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ECCO COME SI FORMANO LE TIRANNIDI

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«Ecco, secondo me, come nascono e donde nascono le tirannidi. Esse hanno due madri. Una è l’oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L’altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l’inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi.
Allora la gente si separa da coloro cui fa colpa di averla condotta a tanto disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza, che della tirannide è pronuba e levatrice.
Così muore la democrazia: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo.» (Platone – “la Repubblica” – capitolo VIII)
Quanto siamo distanti da questo scenario di Platone? Proviamo a riportarlo ad un oggi concreto, dove entrambe le “sciagure” temute esistono e si muovono convergendo su punti di non ritorno.
Contro la democrazia agiscono oligarchie, pericolosamente vicine a diventate quelle satrapie citate: governi ed economie sempre più soggetti a “nominati” e non ad eletti, possessori di conoscenze – sapere, linguaggi, algoritmi – che i popoli conoscono solo in minima parte (e che per sciocco pregiudizio sono considerate non appartenenti alle masse) che agiscono per conto di un impero finanziario, certo non monolitico ma coevo quando sono toccati interessi della “casta”, in un gioco di risiko che comprende anche guerre ma che ha alla sua base commercio, finanza, o più semplicemente affari. Una infinità di soldi e di legami. Possono prendere per fame chiunque.
Ma le democrazie che si avvitano su se stesse finiscono per aiutare il lavoro delle oligarchie. La sete di libertà, per restare alle categorie indicate da Platone, viene strumentalizzata e dunque avvilita. Quando si parla di democrazia, la libertà è quella dei consessi sociali che viene prima di quella individuale se esse collidono. Ed è da tempo che non si fa niente perche questa collisione non avvenga. Per quanto riguarda l’insipienza dei “capi”, che determina grandi discussioni, parole senza poi azioni e dunque immobilismo, chi ha deciso di distruggere un’intera classe dirigente, non so se volontariamente o meno, ha posto le basi per la sfiducia completa nella Politica; e, per la inazione di chi li ha sostituiti, a cascata, la sfiducia nelle stesse istituzioni. Si, oggi il gruppo dirigente è mediamente scadente. Ma è scadente solo il gruppo dirigente politico, perché quello della finanza, delle grandi imprese, delle lobby è a livelli altissimi. Costa molto: ma a pagarlo non c’è problema. Si chiama retribuzione, non corruzione. I suoi componenti fanno quello per cui sono stati istruiti e poi assunti. E, quando serve, qualcuno va a fare il salvatore di qualche patria: “ottimati nominati” li chiama un mio amico, ed io concordo anche se non sono d’accordo con tutti i nomi che fa. E quando qualcuno diventa riferimento di gruppi dirigenti politici, o esso stesso dirigente politico, il corto circuito è innescato.
Ritorno alla mia domanda: quanto siamo lontani da quella invettiva? Lo sviluppo politico dell’intero mondo è davanti ai nostri occhi: ha il sapore amaro del sarcasmo per quanto fin qui fatto e sbagliato. E vi è un moto di rivolta: l’alba di una nemesi. Ed è condito da una violenza che ricorda quelle peggiori della storia.
Popper e tutto il novecento hanno condannato Platone e le sue idee. Confondendo forse illuminismo con totalitarismo. “La società aperta è inferiore a quella totalitaria platonica, ma ha conoscenza della propria inferiorità e sa correggersi cambiando in continuazione” sostiene Popper. Vero: ma quei popperiani vivevano in anni nei quali non ancora la Politica è per principio cosa sporca, i politici sono per principio degli arrivisti mangiafranchi, il gossip è più importante della informazione, le minoranze qualcosa da coccolare a scopi elettorali anche a costo di stravolgere il senso dello Stato e della comunità. Dove non si parla ma si litiga, non si impreca ma si bestemmia, dove non c’è il contraddittore ma il nemico da distruggere, dove la violenza nasce dalle frasi più semplici, si alimenta di social e relativi selfie e annega infine nel delitto, nel femminicidio e nell’operaiocidio. Anche le morti bianche, quelle sul lavoro, sono violenza che non percepiamo neanche più come tale: e sono conseguenza del clima di violenza. Che nasce da una morale fradicia. E può una società così correggersi e cambiare?
Io dico che dobbiamo. Non so se riusciremo, ma dobbiamo. Ma è da qui che dobbiamo partire. La quasi totalità dei nostri comportamenti è sbagliata: e dobbiamo esserne consci. La “consapevolezza” della debolezza democratica di Popper va rivitalizzata. Si, la democrazia è forte perché ha nel suo DNA il sapere correggersi. Altrimenti vince il totalitarismo. Il primo passo è cambiare, cioè corregere, noi per chiedere di cambiare ad altri. Ed insegnare la democrazia, dopo esserci pentiti del malfatto, alle nuove generazioni.
Ringrazio i tanti amici, anzitutto Alessandro Roazzi e Sergio Pizzolante, autorevoli penne anche di questo giornale, per gli stimoli che mi hanno fornito.

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  • Redazione

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