
di Giovanni Bernardini
Non amo fare considerazioni socio politiche su episodi di cronaca ma è fin troppo chiaro che quanto avvenuto a Parigi dopo la vittoria del Paris S.G. (per inciso, grandissima squadra) non è semplice cronaca.
E, vero, dopo incontri di calcio ci sono spesso incidenti, scontri fra tifoserie, ma quelli di Parigi non sono stati scontri fra tifoserie, del resto i tifosi interisti erano solo molto abbacchiati visto l’esito e l’andamento della partita. E non si è trattato neppure di incidenti isolati, conseguenza della troppa euforia dei vincitori.
No, a Parigi e in altre città c’è stata una prolungata guerriglia urbana: assalti alle forze di polizia, auto incendiate, negozi saccheggiati, decine di feriti, oltre 600 arresti, addirittura due morti.
Non si tratta di incidenti, si tratta dell’esplosione, forse programmata, di una rabbia che con l’evento sportivo, addirittura col tifo violento non ha nulla in comune.
La Francia di oggi è sempre meno uno stato unitario, assomiglia sempre più a un aggregato di tribù non unite da nulla. Non alcuni, pochi ma fondamentali, valori condivisi, non il richiamo unitario a una storia, una tradizione, non una lealtà nazionale che vada oltre le divisioni sociali ed etniche.
Solo un insieme tribale che basta poco a far esplodere. In altre occasioni per provocare disordini bastava che un poliziotto arrestasse il membro qualche etnia che si ritiene “discriminata”, ieri si è andati oltre: è bastata la confusione successiva ad una partita di calcio perché l’inferno si scatenasse.
Sono i frutti marci di una globalizzazione senza regole e, soprattutto, delle porte spalancate all’immigrazione clandestina.
Frutti marci, destinati a marcire sempre più.
Oviamente a casa nostra si è sempre per gli arrivi senza controllo e ridurre i tempi per acquisire la cittadinanza (ndr).





