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QUANTO CI COSTA ESSERE CATTOLICI

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di Paolo Boccuccia

Con la revisione-riconferma del Concordato del 1929 sottoscritta nel 1984 dal governo Craxi, (due grandi errori commessi, il Cattolicesimo ha cessato (teoricamente) di essere in Italia religione di Stato, anche se nel nuovo testo l’art. 9 recita:

 “La Repubblica italiana riconosce il valore della cultura religiosa (cattolica) e tiene conto che i principi del Cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”;

ed anche se, per effetto della revisione della Convenzione economica annessa al nuovo Concordato, è stata abolita la “congrua” di sostentamento del clero versata antecedentemente dalle casse dello Stato, tale esborso è stato subito sostituito con il finanziamento “volontario” dell’otto per mille sul gettito totale del patrimonio soggetto ad IRPEF, versato da ogni cittadino ed inserito d’ufficio nei moduli della denuncia dei redditi.

Un tale meccanismo di denuncia “caritatevole” dà modo al cittadino-contribuente di scegliere a chi devolvere la decima prescritta: se allo Stato, alla Chiesa Cattolica o ad altre confessioni religiose (cristiane), con l’esclusione quindi di organizzazioni umanitarie laiche, enti di ricerca scientifica e quant’altro¹. A tale scopo è stata istituita una volontaria donazione del 5 per mille (mentre l’obolo dell’otto per mille è obbligatorio).

Ma qui scatta un’astuta trappola escogitata a suo tempo dai nostri “laici” politicanti sull’input dei (mon) signori della Gerarchia: siccome, com’era prevedibile e fu previsto, solo un terzo dei contribuenti, per pigrizia, menefreghismo o disperazione, sceglie a chi devolvere l’obolo, l’art. 37 della relativa legge di attuazione recita:

“In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione (dei quozienti da distribuire del gettito totale) si stabilisce in proporzione alle scelte (percentualmente) espresse”.

E poiché, com’era prevedibile e fu previsto, tra la minoranza che opera una scelta solo il 35% non opta a favore della Chiesa Cattolica questa, oltre alla quota parte espressamente assegnatale, ottiene di incassare anche l’85% dell’intero gettito relativo.

 L’ammontare di tale cifra, stornata dai redditi dei cittadini ed in un certo senso prelevata direttamente dalle loro tasche, è stato calcolato in circa un miliardo per anno: cifra che, in teoria, dovrebbe essere destinata ad opere di carità; ma le stesse cifre ufficiali della C.E.I. relative al triennio 2017-2019, ammettono che il 46% dell’incasso viene destinato “alle esigenze del culto (del Papa)” (adunate oceaniche, viaggi papali, etc. etc.), il 34% al sostentamento del clero e solo il restante 20% ad interventi caritatevoli. Ma, per quest’ultima voce, è da notare come la maggior parte di una tale frazione sia destinata all’Opera Missionaria, e quindi ad un lavoro di propaganda e proselitismo in aree non cristiane del mondo.

All’enorme cifra scucita ogni anno, bon crè mal crè, ai contribuenti, va aggiunta una somma dello stesso ordine di grandezza sborsata direttamente dallo Stato (senza considerare quindi regioni, province e comuni) con le causali più disparate: 1.250 milioni destinati all’insegnamento della religione cattolica nelle  scuole, 430 milioni per contributi statali alle scuole cattoliche, 200 milioni per beni immobili statali edibiti a edifici di culto, 180 milioni convenzioni pubbliche con la sanità cattolica, 300 milioni in servizi appaltati in convenzione ad organizzazioni cattoliche, 70 milioni per la sola Università dell’Opus Dei², 500 milioni per gli stipendi dei 15000 insegnanti di religione passati di ruolo in tutte le scuole di ogni ordine e grado³.

Oltre ai finanziamenti scolastici, bisogna aggiungere quelli relativi agli istituti di sanità gestiti da istituzioni cattoliche, per  un altro miliardo di spesa da parte dello Stato; la Chiesa gestisce infatti, oltre a 6000 centri di assistenza medica, suddivisi in 1853 ospedali e case di cura convenzionati; 729 orfanotrofi, 534 consultori medici, 136 ambulatori, 10 grandi ospedali (tra cui l’Agostino Gemelli in Roma che funge da nosocomio del Vaticano) nonché 111 ospedali di media dimensione, etc.

Nel campo poi della pubblica istruzione (o meglio, dell’istruzione cattolica) la Chiesa italiana dispone di 504 seminari, 6228 scuole materne ed asili, 1280 elementari, 1136 secondarie, cinque grandi università, la cui frequenza ai corsi che assicura il collocamento post lauream, è ambitissima e 130 altri atenei di media dimensione, di cui lo Stato paga i finanziamenti e le rette ai corsisti 4.

Ma come è naturale, un tale enorme patrimonio di produzione e riproduzione di controllo sociale viene affiancato da un altrettanto grande apparato di gestione, costituito da 420 sedi vescovili, 12 mila e oltre parrocchie, quasi altrettanti oratori, 360 case generalizie di ordini religiosi, un migliaio di conventi maschili o femminili (la metà dei quali, per le scarse vocazioni, finisce per diventare centri alberghieri a 4 stelle).

