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DAL NULLA AL TUTTO

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di Carlo Stanislao

Dal nulla al tutto: un viaggio tra filosofia, fisica e trascendenza

“Nulla nasce dal nulla, tutto ciò che esiste ha una causa.”
— Aristotele

«Nulla viene dal nulla» — principio espresso da Parmenide e reso celebre in forma latina da Lucrezio nel De rerum natura — ha attraversato i secoli come una delle più profonde domande sull’essere. Questa massima ha rappresentato un asse portante tanto per la filosofia quanto per la teologia e persino per le scienze naturali. Ma cosa si intende esattamente per “nulla”? È possibile concepire un’origine dell’essere a partire da un’autentica assenza ontologica? E quali risposte ci offrono oggi la fisica quantistica, la teologia e le grandi tradizioni orientali?

Nel pensiero presocratico, il nulla rappresenta un paradosso. Parmenide lo nega radicalmente: solo l’essere è, e il non essere “non è e non può essere pensato”. Ne deriva una visione fortemente statica e razionale dell’universo, che esclude ogni possibilità di generazione o distruzione. Tutto ciò che esiste è eterno, immutabile, e il divenire è solo un’illusione. Eraclito, al contrario, accetta il cambiamento come realtà fondamentale, esprimendolo nel celebre principio del panta rhei (tutto scorre). Tuttavia, anche per lui il divenire non implica una creazione dal nulla: ciò che cambia, cambia in quanto è. La realtà è un continuo fluire governato da un ordine razionale, il logos, che impedisce al nulla di avere cittadinanza ontologica.

Aristotele rielabora queste concezioni nel suo sistema metafisico. Il suo concetto di atto e potenza, e la dottrina delle quattro cause, escludono qualsiasi possibilità che qualcosa venga dal nulla. L’essere si trasmette secondo una logica di passaggio da potenza ad atto, sempre in relazione a un sostrato esistente e a un principio attivo. Per spiegare il moto e il divenire, Aristotele postula l’atto puro, l’ente necessario e immobile, che causa tutto il movimento senza essere mosso.

Con l’avvento del cristianesimo, la concezione dell’origine del mondo si trasforma profondamente. Agostino di Ippona, nel De civitate Dei (426 d.C.) e nelle Confessiones (397-400 d.C.), afferma con forza la dottrina della creazione ex nihilo. Dio non trae il mondo da una materia preesistente, come nel pensiero platonico, ma lo crea dal nulla, intendendo per “nulla” una totale assenza ontologica. Ciò implica che anche il tempo, come misura del cambiamento, venga creato da Dio. Non c’è un “prima” della creazione, perché il tempo stesso comincia con l’atto creativo.

Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae (1265-1274), sviluppa ulteriormente questo pensiero, armonizzando Aristotele e Agostino. Per Tommaso, l’essere di ogni ente creato è partecipato, cioè ricevuto da un altro. Solo Dio possiede l’essere per essenza. La creazione è un atto continuo, non confinato a un inizio temporale: Dio sostiene costantemente l’essere, e nulla esisterebbe neppure per un istante senza questo atto. Così, il nulla da cui Dio crea non è una “cosa”, ma l’assenza assoluta dell’essere — che può essere superata solo da un essere che è ipsum esse subsistens.

La scienza moderna, in particolare la fisica quantistica, ha messo in discussione le tradizionali nozioni di vuoto e creazione. Il cosiddetto “vuoto quantistico” è in realtà uno stato di minima energia, soggetto a fluttuazioni che possono produrre particelle virtuali. Questo fenomeno ha spinto alcuni teorici, come Lawrence Krauss, a sostenere che l’universo potrebbe essere nato “dal nulla” (A Universe from Nothing, 2012). Tuttavia, il vuoto della fisica non è il nulla metafisico. È uno spazio-tempo dotato di struttura, leggi fisiche e campi quantistici. La creazione scientifica non è ex nihilo, ma ex fluctuatione — da uno stato instabile e potenzialmente fertile. Anche nella cosmologia del Big Bang, il “punto zero” non è il nulla, bensì una condizione estrema di densità e temperatura, oltre la quale la fisica attuale non può (ancora) proseguire. In questo senso, la scienza moderna, pur modificando le condizioni e i termini, non contraddice l’intuizione antica: nulla viene veramente dal nulla.

