
Massimo D’Alema, ex premier italiano, ha raccontato di aver svolto almeno un paio di missioni per conto di Volodymyr Zelensky.
Lo ha raccontato nel corso di un dibattito con Gianfranco Fini. I due si sono ritrovati a Roma all’Istituto affari internazionali per il convegno intitolato «La politica estera italiana al tempo di Trump».
E dopo un primo giro di riscaldamento, con D’Alema che è tornato a rimproverare alla Ue di aver spinto su una guerra che «era chiaro non poteva essere vinta da nessuno» (in se questa affermazione implica un ragionamento sulla evoluzione e costruzione della sua storia) – è seguita, nel proseguo di questo ragionamento motivato e politicamente argomentato, la confidenza che ha rappresentato la vera notizia: il nocciolo politico portato alla luce al convegno.
Massimo D’Alema ha esplicitato, con la leggerezza di una farfalla, ”la richiesta ufficiale di aiuto“ che ha avuto da parte del presidente ucraino. Un fatto emblematico e molto significativo.
La richiesta ha rappresentato molti significati impliciti, specialmente dopo l’elezione di Trump a presidente degli USA, in quanto Zelensky, ben consapevole di non aver più il sostegno dei neocon, ha capito che la Ue non poteva rappresentare un elemento autorevole di sostegno.
In concreto questa mossa, fuori dai canali istituzionali, segnalava una certa sfiducia nei paesi europei .
Zelensky avrebbe avvicinato D’Alema a margine di un’iniziativa a sui Balcani.
“E mi disse chiaramente – ha dichiarato D’Alema – che il suo Paese rischiava il disastro, perché gli americani prima o poi si sfileranno e gli europei non sono affidabili”. Poi mi chiese di andare in Brasile e a Pechino per capire se Lula e Xi Jinping potevano fare qualcosa.
Massimo D’Alema ha così continuato: “Io ci sono andato, ma Lula mi ha quasi messo alla porta, dicendomi che l’Ucraina era un problema degli americani e che se la vedessero loro, piuttosto secondo lui mi sarei dovuto interessare della Palestina».
Il vero smacco è arrivato dai cinesi ed è stato rivolto all’Ue.
Racconta ancora D’Alema che dopo il Brasile è stata la volta della Cina e che, quando ha avuto un contatto con Pechino, ha capito che «i cinesi avevano un piano. Parlai con il responsabile della politica estera del partito comunista, non con l’ultimo sottosegretario. Mi disse: si potrebbe pensare a una forza internazionale, un po’ come accadde nel Kossovo. Poi mi congedò con una frase che mi fece riflettere: sa, lei è il primo europeo venuto a parlarci di questo, gli altri ci chiedono solo di non sostenere la Russia».
Basterebbe questa velenosa chiusura, espressa dalle autorità cinesi, per constatare come la Ue non abbia nessuna strategia geopolitica, ma continui ad opprocciarsi a logiche congiunturali improvvisate, che alla lunga nessuno prende in considerazione.
Se uno Zelenski si rivolge a D’Alema forse, tornando alle logiche con cui si operano le cooptazioni nella Commissione europea, i cooptati dovrebbero quanto meno pensare che forse aveva perfettamente ragione J D Vance quando, intervenendo alla conferenza di Monaco, sostenne che le modalità politiche di rappresentare l’Europa andavano radicalmente riviste, quanto meno nel rispetto del elettorato europeo.
Le stesse manfrine del movimento dei volonterosi sono una riprova di una verticale mancanza di autorevolezza e di come si presenta oggi un’Europa che elabora trappole burocratiche esclusivamente contro i propri interessi: green deal, delocalizzazioni produttive, cambi di scenari, incentivando paure per supplire a follie produttive.
Se in Europa i giochi politici si producono attraverso furbizie e cooptazioni è implicitamente ovvio che la conseguenza di logiche autarchiche fuori dal tempo sarà un’implosione insensata.
Senza visione geopolitica – e senza l’ombrello USA – mentre si ridisegnano sfere di influenza e affidabilità dì leadership che rappresentano consensi reali e mandati diretti, la Ue resta sola, con il suo carico di 31.000 burocrati come ulteriore peso sulle ali, i quali si appellano ad un libretto dimenticato.





