
di Paolo Zanotto
Oltre l’estemporaneità: la coerenza dottrinale della politica economica trumpiana
Introduzione
La narrativa prevalente nei circoli accademici e nei media mainstream tende a rappresentare la politica economica di Donald J. Trump come un amalgama di impulsi protezionistici, decisioni estemporanee e posizioni populiste prive di un coerente fondamento dottrinale. Una tale rappresentazione, tuttavia, non resiste a un esame rigoroso delle fonti dottrinali che informano e giustificano l’approccio trumpiano. Fra queste, assume un rilievo particolare il documento pubblicato da Stephen Miran, intitolato A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System. Questo testo, frutto di una raffinata riflessione economico-strategica, costituisce il vademecum dottrinale di una nuova visione dell’ordine commerciale internazionale, fondato su un approccio “realista” alla sovranità economica, in netta antitesi con i presupposti del globalismo neoliberale.
Sebbene dunque nell’immaginario critico consolidato la politica economica di Trump sia stata spesso presentata come frutto di un decisionismo impulsivo, privo di una sistematizzazione teorica riconoscibile, tuttavia, tale visione, nutrita da categorie giornalistiche piuttosto che da analisi strutturate, trascura la dimensione assiologica e dottrinaria sottesa alla sua azione presidenziale. La pubblicazione del saggio di Stephen Miran nel Novembre 2024 rappresenta un punto di svolta interpretativo, rivelando la profonda consonanza fra l’architettura strategica delineata nel testo e le direttive economiche promosse da Trump, in particolare nel contesto della sua ricandidatura e del consolidamento di una nuova dottrina economico-nazionale.
Il presente scritto, pertanto, si prefigge di dimostrare che l’azione economica dell’Amministrazione Trump – tanto nella sua prima incarnazione (2017-2021) quanto a maggior ragione nella prospettiva della sua seconda – non soltanto è tutt’altro che improvvisata, ma risulta coerentemente informata da un paradigma alternativo a quello dominante, del quale il lavoro di Stephen Miran costituisce la summa teorica.
Un progetto geopolitico per l’autonomia strategica e la sovranità commerciale
Stephen Miran, economista di scuola neomercantilista ed ex-funzionario del Dipartimento del Tesoro, nel proprio saggio propone un paradigma di ristrutturazione radicale del sistema commerciale globale fondato su tre pilastri: reciprocità strutturale, resilienza nazionale e ribilanciamento delle dipendenze sistemiche. Lungi dal proporre un ritorno all’autarchia, Miran auspica una riformulazione dei rapporti internazionali fondata su equità e simmetria normativa. Ciò implica, ad esempio, che l’accesso al mercato statunitense venga condizionato al rispetto di standard ambientali, salariali e fiscali analoghi a quelli richiesti alle imprese interne, nella prospettiva di una concorrenza leale e non predatoria. Tale approccio riprende alcune istanze storiche del pensiero economico nordamericano, da Alexander Hamilton a Henry Clay e William McKinley, sino al repubblicanesimo economico di Warren Gamaliel Harding e Herbert Clark Hoover, configurandosi come una continuatio principiorum e non come un’improvvisazione tattica. Miran si inserisce, dunque, in una tradizione di pensiero che potremmo definire “realismo mercantilista”, affine per certi versi alla scuola di Friedrich List, ma aggiornata alle sfide del XXI secolo: il dominio tecnologico cinese, la disintegrazione degli equilibri post-brettonwoodsiani, la weaponization del dollaro.
Il nucleo argomentativo ruota attorno a tre assunti fondamentali: 1) la dissoluzione dell’universalismo commerciale, per cui l’era del “libero scambio” come valore in sé viene sottoposta a critica, in cui Miran illustra come il sistema multilaterale di scambi, dominato dalla World Trade Organization (WTO), abbia progressivamente eroso la capacità degli Stati nazionali di tutelare i propri interessi strategici; 2) il ritorno della bilateralità sovrana, per cui, al posto del multilateralismo, Miran propone un sistema bilaterale flessibile in cui ciascuna nazione possa negoziare termini commerciali ad hoc, basati su considerazioni di reciprocità strategica, sicurezza nazionale e coerenza industriale; 3) la strumentalità politica del commercio, in base alla quale, contrariamente alla concezione neoliberale che isola il commercio dall’arena geopolitica, Miran afferma con decisione che esso costituisca un instrumentum regni, da utilizzare al pari della politica monetaria o militare con l’obiettivo precipuo di perseguire fini superiori d’interesse nazionale.
