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L’ESSERE CELESTE

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d Angelo Ciccarella

… in effetti non bisogna disperare di nulla.
(G.W.Leibniz, Nuovi saggi sull’intelletto umano)
 
Le scienze umane sono la nostra iattura. Sesso, società, meccanismi mentali, linguaggio, economia e lotta di classe: per esse il mondo è una macchina. E noi in questo meccanismo siamo serie di determinazioni. L’ideologia dominante riduce il tutto alla parte, ci dice che per liberarci dal male dobbiamo farlo e in nome della sicurezza dovremmo dare potere ad uno solo. I nuovi umanisti ci vorrebbero convincere che noi non esistiamo in quanto individui, esisterebbe solo il sistema e chi si ribella diventa un nemico della collettività. Se non ti inoculi muori…
Noi siamo fatti di basso e di alto. L’alto sfugge alle determinazioni eppure ci sfugge, il basso sembra invece prevalere abbandonandoci ad una schiavitù sempre più grande. Guardiamoci intorno. La corrente ci trascina verso sempre minori margini di dignità e libertà. I cosiddetti esperti – sociologo psicologo medico politico – ci danno chiavi arrugginite per risolvere ogni problema ma non troviamo la porta. Ci aspettiamo dagli altri le soluzioni, ma gli altri hanno i medesimi problemi irrisolti. Ci raccontano che tutto sia in relazione di dipendenza e che più niente sia in rapporto di trascendenza: ecco la tragedia. Perdiamo la libertà superiore. È questa civiltà che ci minaccia, che ci inibisce il potere sacrosanto di essere causa di noi stessi. Questa è la facoltà che ci dona lo Spirito. Quando ci inducono a batterci per qualche libertà, non ci rendiamo conto di diventare meccanismi orchestrati dalla centrale del consenso. Cosa rimane? Un senso di perdita, di esaurimento delle nostre energie emozionali.
La tesi spiritualista secondo cui le cose distruggono la nostra interiorità, si basa su gracili premesse. È l’idea avvilente che abbiamo di noi stessi che ci divora. Ciò che pensiamo di essere e crediamo di sapere che contano. C’è un disagio diffuso tra spiritualisti, quello di vivere nel mondo attuale e di rimpiangere un passato per lo più idealizzato. Essi maledicono questo mondo e per questo motivo non muovono paglia per migliorarlo, e non intendo solo in chiave politica e culturale; diffondono la letteratura della crisi, fatta di anatemi contro la modernità e, ad onor del vero, approvo molte delle loro tesi. Da anni però mi son fatta un’idea divenuta consapevolezza: che niente sia meno spirituale del desiderio di vivere in tempi e luoghi diversi. René Guénon sognava l’antico Islam e Julius Evola aspirava ad una cavalleria mistica. La nostalgia è un freno a mano tirato. Non importa il luogo né il tempo, siamo sempre alla stessa distanza dal Cielo. Il ritorno alle origini, in pieno mito iperboreo? Bisogna semplicemente – ed è tutt’altro che facile – essere “umani” e vivere la semplicità che è poi l’unità delle origini. Mangiare bioalimenti, amare la natura secondo NatGeo, riempirsi di tatuaggi, trascorrere una settimana in un ashram, viaggiare per mete esotiche, fumarsi una canna, non fanno di noi dei ribelli. In ogni tempo bisogna far proprio il presente. Bisogna appartenere alla propria epoca e allo stesso tempo all’eternità. Vivere come pesci nell’acqua, ma capaci di volare. Io sogno nel 2025 il trasparente possesso di me stesso. Il materialismo ci ottenebra? Allora rifiutiamolo una buona volta. E se non compiamo questo atto di coraggio diventeremo oscuri. Pensare al mondo come il peggiore dei mondi, ci nasconde la luce. L’idea oscura che abbiamo dell’Umanità spegne la nostra stessa luce.
Se la Terra, come dicono, è la culla dell’Umanità, dobbiamo pur crescere, uscire dall’adolescenza e diventare adulti e avviarci a tastoni verso le stelle. Il cambiamento è necessario, vitale direi. Da terrestri diventeremo cosmici, e oggi c’è chi capta segnali da altre intelligenze ma tace per non essere messo alla gogna; ma c’è chi guarda indietro o è ancorato ad un presente artificiale, inspessito, dove profitto ed egoismo la fanno da padroni. È il presente dei nichiliferi. E pensare che i presocratici, che si sentivano legati al cosmo, avrebbero capito meglio l’immensa potenzialità della nostra epoca. Ci vuole un sentimento antico per avere un grande sentimento dell’oggi. L’età oscura come prospettata dagli indù e da Esiodo, è sì la fine di un ciclo, ma ciò non significa che tutto ciò che è elfico al mondo sparisca irrimediabilmente. Il sacro – la profondità – non è estinto, semmai è sfrattato dai templi, ma esso torna a vivere nei luoghi più inaspettati, nelle persone più vive, accese.
Accenderci è la vera rivoluzione culturale. È lo yoga della coscienza di cui ha bisogno l’Occidente. Uno stoicismo dell’età cosmica. Una saggezza nobile in seno ad una scienza estrema. Riappropriamoci di noi stessi, forti liberi sovrani: una questione di sguardo interiore.
Convengo con chi ritiene che questa sia una Civiltà alla fine del suo percorso storico, tuttavia le energie del risveglio sono in attesa di essere innescate. Il motivo del suo declino è la perdita di un modello d’essere. L’antichità propose il saggio. Il cristianesimo indicava il santo e il cavaliere. Per il Giappone medievale era il samurai e lo yogi nell’India vedica. Il nostro Rinascimento disegnò come modo d’essere l’uomo onesto al centro dell’Universo. La Civiltà futura sarà tale quando presenterà l’essere cosmico. Sono tra noi le donne e gli uomini di frontiera, che guardano al Cielo come alla Patria d’origine. Ma nessun superuomo nicciano ci salverà, soltanto l’essere umano che aspiri alla Grazia in armonia col tutto e amando Dio più di sé stesso condurrà gli altri verso la nuova età dell’oro.
Ad ogni nostra scelta si viene a creare un universo parallelo, dove la realtà si biforca…

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  • Redazione

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