriche utilizzate per valutare la robustezza dei modelli industriali e strategici che ciascun blocco globale intende proiettare oltre i propri confini. In questa “guerra di laboratorio”, la tecnologia si sostituisce all’ideologia come principale vettore di confronto, e il valore di ogni scontro non si misura più in chilometri conquistati o in vittime inflitte, ma nella capacità di assorbire, apprendere, adattare, integrare lezioni operative in tempo reale. Con l’Iran il gioco è più profondo, come abbiamo visto, perché coinvolge più profondamente, anche se mai direttamente, gli attori veri. 

L’aspetto centrale del sistema è che, nessun conflitto e’ regionale. I conflitti che sembrano confinati entro il perimetro di un confronto tra Paesi in realtà sono funzionali a rappresentare un confronto indiretto tra le grandi forze geopolitiche contrapposte.

Nessuna potenza vera, nel quadro attuale, è realmente pronta a una guerra su vasta scala: le dottrine di deterrenza globale sono ancora fondate su sistemi industriali e politici non adeguati a sostenere uno scontro violento e diretto fra pari, come le analisi confermano.

La gestione dell’altro (della potenza terza), facendo cantar i cannoni anche al fine di rendere meno efficaci le dottrine delle Tre Guerre e Gerasimov, quindi, passa e passerà attraverso la moltiplicazione di focolai regionali a intensità controllata, in cui l’obiettivo non è la risoluzione, ma la massimizzazione dell’incertezza e la produzione di un logoramento gestibile delle capacità avversarie.

Israele e Iran—come già avvenuto per decenni tra India e Pakistan—non sono altro che le punte visibili di un iceberg strategico le cui dimensioni reali sono determinate dai vettori di potenza che attraversano Eurasia, Medio Oriente e Indo-Pacifico.

La prospettiva più realistica per il prossimo decennio è quindi quella di una sequenza ininterrotta di guerre di questo tipo, in cui la frequenza degli scontri cresce mentre la loro capacità di produrre effetti risolutivi si riduce.

Nessuno può invadere l’Iran senza esporsi a una guerra attrizionale senza fine; nessuno può assicurare la sicurezza assoluta di Israele in un contesto di saturazione missilistica e di proliferazione delle minacce asimmetriche.

Questa è la vera indicazione che ci deve dare lo scontro israelo-iraniano: non la possibilità di una soluzione definitiva, ma la visibilità di un futuro, nei prossimi dieci anni, costellato da guerre così, in cui ogni vittoria è temporanea, ogni stabilità è precaria, e ogni protagonista è costretto a negoziare giorno per giorno la propria permanenza nel sistema.

  • International Institute for Strategic Studies (2025) The Military Balance 2025. Routledge, London.
  • United Nations Conference on Trade and Development (2024) Review of Maritime Transport 2024.
  • Ministry of Commerce of the People’s Republic of China (2024) Outbound Investment and Cooperation Report.
  • Indian Ports Global Limited (2025) Annual Traffic Report, Chabahar.
  • Bank Markazi Iran (2024) Financial Stability Report.
  • World Bank (2024) Global Economic Prospects.
  • Asian Development Bank (2024) Key Indicators for Asia and the Pacific.
  • Shanghai Cooperation Organisation (2024) Annual Report on Regional Connectivity.
  • Marco Palombi (2025) Storie di un futuro possibile
  • Marco Palombi (2025) Droni sull’Himalaya (Alessandria Today)
  • Marco Palombi (2025) Iranian Military Doctrine and Structure (Alessandria Today)

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  • Redazione

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