Inoltre, nella sola area metropolitana di Roma, la Santa Sede e l’episcopato romano possiedono un vastissimo patrimonio immobiliare, dentro e fuori le mura aureliane, pari ad un quinto dell’area urbana che si estende dentro il circuito delle storiche fortificazioni. Solo lo Stato della città del Vaticano possiede cospicue proprietà edilizie extra moenia solo in parte specificate dai Patti Lateranensi del 1929: ad es. il palazzo di Propaganda Fidei a P.zza di Spagna, l’Università Gregoriana, il Collegio Lombardo, il Russicum etc. etc., per non parlare dell’area di Santa Maria di Galeria che ospita la Radio Televisione Vaticana che si estende per 44 ettari, ancora oggi al centro di uno scandalo per l’inquinamento elettromagnetico provocato dalle sue emissioni televisive.

Su tutto questo immenso patrimonio immobiliare, né il Vaticano né la CEI pagano un solo euro di imposte 5. Bisogna aggiungere gli enti ecclesiastici che sono 59.000 e possiedono 90.000 immobili, il cui valore ammonta ad almeno 40 miliardi; ma essi per via della Convenzione economica annessa al Concordato sono esenti dalle imposte sui fabbricati e sui terreni e sui redditi relativi ad enti o istituti, sulle compravendite e su quelle di valore aggiunto: insomma, esenti da ogni carico fiscale e contributivo.

Rebus sic stantibus, le istituzioni statali e comunali italiane perdono ogni anno un gettito valutato intorno ai 9 miliardi e passa; per cui senza questi privilegi fiscali della Chiesa, lo Stato italiano potrebbe dimezzare il carico fiscale diretto e indiretto che grava sui cittadini-contribuenti. Ma, come se ciò non bastasse, alle esenzioni fiscali dello Stato è necessario aggiungere quelle comunali, poiché per una recente legge, gli enti ecclesiastici “non esclusivamente commerciali” sono esenti dall’ ICI.

E siccome per ottenere una tale esenzione è sufficiente che tali enti (alberghi, ristoranti, posti di ristoro etc.) autocertifichino la loro destinazione “anche” a luoghi di culto (avendo annessa una cappelletta o chiesuola 6), nessun comune della penisola riceve un euro da tali lucrose attività. In tal modo, i comuni italiani perdono l’incredibile ammontare di 2 miliardi e mezzo all’anno, che sommati ai mancati incassi fiscali dello Stato fanno lievitare a circa 12 miliardi la cifra complessiva dell’evasione fiscale (ladrocinio autorizzato) di Santa Romana Chiesa.

Il problema politico di fondo, comunque, rispetto a tutta questa faccenda conciliatoria, è nato dalla confusione voluta tra una entità territoriale storica, lo Stato pontificio, cessata di esistere nel 1870, un’entità astratta chiamata Santa Sede ed una organizzazione privata di tipo religioso chiamata Chiesa cattolica. Nei rapporti con lo Stato italiano, queste tre entità, astutamente, si presentano a volte come distinte identità ed a volte come una sola realtà.

Con queste entità fittizie, attraverso le quali si articola un reale potere contrattuale, lo Stato italiano tratta ed ai voleri di queste si adatta in una grande, voluta confusione di istanze e di ruoli, ma con un chiarissimo esito di subalternità e di scadimento etico, politico e soprattutto finanziario ed economico. E’ necessario ricordare come la creazione intervenuta nel 1929 dello Stato vaticano rappresenti un assurdo storico; infatti, quando nel 1870 in seguito alla breccia famosa lo Stato pontificio cessò di esistere, ciò fu dovuto non ad una pacifica annessione sanzionata da accordi tra le parti, ma in seguito ad una debellatio.

Lo Stato vaticano non ha pertanto alcun rapporto di continuità storica o istituzionale con lo scomparso Stato pontificio e rappresenta un assurdo storico in quanto creato dallo Stato italiano amputando se stesso; ritagliando, cioè, volontariamente nel proprio territorio lo spazio geografico dove, senza motivazione alcuna, insediare un diverso organismo statale territoriale verso il quale non poteva esercitare alcun controllo.

In quanto poi alla cosiddetta Santa Sede, a parte le mitologie e le affermazioni autoreferenti di parte cattolica, essa rappresenta il vertice dell’organizzazione religiosa denominata Chiesa Cattolica che di per sé è solo una organizzazione non statale, non pubblica, non istituzionale in senso giuridico, e quindi una entità privata. Come organizzazione di privati cittadini e come movimento di opinione essa non può in alcun modo assumere un ruolo equiparabile a quello dello Stato né è logicamente in grado di trattare con lo Stato su di un piede di uguaglianza di poteri e di attribuzioni istituzionali.

Per cui, da un punto di vista razionale e giuridico, i Patti lateranensi del 1929 sono da considerarsi un aborto politico ed un assurdo storico, e la loro riedizione del 1984 il proseguimento di una falsificazione antistorica e, in definitiva, antinazionale.

    Note                                                                 

  • Legge N° 122 del 1985
  • Secondo Rapporto sulla Laicità in Critica Liberale

             n° 123-124  Gennaio-Febbraio 2006. pag 31, 39

  • Legge N° 186 del 2003
  • Secondo Rapporto sulla Laicità in Critica Liberale

             n° 123-124 Gennaio-Febbraio 2006. pag 52, 57

  • Agenzia di Ricerca Economica e Sociale Enti Ecclesiastici: le
  • cifre della evasione fiscale. Rapporto del 7 Settembre 2006

             Legge N° 248 del 2006 

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