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DIRITTO INTERNAZIONALE E DECOLONIZZAZIONE

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di Guido Broich

Non è possibile negare che attualmente nel mondo prevale una lenta ma inarrestabile estensione delle instabilità politiche e militari. E’ sempre più evidente che i mezzi diplomatici, congelati dal 1945, mostrano i limiti della loro età. Molti conflitti evolvono in contrasti militari, più o meno localizzati. La gran maggioranza di questi non arriva nemmeno fino ai canali ufficiali di informazione, focalizzati sui due o tre argomenti che sono di interesse ideologico al momento, come la guerra, provocata!, in Ucraina e il conflitto israelo-palestinese. Senza voler entrare nei singoli contenziosi, quel che emerge a sistema è la crescente instabilità e insofferenza dei paesi esterni allo storico nucleo di potere anglosassone, emerso dalla Seconda Guerra Mondiale, verso i parametri di diritto internazionale definiti nel periodo 1944-1945 e culminati nella Carta dell’ONU.

Per comprendere meglio quel che sta succedendo bisogn aanzitutto ricordare che allora il mondo era diviso in pochissime aree di influenza governate da pochi attori veri. Eliminati definitivamente dalla piattaforma geopolitica internazionale Giappone, Germania e Italia, tollerati ma ridotti ai minimi termini i francesi, si incontrano a Yalta in sostanza solo due poteri. Da una parte l’Unione Sovietica, emersa vincitrice dalla guerra ma molto indebolita e strutturata in una organizzazione politica ed economica del tutto diversa e sostanzialmente isolata. Dall’altra il mondo anglosassone dominato dagli Stati Uniti, con la sua visione politica ed economica.

L’Africa coloniale, la Cina in guerra civile, l’India sotto il tallone britannico, il mondo musulmano delle tende dei beduini prima dell’arrivo dei petrodollari e il sudamerica dominato dalla Dottrina Monroe, non avevano alcuna voce in capitolo.

La dottrina della “inviolabilità dei confini” stabilita allora rispecchia questi interessi: è ovvio che i paesi vincitori avessero per primo interesse la stabilizzazione di uno status quo, qualunque esso sia.

Per questo concetto esiste un precedente importante, la Confrenza di Vienna del 1815. Caduto Naopleone i poteri europei, spaventati dalla impensabile, imprevista, sconvolgente epopea del Generale Corso, avevano due grandi fini da raggiungere: il primo era dividersi le spoglie dell’Impero napoleonico, e questo è attività normale per i vincitori dopo un a guerra. Ma vi era un secondo argomento, abbastanza nuovo: la decapitazione di Luigi XVI aveva terrorizzato tutti. Del resto finora, dai tempi dei vecchi romani, il potere era stato esercitato da chi vinceva le guerra, la legittimazioine era data dalla spada. Francesco Sforza era un popolano pugliese che sale la scala del potere per virtù della sua capacitàù  militare e una volta arrivato al potere nessuno ne avrebbe contestato la legittimità. Gli Imperatori Romani non erano ereditari, ma elettivi, se mai il vecchio imperatore adottava un suo candidato, per favorirne l’elezione. Questo principio aveva portato al potere Napoleone ed allora le famiglie coronate d’Europa si inventano il concetto di “legittimità dinastica”, cosa del tutto senza valore prima. Il concetto era che solo chi era di una famiglia regnante nel 1815, poteva mai aspirare legittimamente al potere, sperando così di bloccare la strada a tutte le “new entry”. Ancora oggi i vari “aspiranti al trono” si giustificano per questo concetto di legittimità del 1815, quando invece il potere reale è sempre a disposizione di chi lo sa prendere, non di chi lo pretende.

Nella Carta dell’ONU si ripete il concetto. Non avendo più famiglie regnanti da difendere, ci si concentra sui confini. Nasce il concetto della “inviolabilità dei confini”, cosa abbastanza ridicola se si guarda la storia reale del genere umano. Il potere dominante anglosassone voleva congelare di fatto il proprio dominio. Ai sovietici andava bene, dato che il loro concetto di espansionenaturale era basato non sulla idea di conquista militare, ma presa di potere rivoluzionaria interna attraverso un processo preciso di destabilizzazione prima e colpo di stato dopo, seguiti dalla “volontaria” affiliazione alla madre sovietica, come visto in Ungheria, Bulgaria, Romania, Cecoslovacchia e Polonia. La Germania dell’Est era territorio occupato, per cui non vi era bisogno di alcuna rivoluzione.

In un mondo strutturato come allora questo poteva anche funzionare. Ma poi venne l’epoca della decolonizzazione, con confini tirati con la penna sui tavoli di Londra e Parigi, la rivoluzione in Cina e la liberazione dell’India, la rivoluzione di Cuba con la presa di coscienza dei paesi sudamericani di non voler essere gestiti a distanza come fossero colonie dagli USA.

