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ETICA E POLITICA

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di Gianvito Caldararo

Il caso della ministra Santanchè e la posizione espressa dai giovani imprenditori, ripropongono con forza il discorso dell’etica sia in politica e sia in economia. Chi ricopre incarichi di governo non può e non deve tacere di fronte ad attacchi e accuse. Ha il dovere di chiarire e di rispondere ad attacchi e accuse, ancor più se giudicate infondate e per niente veritiere.
E’ di tutta evidenza che quanto emerso da una trasmissione televisiva non può costituire motivo di richiesta di dimissioni, ma comporta la necessità, se non proprio l’obbligo, di fornire ogni necessario chiarimento nella sede istituzionale più idonea, cioè il Parlamento. I fatti che sono emersi sono di grande gravità, che attiene all’etica politica e in questo caso quale figura imprenditoriale.
Le accuse di aggiotaggio e falso in bilancio, con annesso utilizzo improprio di agevolazioni, il mancato pagamento dei trattamenti di fine rapporto ai dipendenti e il mancato versamento delle imposte allo Stato, impongono il più urgente chiarimento. Ed ecco la ragione per la quale diventa “rivoluzionaria” la posizione dei giovani imprenditori quando sollevano il problema della evasione fiscale.
Sono state usate parole dure contro chi evade il fisco, al punto di dire che chi evade “non può essere chiamato imprenditore ma è soltanto un delinquente”. Questo sussulto dei giovani, dopo le tante chiacchiere sull’etica di questi ultimi anni, apre una nuova prospettiva, che riguarda anche il rapporto del denaro con l’economia.
Il denaro che non può mirare solo alle operazioni speculative e finanziarie, ma deve essere orientato e destinato alla economia reale. Bisogna porre in essere il pensiero di San Bernardino da Feltre, il quale sosteneva che “la moneta movimentata” diventa capitale, cioè energia per l’economia reale. Quella economia che crea sviluppo, benessere e posti di lavoro. San Bernardino da Feltre, affermava: “potest esse vel rei, vel, si movimentata est, capitale”.
E’ tempo di ritornare alla dimensione forte dell’etica, come ai tempi della cultura medioevale, quella che “era legata ad una forte intenzionalità della cultura e della vita”. Cioè quando era il tempo della concezione unitaria dell’etica al singolare, ormai finita , perché sono finiti – come sostiene Giuseppe De Rita del Censis – i riferimenti unitari (di società e di vita, viste nel loro complesso) che stavano sotto tale concezione”.
De Rita, sostiene, inoltre, “che è in crisi l’etica della vita buona, così connaturata alla dimensione culturale della morale cattolica, perché in una realtà sociale votata al benessere l’etica è stata soppianta dalla voglia di  vivere bene“; “è in crisi quel tipo di etica unitaria riferita alla cultura mitica della rivoluzione, si pensi a quanto sono stati etici i comunisti per molto tempo, perché in fondo non esiste più un modello rivoluzionario della società”; “ed è in crisi l’etica legata alla cultura e alla prassi dello sviluppo, di fronte alla tradizionale vita buona e all’etica del cambiamento rivoluzionario, un modo diverso di orientare atteggiamenti e comportamenti individuali e collettivi, pensiamo a quanta etica dello sviluppo fosse implicita in una grande enciclica come  Populorum Progressio”.
Oggi chi parla di sviluppo, sostiene sempre De Rita, parla di crescita, di Pil, di terziarizzazione, di globalizzazione, cose che innervano pochi riferimenti etici. Di fatto, afferma De Rita, “dobbiamo quindi renderci conto che la parole etica  al singolare, come criterio di riferimento per il comportamento di tutti, non è più fruibile perché sono finiti, o sono in crisi, i sistemi culturali, ideologici, religiosi, che danno valore ad una dimensione unitaria, quasi unica dell’etica”.
Ora si tratta di porre fine alla frammentazione e alla diversità delle etiche, ma solo facendo ritorno ad una cultura “di corpo sociale, di società storicamente determinata, può ridare senso ad una riflessione morale e ad una nuova elaborazione etica”. De Rita, conclude la sua riflessione, affermando: “La frammentazione fino alla esasperazione non rende forte la società: la rende vitale e proliferante, ma è una cosa diversa. In realtà non vi è etica collettiva senza un soggetto collettivo e la sua tensione morale”. Diceva Kant: “L’etica non è esattamente la dottrina che ci insegna come essere felici, ma quella che ci insegna come possiamo fare per renderci degni della felicità”. Del Noce, sosteneva che siamo passati “da Cartesio a Nietzsche e da Cartesio a Rosmini, e quindi non abbiamo più una cultura unitaria di riferimento”. Infatti, Nietzsche, affermava: “Non ci sono fenomeni morali, ma solo un’interpretazione morale dei fenomeni”. Mentre Paolo Sarpi, sosteneva: “In diversi paesi hanno gli uomini diversa complessione, onde diversa educazione, onde appetiti diversi; perciò nasce la varietà dell’onesto e del vergognoso”.

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  • Redazione

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