Le tradizioni orientali, in particolare il buddhismo e il taoismo, offrono un approccio radicalmente diverso al nulla. Nel pensiero buddhista, soprattutto nella scuola Madhyamaka fondata da Nāgārjuna (II secolo d.C.), il concetto di śūnyatā (vacuità) non equivale al nulla come assenza ontologica, ma indica l’assenza di esistenza intrinseca nei fenomeni. Tutti gli esseri sono vuoti di sé: esistono solo in relazione e in dipendenza da cause e condizioni. Il vuoto è quindi la vera natura del reale, non un annullamento, ma la condizione di possibilità del cambiamento e della liberazione.

Nel taoismo, il concetto di Wu (non-essere) si affianca a quello di You (essere). Nel Tao Te Ching di Laozi (circa IV-III secolo a.C.), si afferma che “il Tao produce l’Uno, l’Uno il Due, il Due il Tre, il Tre tutte le cose”, e che “l’essere nasce dal non-essere”. Ma questo non-essere non è un nulla assoluto, quanto piuttosto una sorgente indistinta, ineffabile, principio originario che sfugge alla dualità. È ciò che permette il divenire, senza esserne distinto. Entrambe queste visioni propongono un nulla come pienezza potenziale, come silenzio fecondo. Il vuoto non è il nemico dell’essere, ma la sua matrice.

Queste concezioni filosofiche e metafisiche hanno influenzato profondamente anche il pensiero medico, in Oriente come in Occidente. Nella medicina occidentale tradizionale, radicata nella filosofia aristotelica, la salute è vista come equilibrio dinamico tra le cause materiali e formali del corpo, con l’essere umano considerato un microcosmo ordinato e razionale. L’idea che nulla venga dal nulla si riflette nel rigore della diagnosi e nella ricerca di cause precise per ogni malattia. La malattia stessa non è vista come un caos, ma come una disarmonia risolvibile, in linea con un universo ordinato.

Nella medicina orientale, in particolare nella medicina tradizionale cinese e nell’ayurveda, l’influenza del concetto di vuoto assume una dimensione differente. La salute è concepita come flusso armonico di energie (Qi, Prana) in un corpo inteso come rete di relazioni e trasformazioni. La malattia nasce da blocchi o squilibri in questi flussi, ma il vuoto è anche lo spazio fertile dove si generano le possibilità di guarigione e trasformazione. La pratica medica mira a riequilibrare questo vuoto-pieno dinamico, favorendo la circolazione libera e la coerenza interna. Qui, il nulla non è assenza ma potenzialità, un principio vitale sottostante.

Pensare al nulla non è quindi un mero esercizio astratto, ma ha profonde implicazioni pratiche: da come si concepisce la malattia, la cura, la guarigione, fino a come si interpreta la vita e la morte. Riflettere sul nulla e sull’essere, sul vuoto e sulla pienezza, ci spinge a considerare la salute come un equilibrio delicato tra ordine e trasformazione, tra ciò che è e ciò che può diventare.

Pensare al nulla non è un esercizio astratto, riservato ai filosofi o agli scienziati. È una questione esistenziale che tocca ciascuno di noi. Interrogarsi sull’origine dell’essere, sul perché esiste qualcosa piuttosto che niente, significa confrontarsi con il senso ultimo della realtà, con il significato della propria vita, con la possibilità o meno di una trascendenza. Ogni uomo, prima o poi, si scontra con il mistero del proprio inizio e della propria fine. Riflettere sul nulla significa anche interrogarsi sulla morte, sull’oltre, sull’eventuale presenza di Dio, o sull’illusione del sé. In un tempo in cui la scienza avanza e la spiritualità spesso arretra, recuperare una riflessione profonda su ciò che sta “prima” e “sotto” l’essere può aiutarci a vivere con maggiore consapevolezza e umiltà. 

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