
di Lucio Leante
L’establishment europeo, guidato dalla Francia di Macron, dalla Germania di Sholtz e Merz e, per loro conto, dalla Commissione UE di Ursula von der Leyen, sta dirigendo, con cupi toni wagneriani, un’assordante orchestra mediatica di drammatizzazione delle relazioni euro-americane. Non passa giorno che l’orchestra ed il coro dei loro volenterosi araldi, palafrenieri e tamburini, non assordino il pubblico europeo con la litania di una presunta catastrofe economica creata dall’aumento dei dazi decisa da Donald Trump, di una presunta voragine tra le due sponde dell’Atlantico che ormai sarebbe stata scavata per sempre dal nuovo presidente americano. Un abisso – secondo lo spartito- dividerebbe ormai l’Europa dagli Usa (quelli di Trump) e preluderebbe ad un imminente, storico e catastrofico divorzio tra il vecchio ed il nuovo continente. Nel frattempo il presidente americano viene descritto come un tiranno. A causa sua – secondo il mellifluo Romano Prodi – l’America non sarebbe “più una democrazia” mentre l’Europa ne sarebbe il suo ultimo ed esclusivo baluardo. Essa troverebbe il suo futuro – pensate un po’- “nel Manifesto di Ventotene”.
Per criminalizzare Trump gli aumenti dei dazi vengono descritti dalla grancassa mediatica come una catastrofe finanziaria ed economica senza rimedio. “Per colpa di Trump le borse occidentali hanno bruciato migliaia di miliardi. Dobbiamo attendeci una stagflazione e disastgri vari” – ululano strappandosi i capelli le neo-prefiche della morte presunta del capitalismo liberale. Omettono di menzionare la successiva ripressa dei listini. Non solo. Ma come spiegarla? Forse con una magica creazione di liquidità dalle ceneri del precedente falò?
“Trump ci ha abbandonato alle mire del perverso satana russo, Putin” – piagnucolano vestiti a lutto gli orfani presunti della Nato. Niente di più lontano dalla verità.
Ma non è né la querelle sui dazi, né quella sui costi della Nato, che divide realmente l’UE di Ursula von der Leyen & Co. dagli Usa di Donald Trump.
L’aumento dei dazi deciso da Trump è, in realtà, solo una mossa negoziale come una “chip” buttata nel piatto al tavolo di poker. Lo ha certificato lo stesso Trump affermando: “siamo pronti a negoziare con i paesi che ce lo chiedono”. L’obbiettivo è quello di poter ridurre i dazi da entrambe le parti e forse arrivare un giorno all’opzione “zero dazi” da entrambe le parti. L’opzione zero è stata lanciata da Elon Musk durante il suo intervento da remoto al Congresso della Lega. Ed è stata subito abilmente rilanciata da Giorgia Meloni, che certamente la sottometterà a Trump durante la sua visita a Washington il prossimo 17 aprile. Non è detto che ci riesca. Ma quell’ipotesi non piace agli ultras dell’Europa autonoma dagli USA di quel puzzone di Trump. E perché? Perché – come ha ammesso implicitamente Carlo Calenda- gli europei vorrebbero mantenere una parte dei loro dazi. E prché? Perché temono che la deregolamentazione generale (non solo quella riguardante la transizione verde) trumpiana e la prossima riduzione delle tasse negli USA potrebbero rendere il sistema americano più favorevole agli investimenti industriali rispetto all’ambiente economico europeo afflitto da alte tasse in parte dovute alle 30 mila regole create negli ultimi 5 anni, tra cui soprattutto quelle verdi. Di qui il tentativo di boicottare ogni negoziato euro-americano drammatizzando quelle divergenze (dazi e Nato) e demonizzando Trump.
Ma la vera spiegazione della artificiosa drammatizzazione di quelle due divergenze sta nella politica interna francese e tedesca. Gli attuali governanti di Parigi e Berlino sono entrambi periclitanti e in fase di dismissione. Entrambi, non a caso, hanno sostenuto finora posizioni aggressive verso il nuovo presidente americano: le diatribe sui dazi e sui costi della Nato offrono loro argomenti propagandistici per soffiare sul fuoco dell’orgoglio nazionale in chiave anti-americana ed “europeista” indicando in Trump un nemico dell’Europa. In Francia Macron gioca a fare il napoleoncino dell’Europa unita. In Germania i due grandi partiti, la CDU e la SPD stanno cercando di cementare la loro nuova incipiente coalizione facendo leva sulla corsa al riarmo nazionale agitando una presunta minaccia militare alla Russia di Putin, che secondo un molto sospetto rapporto dei servizi segreti tedeschi starebbe programmando di “invadere l’Europa entro il 1930”. E’ un’ipotesi ridicola, ma non al punto da evitare che la Germania sia il paese europeo che più sta prendendo sul serio il piano di riarmo della Ursula (non a caso ridenominato “Readiness 1930”) e persino il kit di sopravvivenza presentato da una commissaria europea. Basti pensare che al Bundestag si sta discutendo se ripristinare il servizio di leva. Non a caso solo in extremis sono state per fortuna sventati dalla maggior parte dei paesi europei per ora i propositi bellicosi di “vendette” e le “contromisure” (cioé di contro-dazi) preconizzate dalla ineffabile e bellicosa Ursula.
Ma c’è un’ulteriore ragione di politica interna che spinge Francia e Germania e altri paesi europei, nonché la Commissione dell’UE a volere drammatizzare le divergenze euro-americane fino a rischiare un catastrofico divorzio.
La ragione sta nel fatto che è ormai chiaramente periclitante la cosiddetta “maggioranza Ursula” basata sull’alleanza tra popolari, socialisti e verdi che finora ha dominato non solo a Bruxelles (e a Strasburgo), ma anche a Parigi, a Berlino ed in altre capitali europee, resistendo agli assalti delle
Quella maggioranza si regge sulla oltre-trentennale “rivoluzione democratico-progressista” (cioè neocon, globalista, woke e green) nel momento in cui negli Usa è giunto al potere un presidente che si è posto il compito di disfare e invertire quella sciagurata e folle rivoluzione pezzo a pezzo. Basta ricordare in proposito gli ordini esecutivi firmati da Trump dopo il suo insediamento. Sono tutti intesi a invertire le politiche globaliste, neocon, woke e green.
Poichè quelle politiche si sono rivelate suicide sia per l’America, sia per l’Europa, detto in breve, Trump sta cercando di arrestare il suicidio dell’Occidente, ma alcune forze politiche europee (generalmente orientate a sinistra), non dispongono di una politica di ricambio e perciò non hanno altra opzione che quella di portare il suicidiocollettivo (anche un suicidio della sinistra) fino alle estreme conseguenze.
Strano, paradossale, patologico, ma purtroppo, per noi europei, vero.





