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Tra deficit economico e frammentazione istituzionale: la crisi libica e l’urgenza di un nuovo contratto sociale

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Di Ahmed Zaher

I dati recentemente pubblicati dalla Banca Centrale di Libia non fanno che confermare una realtà economica sempre più fragile, già evidente a chi osserva attentamente la scena nazionale. Il disavanzo crescente, l’aumento del debito pubblico e il dualismo istituzionale sono i sintomi di una crisi più profonda: l’assenza di uno Stato unificato e di una visione condivisa.

Nel 2024, la spesa pubblica complessiva ha raggiunto i 224 miliardi di dinari libici, di cui 123 miliardi spesi dal Governo di Unità Nazionale, 59 miliardi dal governo parallelo e 42 miliardi attraverso il meccanismo di scambio petrolifero. Tuttavia, le entrate derivanti da petrolio e tasse non hanno superato i 136 miliardi, generando una grave discrepanza tra domanda e offerta, con un impatto diretto sul tasso di cambio e sul potere d’acquisto del dinaro libico.

La crisi non è solo contabile. È politica, istituzionale, e soprattutto strutturale. Il dualismo nella gestione delle risorse e l’assenza di una guida unificata ha trasformato la politica fiscale in un’arena di scontro tra fazioni, impedendo ogni forma di politica economica coerente.

È dunque urgente promuovere la nascita di un nuovo contratto sociale. Non un semplice documento giuridico, ma un patto politico e culturale, capace di ristabilire la fiducia tra Stato e cittadini e fondare una visione condivisa su:

– la forma dello Stato e l’unità delle istituzioni,
– il sistema di governo e la distribuzione dei poteri,
– la gestione e l’equa ripartizione delle risorse,
– la trasparenza e la responsabilità nella spesa pubblica.

Senza questo fondamento, nessuna riforma economica potrà produrre risultati duraturi. È come cercare di curare i sintomi di una malattia ignorandone le cause.

Inoltre, la crisi libica ha implicazioni regionali e internazionali dirette. La Libia non è un Paese isolato: è un nodo strategico nel Mediterraneo centrale e un attore chiave per l’equilibrio energetico, la stabilità migratoria e la sicurezza transfrontaliera.

– Energia: Ogni interruzione nella produzione petrolifera libica si riflette immediatamente sui mercati internazionali, soprattutto in un contesto globale instabile come quello attuale. L’Italia, partner storico della Libia nel settore energetico, ha un interesse diretto nella sua stabilità.

– Migrazione: La crisi economica interna alimenta la pressione migratoria verso le coste europee. La Libia resta un punto di transito centrale per le rotte migratorie irregolari, e la sua instabilità rende impossibile ogni politica efficace di contenimento o cooperazione.

– Criminalità e terrorismo: L’economia parallela, il mercato nero delle valute e il contrabbando di carburanti sono diventati vettori di attività illecite che superano i confini libici e minacciano l’intera regione del Sahel e del Mediterraneo.

– Interferenze esterne: L’assenza di istituzioni unificate ha aperto le porte a un coinvolgimento estero spesso motivato da interessi divergenti, che complicano ulteriormente il quadro e ostacolano una soluzione nazionale.

Di fronte a questo scenario, non bastano misure tecniche o finanziarie. Serve una volontà politica, una visione unificata, e un sostegno internazionale non solo per “gestire la crisi”, ma per ricostruire lo Stato su basi nuove e condivise.

La comunità internazionale, in particolare i partner europei e mediterranei come l’Italia, devono riconoscere che la stabilità della Libia è un interesse comune. Continuare a gestire l’instabilità libica attraverso soluzioni di emergenza significa ignorare il legame diretto tra la crisi libica e le sfide strategiche dell’intera regione.

Solo attraverso un nuovo contratto sociale e istituzioni legittime, la Libia potrà riconquistare la sua sovranità economica e politica, e trasformarsi da epicentro di instabilità a pilastro di cooperazione regionale.

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  • Redazione

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