
La vita e l’arte
La vicenda del professore di Napoli, Stefano Addeo, ha ormai assunto tutti i contenuti tipici di una tragica fiction postmoderna.
Rispetto a un passato, ancora più antico che moderno, il rischio è che la vicenda, emblematicamente, mostri la caduta dell’ultimo velo, e cioè la piena confusione tra realtà e fantasia, il limite e l’illimite di cui è sintesi l'”uno”. Quel che si dice, da qualche tempo, un mondo virtuale e connesso.
La vicenda è emblematica, direi più di ogni altra consimile, perché riguarda uno di coloro che ancora si dicevano maestri e invece, da qualche tempo, si dicono professori.
E cioè, per noi che restiamo avvinti all’origine etimologica della parola, uno di coloro che professano, evidentemente, se stessi e la loro opinione.
A differenza degli antichi maestri, il cui più antico nome invece era “aio” e derivava dall’arte d’insegnare la differenza tra la “verità” e l'”opinione” al servizio di tutto ciò che, sotto l’egida di Aio-n, dio greco dell’eternita’, per sempre è accaduto, accade e accadrà.
È già accaduto ai tempi di Platone e poi di Aristotele che si discutesse sulla maggiore o minore efficacia dello strumento politico o teatrale, sulla maggiore o minore efficacia della parola o rappresentazione scenica. Ma entrambi gli strumenti erano utili, e cioè considerati non fini a se stessi ma utili alla vita di ogni individuo, interno (civile) o esterno (barbaro) allo spazio di confine (limite-illimite).
E la vita, si sa dall’inizio, è fatta di veglia, sogno, sonno profondo e piena consapevolezza di se stessi e dell’essere, per dirla alla maniera heideggeriana, che ci man-tiene.
Lo stesso Heidegger che ci ricorda quanto profondo possa essere “l’oblio dell’essere” di cui, erroneamente, ogni ente è causa.





