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LE FONDAZIONI BANCARIE ESCONO ALLO SCOPERTO

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Adesso le Fondazioni bancarie escono allo scoperto

In un precedente articolo su questo giornale ho citato l’apparente spartiacque nel settore bancario italiano rappresentato dalle disposizioni della Legge Amato-Carli, una legge che prevedeva la trasformazione in società per azioni degli istituti di diritto pubblico e la netta separazione tra la proprietà delle casse di risparmio che dava luogo alla nascita delle Fondazioni bancarie e delle scaturenti aziende bancarie che anche esse avrebbero dovuto assumere la forma di SpA.
Con una previdente forzatura, venivano anche individuate le cinque aree di intervento delle Fondazioni medesime e stringenti limiti quantitativi al possesso delle azioni delle banche scaturenti dalla citata scissione normativa.

Ho anche ricordato che, ad opera dei due enfant prodige della finanza italiana, Alessandro Profumo e Corrado Passera, quanto era uscito dalla porta rientrava dalla finestra in quanto i due giovani banchieri crearono due mega banche controllate da una sommatoria di Fondazioni che rispettavano sulla carta i limiti loro imposti dalla normativa ma esercitavano di fatto il controllo della nuova entità.

Per quanto riguardava le banche popolari si dovette attendere qualche lustro perché vi si mettesse mano.

Con tutti questi limiti venne comunque inferto un duro colpo alla foresta pietrificata, ma soprattutto un colpo al “sistema Cuccia” che, con riferimento a quelle banche di interesse nazionale che avevano il 56 per cento del capitale della Mediobanca ma che, grazie al patto segreto con la Banca Lazard, poteva davvero fare il bello e il cattivo tempo nel “salotto buono” della grande impresa italiana.

Certo, il tempestoso cambio della guardia al vertice della Banca d’Italia dopo l’uscita alquanto ignominiosa di Antonio Fazio (ultimo Governatore senza limite di mandato) e l’arrivo dall’esterno di Mario Draghi segna la fine di quella politica della “tela di Penelope” che aveva caratterizzato il processo di razionalizzazione nell’ambito dei primi due grandi gruppi bancari che, a causa delle forti resistenze delle Fondazioni, non vedevano quello smantellamento delle strutture centrali delle casse di risparmio né quel venir meno di quei rapporti a volte incestuosi con la clientela storica di quelle entità.

D’altra parte il meno che sessantenne economista romano aveva vissuto per un triennio l’aria della potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs, nella quale, come ricordo ne “Il gran nocchiero” prima biografia organica del grande economista, aveva scalato rapidamente i gradini per assurgere in appena un anno al Comitato Esecutivo Globale, il vero e proprio Sancta Sanctorum di Goldman.

Il giovane Governatore diede sin dall’inizio un segnale di forte discontinuità con il suo predecessore e chiuse molto rapidamente le due partite che avevano caratterizzato “Bancopoli” favorendo la cessione totalitaria della Banca Nazionale del Lavoro al gruppo creditizio francese BNP Paribas e la cessione ad una banca straniera di Antonveneta.

Allo stesso tempo favorì i disegni di Profumo e Passera di procedere a passo più spedito nella razionalizzazione dei loro rispettivi gruppi, blindandoli in qualche modo rispetto ai desiderata delle Fondazioni partecipanti al capitale.

E’ anche vero che i due si aiutarono da soli dandosi da fare in prima persona nel conseguimento di quel “contratto di svolta” del 1999, contratto che consentì a loro e a tutti i banchieri italiani una normativa lavoristica meno ingessata e, e forse sopratutto, l’attivazione presso l’INPS del cosiddetto Fondo di solidarietà cha consentito negli anni l’uscita di decine di migliaia di dipendenti anziani e costosi sostituiti solo in parte da dipendenti giovani con inquadramento ben più basso.
La presenza del nuovo Governatore favorì anche i processi interni ai grandi gruppi creditizi e non fu estranea alla scelta di Intesa San Paolo di uscire dal capitale di Mediobanca.

Il “salotto buono” del banchiere d’affari Enrico Cuccia, un uomo che impalmando una delle due figlie del grande esponente economico del fascismo era tanto temuto dal banchiere Mattioli che, pur di levarselo di torno, arrivò a creargli la Mediobanca allora una scatola vuota ma che il giovane banchiere siciliano riuscì presto a riempire di contenuti.

Quale era questo sistema ebbe a spiegarmelo nei primi anni Ottanta il mio direttore all’ufficio studi della Banca Nazionale del Lavoro, Alberto Mucci già direttore del Sole 24 Ore e vicedirettore del Corriere della Sera che mi disse che, come tutti i giornalisti con incarichi di responsabilità, anche lui era dovuto andare a “baciare la pantofola” dell’anziano ma ancora pimpante banchiere d’affari.

Ma quale era il segreto di Cuccia? Ebbene era molto semplice e consisteva nel tenere insieme le “famiglie” del capitalismo italiano assicurando ad ognuno dei capitani d’impresa che nessun altro dei convenuti gli si sarebbe mosso contro con intenzioni ostili. C’era poi la partecipazione al patto di sindacato che metteva al riparo Cuccia da eventuali alzate di testa delle tre banche di interesse nazionale che, almeno sulla carta, avevano la massima delle azioni della stessa Mediobanca.
Ma dove Enrico giocava alla grande era il ricco piatto delle Generali, quella grande compagnia di assicurazioni che già nei primi anni del secondo dopoguerra vantava una grande liquidità non espressa nelle quotazioni di borsa.

Insomma, che le quotazioni del Leone di Venezia fossero largamente sotto stimate lo sapevano tutti ma, ciononostante, nessuno si faceva avanti perché esisteva una salda seconda linea di difesa rappresentata da un forte nucleo di ricchissime famiglie di fede ebraica che avevano nell’ingegnere, al secolo Carlo De Benedetti, il loro punto di riferimento e che sin dal dopoguerra avevano iniziato ad acquisire pacchetti di Generali.

Scomparso Cuccia e accompagnato alla porta l’erede Vincenzo Maranghi, la strana coppia Caltagirone-Milleri ha capito che oramai nessuno era disposto a “morire per Danzica” e si sono mossi in modo concentrico e largamente concordato acquisendo ampie partecipazioni sia di Mediobanca che di Generali e chiedendo (e ottenendo) il favore del Governo che gli anche messo a disposizione una banca, il Monte dei Paschi di Siena, ben guidata da Lovaglio un uomo formatosi alla scuola di UniCredit.

Ma tornando alle Fondazioni bancarie, un anticipazione del fatto che la partita per i difensori di Mediobanca-Generali e’ persa l’ha fornita sulle colonne di Repubblica uno dei pezzi da Novanta di quel sistema, Fabrizio Palenzona, già deus ex machina della Fondazione CRT e vicepresidente di UniCredit che ha proposto all’amministratore delegato di Mediobanca di farsi da parte e alla banca di Piazzetta Cuccia di alleggerire significativamente la posizione in Generali, anche se temo che sia troppo tardi per fermare la carica!

 

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  • Redazione

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