
Il primo riguarda l’origine stessa di questa guerra: alcuni sembrano vederla come un atto a sé stante, una sorta di aggressione israeliana unilaterale. Credo invece importante sottolineare l’ovvio, ossia come Israele e Repubblica islamica dell’Iran siano in uno stato di ostilità che risale almeno al 1979, che da allora si è progressivamente aggravato, con diverse operazioni di sabotaggio, uccisioni mirate e rai aerei da parte israeliana e, ancor più, varie forme di guerra per procura iraniana, soprattutto con Hezbollah e Hamas.
Dal 7 ottobre è stato fatto un salto di qualità, tanto che ho sempre parlato di una più ampia guerra israelo-iraniana che si svolge su diversi fronti (Gaza, Libano, Yemen, Siria, lo stesso Iran), fino ad arrivare ad attacchi diretti nello scorso anno, ad aprile, il 31 luglio con l’eliminazione di Haniyeh a Teheran e poi di nuovo a ottobre.
Tenere conto di questa prospettiva più ampia chiarisce anche il secondo equivoco, quello per cui Israele debba conseguire risultati decisivi in breve tempo, altrimenti sarebbe una sconfitta. Ebbene, ciò non mi pare necessariamente vero né per lo stato di Israele in quanto tale, né per la regione nel suo complesso: si tratta di un’ostilità di portata strategica e di ampio respiro, nel quadro della quale possono andare benissimo azioni di forte degrado delle capacità militari, economiche e operative del regime iraniano, anche se non portassero a risultati decisivi. Il programma nucleare è stato certamente colpito in profondità e le capacità di Teheran in questo senso sono fortemente ridotte. Altrettanto importanti i colpi subiti dall’apparato militare, con l’eliminazione di figure apicali, la distruzione delle difese aeree e dei centri di osservazione e comando, senza contare la distruzione almeno parziale dell’arsenale missilistico; tutto questo, stabilendo un’assoluta superiorità aerea a oltre 1.000 km di distanza e subendo, dalla reazione missilistica iraniana, danni molto contenuti alle città israeliane, peraltro ottenendo anche la giustificazione per intensificare gli attacchi, dato che gli iraniani hanno messo sotto tiro indiscriminato le città e i civili israeliani.
A guardare i risultati: l’anno scorso, l’Iran ha sostanzialmente perso tutto il terreno guadagnato dal ritiro americano dall’Iraq (2011) in poi. Quest’anno, non solo ha già subito gravi danni, ma è sostanzialmente alla mercé dell’aviazione israeliana, che conferma la sua schiacciante superiorità tecnologica e operativa. La situazione è peculiare, nel senso che gli israeliani possono tranquillamente scegliere gli obiettivi da colpire (e, nonostante tanti bullonari che si appassionano alle faccende più tecniche, il fatto che non abbiano superbombe come le GBU-57 vuol dire poco, quando possono colpire gli obiettivi tutte le volte che vogliono e distruggere ogni accesso alle installazioni sotterranee) e smantellare tutte le capacità iraniane pezzo dopo pezzo; d’altra parte, possono fare “soltanto” questo.
Ovvio che Israele non sarebbe in grado di occupare l’Iran; del resto, dovrebbe essere chiaro che nessuna forza armata di terra al mondo sarebbe in grado di farlo. Altrettanto ovvio che non potrebbe fare nulla più che qualche incursione, attentato o colpo di mano, magari su centri nevralgici, ma certo non mettere fuori gioco una struttura così ramificata e radicata come quella del regime iraniano. Il cambio di regime dipende solo dalle capacità dell’opposizione interna (che non sembrano all’altezza), non certo dalla campagna aerea.
Qui si coglie la differenza tra gli obiettivi di Israele e quelli del suo attuale governo. L’interesse generale potrebbe essere ampiamente soddisfatto se, nel giro di una o due settimane, si dichiarassero raggiunti tutti gli obiettivi prefissati e si sospendessero unilateralmente le operazioni, fermo restando che si riprenderebbe con rinnovata lena se gli iraniani non se ne stessero “cheti e ammodino”.
Bibi e i suoi sodali, invece, hanno bisogno di una vittoria totale, di un trionfo da esibire per avere qualche speranza di non essere cacciati alla prossima tornata elettorale. Solo così potrebbe compensare il disastro del 7 ottobre e quello degli ostaggi, senza contare i mille tentativi di gigantesche forzature in politica interna e sugli assetti costituzionali.
Oggi, tutti i nemici di Israele sono messi molto peggio rispetto all’inizio della guerra ed è molto probabile che, alla fine delle operazioni, anche il regime iraniano si trovi, come Hamas e Hezbollah (o come Saddam Hussein dopo Desert Storm), ad avere come problema fondamentale quello di rimanere in sella, altro che fare lo spiritoso in giro per il Medio Oriente.
La situazione va benissimo ai sauditi e, di conseguenza, a tutti gli arabi del Golfo e al resto della regione, che vogliono esattamente questo: un Iran a cuccia con tutti i suoi sottoposti, senza dover gestire pericolosi vuoti da cui potrebbero venire nuove minacce. Non c’è da stupirsi, allora, delle nuove aperture che vengono da Jeddah, come attesta un articolo di I24, emittente israeliana molto presente e attenta alle dinamiche della regione (è il primo canale israeliano a trasmettere anche negli Emirati e la rete in inglese più seguita in tutta la zona) e che metto qui alla fine.
Perciò mi pare che la domanda vera mi pare una che abbiamo visto poco in giro: se e quando lo stato maggiore israeliano dichiarerà la Mission accomplished, cosa si potrà inventare Netanyahu?