Rilocalizzazione e politica industriale strategica
L’adesione della politica trumpiana ai principi miraniani è sorprendentemente puntuale. Si pensi, ad esempio, alla guerra commerciale contro la Cina: lungi dall’essere un gesto impulsivo, essa trova giustificazione nel principio di “ribilanciamento strategico” proposto da Miran, il quale ritiene che il surplus cinese ed il trasferimento forzoso di tecnologia costituiscano una minaccia esistenziale per l’autonomia industriale americana.
Analogamente, la critica sistematica alla WTO e la minaccia – più volte reiterata – di abbandonarla non rispondono a una pulsione isolazionista, ma sono piuttosto espressione di un progetto di smantellamento di istituzioni percepite come vettori di subordinazione giuridico-commerciale. Il documento di Miran, in effetti, critica esplicitamente il ruolo disfunzionale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, accusata di aver favorito una globalizzazione diseguale, in cui la deregolamentazione ha beneficiato le economie predatorie a discapito delle democrazie industrializzate, convertendo così l’apertura liberale delle democrazie in uno strumento di auto-sabotaggio. L’OMC, pertanto, viene individuata come un vincolo legalistico, espressione della tecnocrazia giuridica contrapposta alla volontà sovrana, che opera con l’evidente intento di preservare vantaggiose “condizioni commerciali asimmetriche” (asymmetric trade conditions) a favore di potenze revisioniste come la Cina. Ragion per cui gli USA dovrebbero recuperare la leva bilaterale come strumento di negoziazione strategica sostenendo un modello fondato su intese dirette anziché su meccanismi arbitrali impersonali.
Siffatta analisi si riverbera nelle azioni dell’Amministrazione Trump, che ha bloccato la nomina dei giudici dell’Appellate Body dell’OMC, paralizzandone l’efficacia e reclamando un ritorno alla negoziazione bilaterale come strumento di riequilibrio. Tale mossa, lungi dal rappresentare un gesto isolato, appare come una realizzazione concreta della proposta di definanziare quelle istituzioni che abbiano perso legittimità e costruire nuove piattaforme di reciprocità. Attraverso ordini esecutivi, sgravi fiscali e controlli sugli investimenti esteri, Trump ha perseguito una strategia di rientro delle supply chains strategiche. La politica dei dazi, le restrizioni sugli investimenti esteri (in particolare nel settore tech), la riformulazione degli accordi NAFTA in USMCA, il rilancio dell’industria mineraria nazionale, le sanzioni come strumento di controllo delle catene di approvvigionamento: tutto ciò corrisponde al disegno di “geo-economia sovrana” delineato da Miran.
In simile visione, le economie resilienti richiedono il ripristino di capacità produttive critiche, soprattutto in settori come i semiconduttori, la lavorazione delle terre rare e i prodotti farmaceutici. Tale principio trova corrispondenza nel massiccio sostegno trumpiano al summenzionato re-shoring, ovvero al rimpatrio delle filiere produttive strategiche, rafforzato da incentivi fiscali e da un disegno normativo di protezione selettiva. Miran, inoltre, in varie occasioni ha proposto una tassazione mirata su importazioni provenienti da economie con standard normativi insufficienti (non-cooperative tax jurisdictions), un concetto di fiscalità come strumento di riequilibrio competitivo ripreso dal team economico trumpiano nell’ipotesi di una “tariffa d’ingresso globale” (universal baseline tariff), modulabile secondo il grado di cooperazione normativa del paese esportatore.