Alla fine poi avvenne la implosione e dissoluzione dell’Unione Sovietica, la cui liquidazione libera molti paesi da tallone della dittatura comunista.

In sostanza i “confini inviolabili”, stabiliti a tavolino e spesso senza alcuna ragione culturale, etnica o popolare, disegnati da un potere mondiale unico, oggi non sono più accettabili da molti paesi che allora li dovettero supinamente subire. Questo vale ovunque: nell’Arabia, divisa in paesi artificiali in base alle aree di influenza francese e inglese, nell’Africa, con confini stabiliti in base ad interessi coloniali europei addiritttura a fine ottoccento, e nella stessa Europa, dove il principio tanto sottolineato da Wilson a Versailles della autodeterminazione dei popoli è stato ampiamente disatteso in base agli equilibri di potere dopo il 1945. Un’Europa dove la stessa “pulizia etnica”, tanto richiamata oggi anche in chiave propagandisctica, è cosa ben nota: basti pensare alla espulsione dei tedeschi dall’attuale Polonia e dei Polacchi dalla parte della Polonia incamerata da Stalin, che di fatto ha spostato un intero paese di 200 km a ovest, ripulendolo da chi vi abitava.

Oggi questi concetti da slogan, nati nel COngresso di Vienna e portati al potere mondiale, come fossero un vangelo indiscutibile, nel 1945, vengono messi giustamente in discussione. L’Impero Britannico e le Colonie Francesi sono un lontano ricordo. Le popolazioni una volta dominate stanno per prendere fisicamente il potere nelle strade di Londra e Parigi. Nella stessa Europa le anomalie del 1919 e 1945 hanno portato a tensioni significative. Bastino due esempi significativi. Il primo la guerra dei balcani dopo la dissoluzione della Jugoslavia, paese creato ad arte dalle spoglie di Austria e Impero ottomani, senza alcuna radice storica. Un esempio finito molto male. Dall’altro lato la Cecoslovacchia, dove un Presidente saggio (cosa più unica che rara oggigiorno), l’intellettuale Vaclav Havel, consapevole della storia non si oppone, avvia un referendum e permette la divisione lungo linee storiche del paese in due realtà in modo pacifico e positivo per entrambi. Entrambi paesi poi riuniti nella sostanza della Unione Europea e liberi a casa loro.

Al di fuori dell’Europa basti pensare ai paesi africani ex colonie francesi, liberi sulla carta ma sfruttati da trattati imposti su materie prime e signoraggio monetario, per i quali ogni forma di “stabilità” tipo 1945 significa solo un modo per giustificare la persistenza del dominio coloniale francese sotto altra veste. Con tanto di guarnigioni della Legione Straniera nel paese. A “protezione” ovviamente. Una protezione che ricorda più la Statale Binasca, che un atto di umana gentilezza. Basti pensare alle instabilità arabe, sfruttate dai globalisti cooniali con la propaganda (primavere arabe, armi di distruzione di massa, e così via). Pensiamo alla assurda situazione dell’India, dove il solito teorema inglese del “divide et impera” ha creato dal nulla due stati, dividendo il continente secondo una linea inventata da Mountbatten, zio del Principe Filippo, priva di ogni senso storico. Si è così inventato due stati, uno laico e moderno ed uno musulmano e medievale, in lite da allora e fonte di instabilità mondiale con tanto di arsenale nucleare al traino.

No, il concetto dei “confini inviolabili” non ha più ragione di esistere. Anzi. Invece di applicare i paradigmi da guerra fredda e da dominio coloniale che hanno – non di parola ma di fatto – ispirato la Carta dell’ONU, bisognerebbe aprire alla multipolarità vera, aprire il congelatore della storia per poter affrontar ein modo graduale e ragionato le forze che in modo sempre più pericoloso si stanno accumulando sotto la superficie e che, non trovando uno sfogo legale, finiranno ad esplodere in una deflagrazione generale.

L’Europa e gli USA non possono trincerarsi dietro il paravento del globalismo e della imposizione di leggi e “valori” uguali per tutti, ovviamente decisi da loro, per dominare il mondo. Devono accettare che certi valori occidentali non sono percepiti come valori in altre culture. Devono accettare che ogni popolo deve avere il diritto di svilupparsi e dettare le proprie leggi come meglio crede, senza il signoraggio morale e culturale di un orwelliana potenza totalitaria e unificante, livellante globale. Si, deve anche accettare che esistono popoli che in piena libertà preferiscono altre forme di governo alla democrazia in stile occidentale! Anche nella vecchia Grecia Democrazia e Principato hanno dato origine a periodi di guerra e di pace in modo uguale, e l’alternanza era la regola.

