
di Paolo Zanotto
Premessa
Nelle fonti tradizionali cabalistiche, si trova una leggenda simbolica tramandata oralmente in seno alle correnti esoteriche. Secondo la narrazione, il manoscritto del Séfer ha-Zohar venne nascosto in una grotta vicino a Zephath e dopo molti secoli venne riscoperto da alcuni Arabi della zona; uno dei cabalisti del luogo che acquistò del pesce al mercato si accorse che questo era avvolto nelle pagine dello Zohar e ne recuperò i pezzi per ricomporli[1]. Anche Natan Bergson, ad esempio, racconta la leggenda del ritrovamento fortuito del maggior testo cabalistico nel 1275 «in Spagna in un mercato arabo, dove i mori ne utilizzavano le pagine per incartare il pesce»[2]
Nei commenti sullo Zohar (inclusa la sua introduzione), Baal HaSulam riporta questa storia come tradizione cabalistica: la raccolta delle pagine dal mercato ebraico e il successivo passaggio alla vedova di Moisés de León (Moshe ben Shem-Tov). Rabbi Michael Laitman, a sua volta, riporta una variante della storia anche nel proprio commentario: «Il libro dello Zohar fu tenuto nascosto per 1100 anni in una grotta nei pressi di Meron, dal giorno in cui fu scritto fino a quando un Arabo lo trovò e lo vendette in un mercato come carta da imballo. Alcuni fogli laceri finirono nelle mani di un saggio, che riconobbe e apprezzò il valore di ciò che vi era scritto. Dopo una lunga ricerca, l’uomo raccolse molte delle sue pagine fra i rifiuti e altre ne acquistò da venditori di spezie, che avvolgevano la merce nelle pagine dello Zohar. È stato grazie alla raccolta di questi fogli che il libro (così come lo conosciamo oggi) è stato ricompilato»[3].
Di fronte a una simile storia, dal valore altamente simbolico, la prima cosa da chiedersi dovrebbe essere: che cosa può voler significare? Una lettura simbolico-esoterica alternativa ma coerente e attendibile del racconto secondo cui lo Zohar sarebbe stato ritrovato in un mercato islamico, dove i Mori ne usavano le pagine per incartare il pesce e le spezie, può essere sviluppata secondo diverse direttrici allegoriche, riconducibili a una concezione ciclica della Tradizione, alla dottrina dei veli e alla funzione “paradossale” del profano nel custodire il sacro, come avvenne ad esempio con le narrazioni fiabesche raccolte e tramandate dal folklore popolare nelle cui storie si celava il simbolismo della tradizione ermetica.
L’oblio della Sapienza e la decadenza ciclica
Il fatto che il Libro dello Splendore venga “ritrovato” in un mercato e in uno stato degradato (con le pagine strappate, impiegate per usi profani) allude alla caduta della Conoscenza sacra nel corso dei cicli cosmici. Ciò simboleggia il passaggio dall’Età dell’Oro all’Età del Ferro, in cui la sapienza si eclissa, viene dimenticata o, peggio, profanata. Tuttavia, essa non si estingue mai del tutto, ma si conserva, occultata, in luoghi insospettabili.
Il mercato, luogo del commercio e della dispersione per antonomasia, rappresenta il dominio del mondo esteriore e molteplice, l’opposto del centro sacro: è lo scenario della modernità spiritualmente decaduta. Eppure, proprio lì – nella frantumazione della Verità in pezzi – si può ancora cogliere un frammento dell’unità perduta, se si possiede l’“occhio per vedere”.
L’Islām come “velo necessario” del mistero ebraico
Il fatto che siano i Mori musulmani a maneggiare inconsapevolmente lo Zohar suggerisce che l’Islām abbia svolto, in una certa fase storica, la funzione di “custode velato” della Tradizione primordiale. Anche se in forma deformata o inconsapevole, la Tradizione non si perde, ma si nasconde sotto forme che sembrano estranee o addirittura profane. In questo senso, l’Islām – specialmente nella sua forma esoterica del Sufismo (taṣawwuf) – può essere considerato un velo del mistero abramitico, così come è stato per il cristianesimo nei confronti del giudaismo messianico originario.
Tale idea si riflette in una dottrina esoterica ben nota: il velo come protezione. Il “segreto” (sod) non può essere esposto senza mediazione. E allora l’Islām, nelle sue apparenze esteriori, incarta – cioè copre, cela e protegge – il contenuto segreto della Qabbalah ebraica, in attesa che l’adepto venga a strapparne il velo.
Il simbolo della Conoscenza nascosta nei luoghi più umili
Il pesce è un archetipo potentissimo in tutte le tradizioni, emblema della “conoscenza abissale” (in quanto vive nell’acqua, elemento dell’inconscio e del mondo sottile). Nei Vangeli, i pescatori divengono “pescatori di uomini” (Mt, 4, 19; Mc, 1, 17; Lc, 5, 10); nel simbolismo alchemico il pesce è spesso associato al Mercurio e alla materia prima.
