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GRETA TUMBERG E LA PROPAGANDA PRO PAL

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di Sergio Restelli

Il personaggio pubblico Greta Thunberg è stato oggetto di molte narrazioni, mitologie, e vere e proprie isterie mediatiche. Ma l’ultima vicenda della sua presenza a bordo della Freedom Flotilla intercettata dalla marina israeliana ha portato il teatro globale della propaganda a nuovi, strabilianti picchi.

Da eroina dell’ecologismo planetario a suffragetta della propaganda antisemita, come l’ha definita Israel Katz: un salto narrativo degno delle migliori penne di George Orwell o dei peggiori tweet post-ideologici del XXI secolo.

Greta, la Giovanna d’Arco del clima… e adesso del kebab politico

Ricordiamocela, Greta: la ragazza con le trecce, il cartello in cartone, lo sguardo torvo e l’accento svedese da villain di James Bond. In un mondo in cui gli adolescenti scrollano TikTok, lei si presenta all’ONU con la faccia da chi ha letto Kant a dodici anni, e lancia ai potenti della Terra il suo famoso “How are you?”, che oggi, a quanto pare, sarebbe meglio tradurre come: un come osi negare gli aiuti umanitari a Gaza?

Ora, improvvisamente, secondo il governo israeliano, Thunberg non è più la Cassandra del cambiamento climatico, ma una portabandiera delle milizie fondamentaliste. Non più una pasionaria dei ghiacci polari, ma la testimonial di uno yacht da selfie in salsa radical chic-palestinese, un tragico downgrade da Premio Nobel mancato a comparsa in un reality geopolitico.

Dalla CO₂ a Hamas: è il salto quantico della narrazione.

Ma com’è che si arriva da Greta che piange per i ghiacciai a Greta che naviga per Hamas? È un passaggio affascinante nella scienza della propaganda: quando la tua figura pubblica sfida un sistema di potere,  quel sistema reagisce con un repertorio ben collaudato.

O sei utile (e allora sei un’eroina) o diventi tossica, e allora sei una strega.

In questo caso, Greta diventa una specie di Rosa Luxemburg dei nostri tempi (ma in versione biologica e senza carne rossa). Viene inquadrata come simbolo di una sinistra mondialista che non ha ben chiaro dove finisce l’empatia per i civili e dove comincia il sostegno al terrorismo. D’altronde, cosa ci vuole a far passare chi porta latte in polvere per un emissario di Hamas?

Basta la giusta didascalia su X e una foto sfocata con una kefiah.

Ironie del destino: panini e propaganda

Il climax lo raggiungiamo con una soldatessa israeliana che offre un panino a Greta. La scena viene immortalata con più zelo di un documentario di National Geographic. La Thunberg sorride. Sì, proprio lei, la minacciosa attivista “antisemita”, sorride davanti a un panino (di che tipo, non è dato sapere, ma immaginiamo hummus free, per evitare l’accusa di appropriazione culinaria).

Ed ecco: la lotta tra civiltà e barbarie, democrazia e terrorismo, viene riassunta in una foto su X con una ragazza svedese che, rapita in acque internazionali secondo la sua versione, ride con un panino in mano.

L’atto finale del dramma è così assurdo da sembrare scritto da Armando Iannucci.

L’epopea della Madleen: yacht o zattera di propaganda?

La “Freedom Flotilla” diventa la nuova Arca di Noè del dissenso umanitario, che però viene letta da Tel Aviv come una nave corsara dell’ideologia woke.

Il comunicato israeliano che liquida la spedizione come “lo yacht delle celebrities” è un capolavoro di sarcasmo istituzionale: «La piccola quantità di aiuti che non è stata consumata dalle celebrities verrà consegnata attraverso canali umanitari reali». Tradotto: “Grazie, ma fatevi da parte, la beneficenza la facciamo noi armati fino ai denti”.

Una nota seria (per quanto possibile)

Accusare Greta Thunberg di antisemitismo senza prove, sulla base della sua solidarietà per i civili palestinesi, è un atto pesante e pericoloso, che svuota il termine di significato e lo riduce a clava retorica.

L’antisemitismo è una minaccia reale, profonda, storicamente radicata.

Usarlo come insulto generico per chi critica le politiche del governo israeliano è una forma moderna di abuso semantico.

E se anche Greta avesse commesso l’ingenuità politica di posizionarsi con troppa leggerezza, confondendo Hamas con Gaza (o il contrario), ciò non giustifica l’inabissamento nel ridicolo delle istituzioni coinvolte.

Ci sono, banalmente, modi più seri di gestire dissenso e attivismo.

Conclusione: la tragica commedia dell’attivismo

In tutto questo, Greta Thunberg diventa una figura tragicomica della post-verità contemporanea. Da adolescente svedese preoccupata per il futuro del pianeta, a passeggera di una zattera ideologica in cui ogni gesto viene amplificato, distorto, ridicolizzato o demonizzato. Una suffragetta, sì, ma non dell’antisemitismo. Piuttosto della confusione morale del nostro tempo, in cui ogni azione simbolica viene trasformata in guerra culturale.

Una giovane donna che crede che fare qualcosa sia meglio che stare zitti.

E questo, forse, è il peccato più grande in un mondo dove il cinismo è la vera religione globale.

Autore

  • Redazione

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