Una teologia politica della produzione
Va inoltre segnalato come il pensiero economico di Trump, pur nella sua espressione pragmatica, implichi una theoria più profonda: il primato della produzione reale sull’astrazione finanziaria. In tal senso, Trump si distingue dai suoi predecessori repubblicani per una netta inversione di tendenza rispetto alla finanziarizzazione dell’economia, in linea con quanto sostenuto da economisti come Clyde V. Prestowitz e Peter Kent Navarro (recentemente bersaglio delle critiche di Elon Musk). L’accento posto sulla manifattura, sulle infrastrutture fisiche, sull’estrazione mineraria e sulla reindustrializzazione dell’America corrisponde a un pathos della concretezza che trova un preciso riscontro nel modello miraniano. Non si tratta, infatti, di una banale riproposizione del protezionismo novecentesco, ma di un nuovo paradigma, in cui lo Stato torna ad essere arbitro e catalizzatore della potenza economica in un contesto post-globale.
La politica economica trumpiana, riletta alla luce del testo di Miran, dunque, non rappresenta una frattura con la tradizione economica americana, bensì una sua prosecuzione in forme adeguate alla nuova configurazione geopolitica globale. Essa si situa in una linea di continuità con la tradizione hamiltoniana, fondata sulla protezione dell’interesse nazionale e sulla subordinazione delle dinamiche di mercato agli imperativi della sovranità produttiva. In simile prospettiva, America First, lungi dal riecheggiare un vacuo slogan, acquisisce qui il valore di un principio regolativo, ispirato a una razionalità strategica che rigetta tanto l’universalismo deregolamentato del neoliberismo quanto l’isolazionismo autarchico del protezionismo integrale. Si tratta piuttosto di una “autarchia funzionale”, per usare un concetto caro a Carl Schmitt trasposto in ambito economico: una limitazione selettiva e sovrana dell’apertura commerciale al fine di preservare la capacità decisionale interna.
Considerazioni conclusive
Il pensiero economico trumpiano, lungi dal rappresentare un’aberrazione del libero mercato, si iscrive di diritto in una ben precisa tradizione di sovranismo produttivo che parte da Alexander Hamilton, passando per Henry Clay e Abraham Lincoln, per trovare quindi una sua compiuta formulazione nel pensiero conservatore contemporaneo di Clyde V. Prestowitz, Robert Emmet Lighthizer e Peter Kent Navarro. È dunque fallace interpretare la politica economica di Donald J. Trump quale frutto dell’estemporaneità. Essa si configura, al contrario, come l’applicazione coerente di una dottrina sistemica che si fa sempre più evidente grazie anche a contributi intellettuali di alto profilo, come quello di Stephen Miran. La User’s Guide del Novembre 2024 non è solamente un documento programmatico, pertanto, ma un vero e proprio manifesto di restaurazione sovranista dell’ordine economico, destinato a divenire il fondamento teorico del nuovo unilateralismo strategico. L’indirizzo economico del tycoon non si riduce affatto a una serie disorganica di provocazioni mediatiche, ma piuttosto incarna l’espressione di una dottrina coerente, imperniata su sovranità, resilienza e giustizia commerciale, volta alla restaurazione dell’equilibrio strategico fra le nazioni, in cui si rifiutano tanto l’utopia globalista quanto l’isolazionismo anacronistico.
Il testo di Miran, in effetti, funge da chiave ermeneutica decisiva per decifrare la visione di Trump – specialmente nella prospettiva della sua seconda Amministrazione – fungendo da Grundtext teorico su cui si innesta una prassi di politica economica orientata alla rifondazione del paradigma commerciale globale che, riletta in questa luce, si configura come un progetto razionale di ribilanciamento dell’interdipendenza, orientato alla giustizia strategica più che al mero efficientamento allocativo: un esplicito ritorno al primato della auctoritas sull’imperium del mercato. Nel clima intellettuale dominato dal dogma dell’interdipendenza, il pensiero di Miran e l’azione politica di Trump emergono così come le forme di una resistenza metapolitica al disordine globalista. Esse inaugurano una nuova epoca: quella in cui l’economia reale torna ad essere lo specchio della sovranità e la politica commerciale la cartografia di un imperium ritrovato.