In questo racconto, il pesce incartato con le pagine dello Zohar simboleggia la gnosi (pesce) avvolta nella dottrina (testo sacro), ma maneggiata senza comprensione dai profani (mercanti mori). È un potente paradosso: la Verità è lì, visibile, concreta, ma viene impiegata per scopi banali, perché l’occhio interiore è cieco. Soltanto l’iniziato – in questo caso Moses de León – riconosce il valore del frammento e lo raccoglie, lo ricompone, lo trasfigura.
In alcune versioni, come visto, si citano anche le spezie, per di più in un contesto islamico. Si rifletta, in merito, sulla Storia di ʿAlī Bābā e dei quaranta ladroni, di origine persiana, dove il protagonista (il cui nome evoca una “porta”) tramite la recitazione di una formula magica – «Apriti, Sesamo! / Chiuditi, Sesamo!» – era in grado di aprire o chiudere un varco nella roccia che dava accesso a una caverna in cui era celato un tesoro. Non occorre, qui, sottolineare la connessione storica fra la Persia e la lingua aramaica. Già che siamo in argomento, si noti pure come la parola araba simsima, tradotta con “sesamo”, non designasse soltanto la spezia ma fosse anche un termine “gnosico”, cioè destinato ad aprire la mente alla meditazione ed alla conoscenza: lo Shaykh al-Akbar la definisce “una gnosi troppo fine per essere espressa”.
Moses de León come archetipo dell’alchimista o del restauratore del centro
Il personaggio che ritrova le pagine è Moses de León, figura ambivalente, sospesa fra iniziato, mequbal e compilatore. Da una prospettiva simbolica, egli incarna l’archetipo del restauratore della Sapienza perduta: colui che ricompone ciò che è stato disperso, come l’alchimista che raccoglie la materia dissolta (solve) e la riunisce (coagula).
Il gesto di recuperare le pagine in un mercato non è solo un atto filologico o spirituale: è il simbolo dell’Opera alchemica, della redemptio, della trasmutazione del volgare in sacro. È anche un richiamo alla dottrina islamica dell’“occultamento” (ghayba): ciò che è nascosto non è perduto, ma attende la sua riapparizione nel tempo destinato.
Sintesi ermetico-esoterica
In conclusione, l’intera vicenda può allora essere letta come allegoria della Verità esoterica che, dopo essere caduta in stato di oblio e manipolazione profana, viene riconosciuta e riscattata da un individuo spiritualmente qualificato. L’Islām funge da “velo” (ḥijāb), il mercato rappresenta il mondo molteplice e disperso, il pesce è il “logos vivente” (non a caso fu anche simbolo di “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”), e lo Zohar rappresenta la Tradizione primordiale frammentata ma indistruttibile.
In ultima analisi, la storia non narra semplicemente un aneddoto di trascuratezza culturale, ma rappresenta una parabola della conservazione occulta della Verità, la quale, anche se degradatasi nel tempo e nello spazio, non cessa mai di parlare a chi ha orecchi per intendere.
[1] «Legend has it that the manuscript of The Zohar was hidden in a cave near zephath, and after a few centuries was discovered by Arabs living in the area, who were delighted to find paper— which was a rare commodity in those days. When one of the Kabbalists of zephath bought some fish in the market, he was astounded to discover the contents of the text of The Zohar on the wrapping paper of the fish. As soon as he discovered it, he bought all the “wrapping paper” that was still available and compiled the pieces into a book»: Michael Laitman, Unlocking The Zohar, Toronto (ON) – New York (NY), Laitman Kabbalah Publishers, 2011, Part I, Chapter 4: A Ladder to The Zohar, p. 49.
[2] Натан Бергсон, Каббала. Божественное откровение. Советы Истинного Пути, Москва, Вектор, 2007, trad. it. Natan Bergson, La via della Kabbalah. Consigli per la vita quotidiana, Roma, Editrice Atanòr, 2009, p. 20.
[3] «The Book of Zohar was concealed for some 1,100 years in a cave near Meron, since the day it was written, until an Arab man found it and sold it in the market as wrapping cloth. Part of the torn sheets fell into the hands of a sage, who recognized and appreciated the value of the writings. After a long search, he recovered many sheets from refuse bins or bought them from spice vendors, who were selling their merchandise wrapped in the sheets of The Zohar. It was out of these recovered sheets that the book (as we know it today) was compiled»: The Zohar: annotations to the Ashlag Commentary, Toronto (ON) – New York (NY), Laitman Kabbalah Publishers, 2009, pp. 16-17, trad. it. Zohar. La Luce della Kabbalah, Traduzione e commento di Michael Laitman, Milano, Urra – Apogeo, 2011, p. xxi.





