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WOKE, EMBLEMA DI UN’IDENTITÀ DISANCORATA

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Il tempo presente ci impone di leggere i fenomeni culturali non per ciò che appaiono, ma per ciò che rivelano. Il cosiddetto “woke”, nel suo sorgere, nel suo fiorire, e oggi nel suo visibile declino, non è né una patologia morale né un errore politico contingente: è il sintomo ultimo di una crisi epistemologica che investe l’intera struttura del pensiero occidentale.

 La modernità ha progressivamente separato l’uomo dai suoi orizzonti di senso oggettivo. In nome dell’emancipazione, ha delegittimato l’autorità della verità, ha sostituito l’ontologia con la costruzione sociale, il reale con il percepito, il concetto con l’emozione. Il “woke” ha ereditato integralmente questa logica e l’ha spinta al suo esito estremo: una concezione della realtà come campo interamente negoziabile, un linguaggio senza referenza stabile, un’etica senza fondamento.

La crisi è innanzitutto epistemologica, perché ciò che è venuto meno è il principio stesso di realtà condivisa. L’universo simbolico non è più sorretto da una verità esterna che interpella il soggetto, ma da una molteplicità di micro-narrazioni autoriflessive, ciascuna delle quali rivendica il proprio diritto a definire il mondo. In questo regime epistemico, la verità non è più ciò che è, ma ciò che si sente. E quando la verità è sentimento, la giustizia diventa riconoscimento, e il dissenso diventa offesa.

Solo in un secondo momento questa dissoluzione epistemologica genera una crisi antropologica: perché un soggetto che non dispone più di un criterio stabile di verità non può costruire né una comunità, né una memoria, né un futuro. Il soggetto “woke” è, in questo senso, l’emblema di un’identità epistemicamente disancorata: si definisce solo attraverso l’alterità che lo opprime, non attraverso un’essenza che lo costituisce. Non eredita nulla, non trasmette nulla, non afferma nulla che sia valido al di là della propria posizione.

Ma tra tutte le ferite prodotte da questa crisi epistemologica, ve n’è una che assume un rilievo decisivo sul piano esistenziale e politico insieme: la solitudine. Non parliamo qui della solitudine fisiologica dell’individuo moderno, ma di una solitudine ontologica, figlia della perdita di riferimenti stabili, dell’impossibilità di intendersi con l’altro a partire da un terreno comune.

Laddove il linguaggio è ridotto a funzione identitaria, e la verità è dissolta nell’opinione, l’incontro diventa impossibile, e ogni relazione si frammenta in monadi autoriflessive. L’individuo contemporaneo, nella sua versione “woke”, è spesso un soggetto esposto, iperconnesso ma mai realmente in relazione, costantemente esposto allo sguardo dell’altro ma privo di riconoscimento profondo. Non conosce la comunione, ma solo la visibilità; non sperimenta la fraternità, ma la sorveglianza reciproca.

In questo senso, la solitudine non è un effetto collaterale: è la forma compiuta dell’io epistemicamente disancorato. È l’esito tragico di una cultura che ha smarrito il senso della verità, e dunque anche quello dell’altro. Perché senza una verità che ci precede e ci eccede, l’altro diventa un pericolo, mai un prossimo.

Soltanto una cultura che riconosca nuovamente la struttura dialogica dell’essere, la necessità del limite e della trascendenza, potrà spezzare questa solitudine e restituire all’umano la sua vocazione relazionale.

Il secondo punto da chiarire riguarda la relazione tra sacro e colpa. Nella civiltà classica e cristiana, la colpa era inscritta in una struttura sacra: essa presupponeva un ordine trascendente, un riferimento oggettivo alla Legge o al Logos, e una possibilità reale di redenzione. La colpa moderna, invece, è sganciata dal sacro. È diventata auto-generativa, permanente, senza riscatto. Il “woke” non reintroduce il sacro, lo imita. Mima i suoi rituali, ma li svuota: confessioni pubbliche, penitenze linguistiche, processi morali—tutti privi però di quell’orizzonte verticale che rendeva la colpa uno strumento di elevazione e non di paralisi.

In questo senso, la cultura “woke” non è la restaurazione del sacro, ma il suo simulacro profano: ne conserva la struttura senza più il fondamento. La colpa woke è infinita perché non è mai orientata al perdono, ma alla reiterazione simbolica del trauma. È un’etica senza teleologia, un processo senza catarsi.

Infine, ciò che oggi si manifesta come declino del “woke” è in realtà la saturazione sistemica di questo ordine epistemico. L’occidente si scopre incapace di sostenere un discorso comune, perché ha rinunciato alla possibilità stessa di una verità condivisa. E quando non vi è più una grammatica del vero, ogni parola si disintegra, ogni istituzione si indebolisce, ogni comunità si frammenta.

Il compito che ci attende non è quello di reagire moralisticamente a un eccesso, ma di ripensare dalle fondamenta il nostro ordine del conoscere. Occorre restituire alla verità la sua centralità, non come imposizione, ma come condizione di libertà. Occorre distinguere tra pluralismo e dissoluzione, tra riconoscimento e idolatria dell’identità, tra linguaggio e realtà. Occorre, in una parola, ricostruire un’epistemologia della relazione, che tenga insieme l’oggettività del mondo e la dignità dell’esperienza.

Solo così potremo uscire davvero dal “woke”. Non tornando indietro, ma andando oltre, verso un pensiero che non abbia paura della forma, della misura, del limite. Perché solo laddove vi è forma, vi è possibilità di verità. E solo nella verità, una civiltà può ancora dirsi viva.

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