Come abbiamo dovuto imparare che non si può pretendere di cristianizzare il mondo a fil di spada, così non si può nemmeno imporre un credo politico a tutti con quella supremazia ed arroganza tipica di coloro che oggi costituiscono il mondo “radicl chic” o  “politically correct”.

Il colonialismo deve finire, anche sul lato culturale. Non basta la farsa che fa dell’uomo bianco europeo un delinquente genetico nei film ideologici distribuiti su certi canali a pagamento, se poi nella realtà il Presidente del Burkina Faso deve essere scortato da aerei militari per non fare la fine di Gheddafi o di Saddam. Il mondo deve riorganizzarsi nel rispetto delle linee naturali delle culture e dei principi anche molto diversi tra i vari popoli. A tutti i popoli deve essere concesso di crescere e svilpupparsi a casa loro, senza essere costretti aqlle nuove rotte dello schiavismo, trasportati in altri paesi per colmare i vuoti di manodopera a basso costo.

Le navi tipo Capitano Perry, che arrivano alle coste del Giappone per aprirlo come una scatola di Sardine al commercio mondiale, non sono il Bene Ultimo da adorare come fossero idoli sciamanici!

Del resto gli stessi Stati Uniti, principali sostenitori della libertà di commercio imposta a fil di spada, hanno compreso i limiti del sistema. Pratici e con i piedi per terra come sono, hanno capito che il tempo del dominio monopolare è finito, che bisogna ripensare il sistema. Si stanno, a fatica ma efficacemnte, liberando dalle lobby delle guerre pilotate e della destabilizzazione indotta a zone, che hanno ispirato la politica globalista dei Clinton ed Obama. Trump sarà anche un giocatore di poker con la testa del mercante, ma la sua azione è strutturale e ragionata: l’abbandono della pretesa di dominio mondiale a favore di una bonifica a stabilizzazione della Nazione Amricana, in pieno default finanziario dopo decenni di spese sostenute dal niente.

In Europa, se vogliamo creare uno spazio politico ed economico unitario,  cosa necessaria ed inevitabile se vogliamo sopravvivere come area di benessere popolare, non possiamo ora diventare il rifugio dei globalisti coloniali scappati dagli USA. Dobbiamo fare uno sforzo e liberarci anche noi di quella ideologia coloniale ancora dominante nelle figure di Marcon e Starmer, che da 20 anni occupa le poltrone di Bruxelles.

Che sia chiaro: Non è l’°Unione Europa il problema, ma la lobby di dominio coloniale globalista che non accetta di ridiscutere confini e poteri in un mondo evoluto, sedendosi a tavola alla pari con tutti, dentro e fuori dell’Europa. La Francia deve rassegnarsi a lasciare libera l’Africa e l’Inghilterra a non avere più un impero da cui rubare le sue ricchezze. I singoli paesei europei devono imparare dalla saggezza di Vaclav Havel e lasciare che il vecchio concetto di nazione si stemperi nelle identità locali, tenute insieme da un minimo comune denominatore nella forma dell’Unione europea. Politiche locali libere e differenziate, politica fiscale, estera e militare unitaria.

In questo quadro spicca in positivo l’Italia, che indiscutibilmente è al momento il più importante paese in Europa, punto di riferimento per gli Stati Uniti. E questo non perchè la Meloni è simpatica a Trump, o perchè gli ubbidisce, ma semplicemente perchè è l’unico paese che cerca di non iscriversi nè alla lista paga dei globalisti finanziari mondiali della lobbi Clintoniana, nè al sovranismo retrò di alcuni altri Stati. L’Italia sta facendo, con fatica e dovendo naturalmente concedere qualcosa ora all’una, ora all’altra parte, una politica equilibrata, nè di chiusura protezionistica, nè di delirio di potenza superato dal tempo. L’Italia oggi, per la prima volta dopo Craxi, è di nuovo un paese che conta.

Sarebbe bene che tutti facessero uno sforzo per sostenere questa posizione invece di dare libero sfogo ad una polemicha politica sempre più sterile, assurda e sinceramente fastidiosa alla maggior parte delle persone. Siamo un popolo equilibrato e anche considerando la storia, non siamo disposti a temere una invasione russa. Ci sono altre invasioni molto più drammatiche in atto nelle nostre strade, nei negozi, nelle case. Sulla nostra pelle, quotidianamente.

Ecco perchè sarebbe bene che tutte le parti politiche, nel rispetto delle loro fedi ideologiche, si concentrino sui probelmi veri, sostenendo invece a livello internazionale l’attuale rotta governativa che, come già detto, per la prima volta da più di 30 anni ci vede veramente in gioco a livello internazionale.

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